CULTURA

Rileggiamo: Come gli uccelli di Wajdi Mouawad

Ogni epoca ha gli autori che riescono a interpretarla. Quella di Wajdi Mouawad è una voce che attraversa le fratture del presente: racconta guerre che non finiscono con i trattati di pace, identità che si costruiscono e si sgretolano, famiglie che custodiscono i segreti della Storia e storie individuali che si rivelano inseparabili dalla geografia dei conflitti. È forse per questo che i suoi testi continuano a essere letti, tradotti, messi in scena e ripubblicati. Dopo il caso editoriale di Anima (Fazi 2015), il prossimo autunno Einaudi riporterà in libreria Incendi (già uscito nel 2009 per Titivillus), e sarà proprio questa drammaturgia ad aprire la nuova stagione del Teatro Stabile del Veneto per regia di Marco Lorenzi, con Filippo Dini e Frédérique Loliée, così come, la scorsa stagione, Come gli uccelli (Einaudi, 2023), diretto sempre da Lorenzi, aveva riscosso nei teatri del Veneto e non solo un incredibile successo di pubblico


Leggi anche: Anima di Wajdi Mouawad


Immaginiamo: una biblioteca illuminata dalle luci di lettura, un muro che ruota e simboleggia connessioni e separazioni, un letto nudo d’ospedale. In questo spazio scenico che s’alterna, fatto anche di uno schermo sul fondale sul quale scorrono i dialoghi nella lingua d’appartenenza dei protagonisti (arabo, ebraico, tedesco), la regia di Marco Lorenzi interpreta il capolavoro di Wajdi Mouawad Come gli uccelli, potenziando le allusioni e moltiplicando le dimensioni di un’opera già di suo vibrante (Einaudi, 2023) che, non a caso, ha vinto il premio Ubu nel 2024 come miglior testo straniero.

Comincia a New York con il palesarsi di un destino: quello che fa incrociare Eitan (Federico Palumeri), giovane ebreo tedesco di origini israeliane, e Wahida (Barbara Mazzi), bellissima palestinese naturalizzata americana, e non c’è nulla di più arcano di una coincidenza che si fa materia: “Tutte le probabilità sono possibili, ma alcune sono più rare di altre, e una cosa più è rara più è bella”. Eitan, studente di genetica, spiega all’innamorata: “Fino all’istante t del Big Bang, la nostra materia, tua e mia, doveva essere collegata a quella di questo libro in una particella infinitamente più piccola di una testa di spillo”. È l’inesausto sforzo umano: trovare una causa, un senso, uno scopo e – possibilmente – una concatenazione razionale degli eventi. Sette secoli dopo Romeo e Giulietta, la storia si ripete ancora e ancora: i due giovani che s’amano appartengono a famiglie diverse. A popoli nemici. Ma Eitan non s’arrende: “Geneticamente c’è solo il quaranta per cento di differenza tra te e il lievito che serve a fare i donuts”. La domanda è sempre la stessa: chi sono io? o chi sei tu? o chi siamo noi? “Con te l’identità sembra una cosa semplice. Quarantasei cromosomi. E l’amore? L’amore, l’olocausto, la testimonianza, la memoria, l’amicizia… Quarantasei cromosomi”. E allora Eitan non può davvero discendere da suo padre (Elio D’Alessandro/Raffaele Musella), ebreo assolutista, figlio di nonno Etgar (Aleksandar Cvjetković) tornato in Israele e poi di nuovo in Germania, e da sua madre (Rebecca Rossetti), comunista per discendenza nel rifiuto dell’ebraismo, che gli impediscono col ricatto di amare Wahida. Ci deve essere qualcuno che mente. Non è sua la colpa di “passare al nemico”: la colpa “ha una funzione filogenetica”. Eitan ascolta un monito figlio della sua scienza: “Conserva i cucchiai. [Bisogna] ridurre i suoi genitori a delle fascette. Sequenziarli. Confrontare il loro DNA. Occhio per occhio dente per dente”.

Così, qui, Natura fecit saltus contraddicendo Leibniz. Se lui è figlio di suo padre, suo padre non è però figlio di suo nonno. Chi ha mentito? Nonna Leah (Irene Ivaldi/Francesca Osso), rimasta in Israele, che Eitan ha cercato di far confessare andandola a incontrare? Ma perché, quella stessa notte che lo ha fatto vittima di un attentato, era sul ponte verso la Mecca? Stava forse andando convertirsi e tradire?

Come in un libro di Javier Marías, nulla è mai quello che sembra: l’immagine iniziale piano piano si scompone e s’ingravida di ombre e di luci che denudano verità alternative o compensative. La famiglia nasconde un segreto. Israeliani, palestinesi, ebrei, tedeschi: sono tutti esseri umani che sentono e agiscono dentro e fuori il codice della famiglia e la cultura di appartenenza. “La verità non si scopre dal numero di bastoncini o dal numero di cromosomi”. Siamo tutti uccelli “quantici, laggiù e qui allo stesso tempo […] che volano sempre sul mezzogiorno dei due mari”. È qualcosa che ha che fare con la lingua della “madre che non abbiamo mai conosciuto”: la lingua d’origine ch’è quanto di più vicino all’anima possediamo e che il regista proietta alle spalle di chi recita e davanti agli spettatori, oltre che farla sentire nelle parole quasi cantate, in arabo, di Al Wazzân (Said Esserairi) vissuto cinque secoli prima ed evocato per cercare salvezza. C’è che la vita “è niente, è solo amore mascherato da disgrazia”.

Con te l’identità sembra una cosa semplice. Quarantasei cromosomi. E l’amore? L’amore, l’olocausto, la testimonianza, la memoria, l’amicizia… Quarantasei cromosomi Wajdi Mouawad

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012