CULTURA

Rileggiamo: Mein Kampf di (e con) Stefano Massini

Quando Stefano Massini termina di recitare il suo Mein Kampf, il teatro applaude senza fine e senza pace, in un’ovazione liberatoria, come se la performance a cui ha appena assistito fosse qualcosa di cui aveva bisogno pur senza saperlo.

Inutile negarlo: Massini è talentuoso, magnetico, capace di infilare parole che risuonano con la storia di ciascuno e la Storia di tutti, a maggior ragione in questa sua opera (solo) apparentemente controversa, ma qui c’è di più. E incredibile è l’intuizione del drammaturgo/attore.

Ci sono testi che sono diventati innominabili per l’orrore che rappresentano – e uno di questi è di certo il Mein Kampf di Hitler che è stato anche sottoposto a censura, in Germania, fino al 2016 – ma proprio per questo, spiega Massini, è necessario liberarne le parole: perché queste, che ancora possono venire pronunciate – da altri e in altri contesti – non rischino di ingannarci più. Oggi crediamo che un buon politico debba essere empatico, ossia capace di entrare in risonanza con la nostra parte istintuale, ed esattamente questo faceva Hitler nei suoi comizi e nelle sue memorie (incredibilmente già vergate a 35 anni, nel 1924 nel carcere di Landsberg), e, secondo il drammaturgo, ciò è all’origine di un pericoloso fraintendimento.

“Le parole sono fatti” sentiamo dirgli, nei panni del Führer, mentre racconta come ha fatto a indirizzare le sorti del mondo: “Da dove si inizia, per cambiare la Storia? Da dove si inizia, per cambiare tutto?”.

Non è un caso che la prima vicenda che la voce narrante racconta è quella dello scrittore per bambini Emil Erich Kästner, ebreo, costretto ad assistere agli infiniti roghi dei libri perpetrati dai nazisti, per aver in cambio salva la vita. Molti anni dopo una sera, in una libreria, Kästner, infatti chioserà: “I nazisti erano un libro. Niente sarebbe stato com’è stato / milioni di morti sarebbero vivi / e milioni di libri non sarebbero cenere/ se un ragazzo di nome Adolf /chiuso in una cella a Landsberg / non avesse scritto quel libro. Crede lei che le parole /siano solo inchiostro? /Nossignore, sono fatti. / Le parole sono sempre fatti. /E non v’è cosa, fra gli esseri umani /che non prenda forma lì /insospettabilmente / lì/ dalle parole”.

Ci sentiamo tutti chiamati in causa da questo monologo perché parla di noi e a noi, la storia di quest’uomo che ha fatto l’orrore, nella misura in cui a ogni parola segue un’azione e questa produce una conseguenza. Ascoltando Massini nei panni di Hitler ricordiamo cos’è accaduto giusto l’altroieri. Consegniamo alla rete, alla televisione, al cinema – spiega il drammaturgo – il compito di raccontare il presente, invece anche il teatro si può fare strumento di disvelamento di ciò che è oggetto di memoria viva: vedere rappresentata la storia di Hitler è come per gli spettatori di Shakespeare assistere al Riccardo III.

Ecco quindi che Massini ha lavorato incrociando il primo libro del Mein Kampf, una sorta di romanzo di iniziazione (mentre il secondo, scritto mentre era al potere, è più tecnico) con le Conversazioni raccolte a tavola da Picker, Heim e Bormann, con le sue prolusioni alle inaugurazioni degli anni accademici delle università, con i testi dei comizi

Quello che ne è venuto fuori è un testo (pubblicato da Einaudi) vivo, lucido, faticoso per il pubblico che vi consegna tutta la sua attenzione e per lui che lo recita su un piano inclinato di 28 gradi: la metaforica pagina di libro che è una pagina di Storia e insieme il diario-confessione di un uomo che non è stato un uomo qualsiasi, nel male, e noi dobbiamo averne contezza. Dobbiamo sentirlo, oltre che capirlo.

Adolf Hitler è un immaginario che Massini, nel farlo parlare, volutamente tace: non ci sono baffetti, né svastiche o bandiere, non ci sono filmati d’epoca, né dimensioni dittatoriali. Massini porta in scena un uomo e il suo procedere di parole. Porta in scena com’è potuto succedere.

L’arte sospende il giudizio aprioristico e produce quello interno di ciascuno. Questa è la grandezza di questo testo e del suo interprete. Applausi a non finire e catarsi avvenuta.

Crede lei che le parole siano solo inchiostro? Nossignore, sono fatti. Stefano Massini

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