Rileggiamo: Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin
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Ci sono libri che esplodono grazie a una poderosa macchina promozionale e altri che crescono lentamente, lettore dopo lettore, fino a trasformarsi in un caso editoriale. Cambiare l’acqua ai fiori appartiene alla seconda categoria. Pubblicato in Francia nel 2018, arrivato in Italia l’anno successivo per le Edizioni E/O, il romanzo di Valérie Perrin non ha conosciuto un successo immediato: è stato il passaparola a trasformarlo in uno dei libri più letti degli ultimi anni, fino a superare il milione di copie vendute nel nostro Paese e diversi milioni nel mondo. E ogni volta che ci si trova davanti a un successo editoriale, soprattutto in tempi di carestia (di vendite e di lettori), è interessante cercare di indagarne le ragioni. Soprattutto per un romanzo divisivo come questo.
Oltre al passaparola, certamente il momento storico in cui è stato pubblicato è stato angelo custode di questo fortunato titolo. Durante la pandemia molti lettori cercavano storie capaci non tanto di distrarli quanto di offrire una forma di consolazione. Cambiare l’acqua ai fiori è arrivato esattamente quando ce n’era bisogno: è un romanzo che parla continuamente della morte, ma senza esserne mai sopraffatto. Al contrario, suggerisce che la vita possa continuare a germogliare proprio accanto alla perdita. Non è difficile capire perché abbia incontrato una sensibilità collettiva così particolare.
La storia è, almeno all’apparenza, semplice. Violette Toussaint è la custode di un piccolo cimitero della Borgogna. Accoglie i visitatori, annaffia i fiori, prepara tè e tisane a chi passa di lì e custodisce, insieme alle tombe, anche le storie di chi resta. L’arrivo di un commissario di polizia che vuole esaudire l’ultimo desiderio della madre mette però in moto una serie di rivelazioni che riportano alla luce il passato di Violette: il matrimonio con Philippe Toussaint, scomparso, la morte della figlia Léonine, i segreti che hanno segnato la sua esistenza. Da quel momento il romanzo alterna presente e passato e narrazioni in prima e terze persone (lettere, “narratori appoggiati”), componendo lentamente un mosaico di verità.
La voce della protagonista è uno degli elementi decisivi del successo. È una donna investita da una quantità quasi spropositata di disgrazie: un’infanzia difficile, un marito egoista e infedele, lutti devastanti, una vita trascorsa ai margini. Il lettore si identifica facilmente con lei: da un lato ne condivide il dolore; dall’altro finisce inevitabilmente per sentirsi più fortunato. È un meccanismo antico della narrativa: la sofferenza estrema produce empatia ma anche sollievo. Le disgrazie di Violette funzionano come uno specchio deformante che permette al lettore di ridimensionare le proprie.
Durante la pandemia l’identificazione si è fatta ancora più intensa: la custode di un cimitero e la donna responsabile di un passaggio a livello sono figure già di per sé liminali, sospese tra mondi, come liminale è stata la condizione di noi tutti in pandemia. Dopo mesi in cui abbiamo avuto un rapporto nuovo con la morte, con l’isolamento e con la fragilità dell’esistenza, quei luoghi estremi sono sembrati improvvisamente meno lontani. Il cimitero di Violette non è più soltanto un cimitero: risorge come spazio quasi di riconciliazione. E il passaggio a livello diviene simbolo di un’esistenza bloccata nell’attesa, in cui però il mondo paradossalmente irrompe. Cioè ciò che sulla carta è “brutto” mostra l’altro lato invisibile della luna.
Anche il titolo contribuisce alla generazione di una strana alchimia che cattura il lettore non troppo diffidente. Cambiare l’acqua ai fiori sembra promettere un libro delicato, quasi sentimentale. E in effetti lo è. Ma la promessa è ambigua: i fiori rimandano alla bellezza, alla cura, alla rinascita, ma appartengono anche ai cimiteri. L’acqua va cambiata perché la vita continui, ma quell’acqua alimenta anche il ricordo dei morti. È un titolo che racchiude perfettamente la doppia natura del romanzo: dolcezza e lutto, tenerezza e perdita. E soprattutto trasfigurazione. Quella trasfigurazione che a tratti innervosisce il lettore avvertito, quello che raramente si fa manipolare.
L’universo costruito da Valérie Perrin è volutamente zuccherino. Ci sono teiere sempre sul fuoco, tazze in cui servire tisane, giardini, fiori, piante, profumi, rituali quotidiani e rituali di sepoltura. Perfino la casa accanto alla ferrovia, che nella realtà sarebbe probabilmente un luogo rumoroso e poco poetico, diventa uno spazio generatore di sogni. È un mondo addomesticato, in cui anche la morte viene in qualche modo “perdonata”.
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Eppure sarebbe riduttivo definirlo soltanto un romanzo sentimentale. Il lettore è conquistato dall’abilità narrativa di Perrin nel costruire la suspense. Dentro Cambiare l’acqua ai fiori c’è una specie di giallo: il lettore continua a leggere perché vuole scoprire cosa sia realmente accaduto, quali segreti nascondano i personaggi, se la verità emergerà dal passato. Le rivelazioni arrivano poco alla volta, attraverso continui cambi di prospettiva, lettere, testimonianze e flashback.
Perrin mescola ingredienti che hanno dimostrato di funzionare molto bene presso il grande pubblico: un mistero familiare che strizza l’occhio all’omicidio, l’ombra di un amore quasi incestuoso, un personaggio seduttore che finisce per rivelare tutta la propria fragilità, la nascita di una relazione salvifica, il tutto assemblato con tecniche di un repertorio narrativo consolidato.
Da una parte c’è il feuilleton francese pubblicato a puntate sui giornali. Perrin recupera, aggiornandola, la tradizione del grande romanzo popolare ottocentesco: personaggi numerosi, intrecci che si incastrano lentamente, segreti di famiglia, colpi di scena, rivelazioni finali. Il piacere del lettore nasce dal desiderio continuo di sapere “come va avanti e che cosa è successo davvero”.
Dall’altra guarda alla più recente comfort literature: libri che non negano il dolore ma costruiscono attorno a esso uno spazio protetto, in cui il lettore possa sentirsi accolto. Con Cambiare l’acqua ai fiori si esce dalla lettura con la sensazione di essere stati consolati. Il lettore non viene travolto dall’angoscia della protagonista, perché di fatto l’autrice l’angoscia non la mette: al limite la dice, ma si perde nello zucchero filato, nei petali dei fiori, negli squarci di cielo.
La protagonista ha un paesaggio interiore poco autentico: di fronte ai traumi più devastanti mantiene una compostezza emotiva quasi costante, filtrata da una calma narrativa che è il segreto del romanzo. È questo che distingue Cambiare l’acqua ai fiori da molta narrativa contemporanea, spesso dominata dal cinismo, dall’ambiguità morale o dalla disperazione. E funziona. Qui tutto tende verso una forma di riconciliazione. Non perché il male venga negato, ma perché ogni ferita trova, prima o poi, una possibilità di essere ricomposta. Potremmo chiamarla resilienza? Forse sì.
Anche per questo il romanzo richiama alla mente altre opere che hanno saputo costruire universi emotivi riconoscibili e profondamente accoglienti. Viene naturale pensare al film Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet, con il suo gusto per i piccoli gesti che cambiano la vita e per la poesia nascosta nelle cose ordinarie. Oppure a L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, dove personaggi apparentemente marginali custodiscono una ricchezza interiore inattesa. E ancora a L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, che gioca con la patina del tempo. La somiglianza riguarda l’atmosfera più che la lingua, ma certo in tutti questi casi la voce è sfumata, la lingua non taglia ma cuce e descrive un mondo in cui una teiera che cade e si rompe è comunque fatta di cocci che non tagliano. Perrin sembra evitare deliberatamente ogni asperità. Non vuole ferire il lettore, ma prenderlo per mano. E, sospendendo il giudizio oltre che l’incredulità (quest’ultimo è il meccanismo con cui funziona la lettura), il lettore può lasciarsi blandire perché, in fondo, ne ha bisogno.
Viene da chiedersi se la figura della protagonista – una donna fragile e forte insieme, la cui forza coincide quasi sempre con la capacità di accogliere, perdonare, ascoltare e curare gli altri e la fragilità con la capacità di far innamorare – non costituisca un modello almeno in parte in controtendenza rispetto alla narrativa contemporanea dominante e alle battaglie emancipazioniste, che rivendicano protagoniste più conflittuali, autonome, perfino spigolose. Si può discutere se questa sia una scelta conservatrice o semplicemente il recupero di “virtù” fuori moda. Se guardare il mondo con le lenti rosa (e gialle per tenere viva l’attenzione) debba essere il suggerimento della letteratura. Nessuno però ha mai detto che questa sia letteratura. Milioni di copie vendute ci dicono, forse, qualcosa in più del mondo in cui viviamo. E allora beviamo pure da questa tazza, ma consapevoli di che tisana la riempia.