CULTURA

Sullo scaffale: Racconti di scuola a cura di Christian Raimo

“La domanda su chi la scuola è stata costruita per formare, e a vantaggio di chi, è una domanda che la tradizione canonica sistematicamente evita. Ed è la stessa domanda che questi racconti rendono inevitabile” chiosa, in chiusura della sua lunga introduzione, Christian Raimo, scrittore e docente, curatore della raccolta Racconti di scuola appena uscita per Einaudi.

Si tratta di un volume, questo, zeppo di grande letteratura e non deve essere stato facile scegliere quali racconti farci rientrare, non tanto perché Raimo si sia messo un confine stretto – i racconti non devono tecnicamente parlare di scuola – quanto piuttosto perché la scuola è, se ci pensiamo, nel suo senso più esteso, onnipresente e un’esperienza comune a moltissimi (vorremmo poter dire a tutti). 

Da esperto di storia della scuola, il curatore ci racconta che le origini di quella pubblica sono da farsi risalire al Rapport et projet de décret sur l’organisation générale de l’instruction publique del 1792 in cui Condorcet riflette sul diritto all’istruzione che ritiene condizione dell’uguaglianza politica. E se nell’anno 1800, ci racconta sempre Raimo nella sua introduzione, ad andare a scuola erano circa 20 milioni di bambini e ragazzi su 900 milioni di abitanti del pianeta (quasi tutti europei, nordamericani e cinesi), ossia neanche il 3 per cento, nel 2010 “quasi la totalità del mondo va a scuola almeno alla primaria, il 98,5 per cento, mentre per la secondaria parliamo di una larga maggioranza, il 74 per cento (il che vuol dire che uno su quattro non ci va). I numeri dei Paesi avanzati sono prevedibilmente sempre migliori. Oggi la scuola dura in media 8,7 anni nel mondo, con una differenza molto alta tra Paesi avanzati – dodici anni – e regioni più svantaggiate come l’Africa subsahariana – nemmeno sei anni”.

Ecco, dunque, perché la scuola è qualcosa di universale esattamente quanto la letteratura: la gran parte di noi ci va o ci è andato, e lì abbiamo avuto origine come esseri umani; lì abbiamo imparato a pensare e a sentire; a trovare le parole; a fallire e a eccellere; a venire a patti con il prossimo; ad annoiarci e ad appassionarci. Chi di noi non ha mai sognato con terrore la notte di venire di nuovo interrogato dal prof. di matematica o di greco? o di dover ripetere l’esame di maturità? o non ricorda con struggimento l’innamorata o l’innamorato seduto due banchi più in là? Per questo motivo e non certo per una ragione programmatica la letteratura lambisce, racconta, entra dentro la scuola e se ne appropria. È il terenziano homo sum.

Raimo, a proposito dell’antologia che ha curato, scrive: “Ecco dunque il carattere duplice e virtuoso (o vizioso) di questa raccolta, che include venti racconti scolastici.
a. I racconti scolastici spesso indicano il modo in cui leggiamo e scriviamo o ci occupiamo del mondo in sé.
b. Attraverso questa capacità leggeremo anche questi racconti scolastici.
Da a e b ricaviamo:
c. La scuola protagonista di questo libro è sia l’oggetto poliedrico sul vetrino, sia la lente prismatica con cui guardare le narrazioni in generale”.

E infatti chi scrive è certa che mai più che nel caso di questi racconti valga l’affermazione di Proust secondo cui “ogni lettore legge se stesso”. Raimo dice: “Non riusciamo a immaginarci una scuola realmente diversa da quella che abbiamo vissuto e di cui parliamo come se fossimo incantati da una sorta di realismo scolastico”. È quel che ci succede quando leggiamo un romanzo e pensiamo: quel personaggio sono io! In quella situazione mi ci sono trovato! La potenza intrinseca della letteratura è (anche) questa.


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Si prenda per esempio il racconto di Heinrich Böll che apre la raccolta, Viandante se giungi a Spa…, in cui un militare ferito viene ricoverato in quello che era stato il suo liceo. Tutto è immutato, dalle targhette di smalto con l’indicazione delle classi alla Medea di Feuerbach messa sottovetro, dalla riproduzione dello Spinario a quella dei fregi del Partenone, e il presente e il passato per poche ore si sovrappongono al punto che l’io narrante si chiede: “Eppure devi scoprire che razza di ferita è la tua e se ti trovi nella tua vecchia scuola” e ancora aggiunge: “Tutto ciò mi sembrava freddo e indifferente, come se mi avessero portato attraverso il museo di una città morta, attraverso un mondo che mi era non meno estraneo che indifferente, benché i miei occhi lo riconoscessero, i miei occhi soltanto”. E non solo il protagonista ma anche il lettore ha un “sobbalzo convulso” quando scopre che, in effetti, si trova proprio nella sua vecchia scuola (avendo scorto una scritta forgiata dalla sua grafia), e soprattutto quando si rende conto in che modo gli viene salvata la vita nel reparto di chirurgia approntato alla bell’e buona, e che non ha da svelarsi qui per lasciare che chi legge lo scopra da sé. 

Non è certo un caso che questa raccolta inizi proprio così. Raimo, interrogato in merito, dice di aver scelto Böll per inaugurarla perché al giorno d’oggi lo si legge troppo poco, e, invero, molti altri autori contenuti in Racconti di scuola chi scrive pensa siano ancor meno conosciuti, come il polacco Sławomir Mrożek o l’australiano Gerlad Murnane o ancora il giovane statunitense Nana Kwame Adjei-Brenyah, per esempio.

La scuola che emerge da quest'antologia è foriera di incubi (e se l’alunno incontrasse una tigre nel bagno della scuola? come immagina Stephen King in Tigri!), ci ricorda che lì impariamo a fare squadra (solidarietà o omertà per i compagni  di classe dei due che staccano un pannello dalla cattedra per vedere le gambe della professoressa? come immagina Erri de Luca ne Il pannello), non ci salva dall’amico immaginario anzi ci aiuta a costruirlo (in Charles di Shirley Jackson) fino a farci immalinconire ma sentire compresi grazie alla sublime prosa di Cechov e alla maestra protagonista de Il carro, solo per citare alcuni dei venti racconti complessivi.

Sono testi che spaziano geograficamente e cronologicamente e hanno decisamente più di un pregio, come la letteratura tutta: su tutti, quello di aprire squarci dentro di noi senza pretendere di insegnare alcunché, esattamente come la migliore scuola, che insegna e pretende – certo –, ma non per esercizio di potere.

“ La scuola protagonista di questo libro è sia l’oggetto poliedrico sul vetrino, sia la lente prismatica con cui guardare le narrazioni in generale Christian Raimo

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