CULTURA

La scimmia nuda, oggi

Il 20 aprile 2026 è morto, a 98 anni, Desmond Morris, universalmente noto come autore de La scimmia nuda, uno dei saggi scientifici più di successo della storia recente. Pubblicato nel 1967, all’alba dei moti giovanili che mettevano in discussione i valori della società borghese occidentale nel secondo dopoguerra, il libro ebbe un successo straordinario, allora e nei decenni successivi. Fu infatti in grado di intercettare il sentimento di una generazione, che, forse per la prima volta, iniziava a interrogarsi con spirito critico sul ruolo dell’essere umano nel mondo naturale.

Erano anche gli anni dei primi movimenti ambientalisti: uno dei manifesti più importanti, Primavera silenziosa di Rachel Carson, era comparso negli Stati Uniti nel 1962; di lì a poco sarebbe arrivato anche il rapporto I limiti della crescita, che metteva in guardia dall’insostenibilità di un modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali.


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Morris era uno zoologo, specializzatosi, nel corso di un dottorato a Oxford, in etologia, la disciplina che studia i comportamenti degli animali (di fare esperimenti sugli animali si era rifiutato, e aveva preferito limitarsi a osservarli). È questa formazione a fare da cornice a La scimmia nuda, il cui sottotitolo è “Studio zoologico sull’animale uomo”.

Il libro è, prima di tutto, una provocazione. Osservato attraverso le lenti della zoologia, l’essere umano – il pinnacolo della natura, senz’altro l’essere vivente più intelligente ad aver calcato il pianeta – perde il proprio ruolo di soggetto della ricerca scientifica per diventarne, improvvisamente, oggetto. A partire da una caratteristica che ne fa un unicum nel mondo naturale (l’essere umano è, in effetti, l’unico tra le centinaia di specie esistenti di primati a non avere una pelliccia), la nostra specie viene messa a nudo da uno sguardo che non le riserva alcun riguardo particolare.

È proprio questa l’operazione di Morris: da etologo, osserva l’essere umano con distacco, curiosità e una certa ironia, senza indulgere nel tentativo di giustificare la supposta superiorità della nostra specie. L’essere umano non è nulla più che un animale tra tanti, soggetto alle leggi della natura e frutto di una lunga e complessa storia evolutiva.

Questo è il merito principale del libro, e il motivo per cui conserva ancora oggi una certa attualità, a quasi sessant’anni dalla prima pubblicazione. Da questo punto di vista, La scimmia nuda ha resistito bene allo scorrere del tempo: ha contribuito, all’avanguardia per la propria epoca, a mettere in discussione la centralità della specie umana.

Eppure oggi molti lettori finirebbero per storcere il naso più di una volta. La scimmia nuda irrita, a tratti fa persino arrabbiare: non perché metta in luce verità scomode, ma al contrario perché presenta come tali, o come interpretazioni scientificamente validate, opinioni personali, spesso segnate dai pregiudizi dell’epoca in cui furono formulate.

Si tratta di narrazioni verosimili, ma non per questo attendibili, e che infatti non pochi scienziati e commentatori hanno definito ‘pseudoscientifiche’. Il problema riguarda tanto la forma quanto i contenuti. L’obiettivo del libro è spiegare in chiave evolutiva caratteristiche e comportamenti degli esseri umani moderni. Spesso, questa spiegazione è travestita da evoluzionismo, ma inverte cause ed effetti, costruendo delle vere e proprie “just so stories”. Comportamenti e convenzioni sociali figlie di un’epoca specifica vengono presentate come l’esito inevitabile di un lungo e complesso percorso evolutivo.

Gli esempi non mancano. L’intera ricostruzione della storia dell’evoluzione umana proposta da Morris è profondamente maschilista, come ha giustamente sottolineato la giornalista e scrittrice Angela Saini. I caratteri sessuali secondari delle femmine umane (ad esempio, i fianchi larghi e il seno pronunciato) vengono interpretati come adattamenti che si sarebbero evoluti per attrarre i maschi verso una relazione di coppia stabile; l’affermarsi di una dieta a base di carne, e in seguito dello stile di vita sedentario, sarebbero il risultato delle attività di caccia e di cooperazione sociale praticate unicamente dai maschi, mentre alle donne viene assegnato un ruolo sostanzialmente passivo, limitato quasi soltanto all’accudimento della prole.

Non di rado, inoltre, Morris usa anche una sorta di argomentazione inversa: ricorre ad aspetti del presente per dimostrare che si tratti di effetti a lungo termine della nostra evoluzione, senza rendersi conto di quanto questa operazione retorica metta in evidenza i pregiudizi culturali da cui l’autore non è riuscito a liberarsi. Un esempio è l’idea che la nostra sia una specie intrinsecamente monogama, e che all’interno della coppia la donna sia naturalmente fedele. A sostegno di questa ipotesi, Morris cita dati relativi alle società occidentali degli anni Cinquanta e Sessanta, come i bassi tassi di divorzio e la ridotta incidenza di tradimenti femminili, trattandoli come prove di una predisposizione evolutiva, e non piuttosto come il riflesso di uno specifico contesto storico e culturale che rendeva alle donne molto difficile fare scelte autonome e indipendenti. Ci sarebbero voluti i movimenti femministi degli anni '70 per iniziare a mettere in discussione la struttura patriarcale della società, 

La scimmia nuda resta un passaggio importante nella decostruzione dell’antropocentrismo e nella costruzione di una nuova sensibilità verso il rapporto tra noi umani e il resto della natura. Per questo, e per l’enorme risonanza mediatica che ha avuto nei suoi sei decenni di vita, è un’opera che non può essere ignorata.

D’altro canto, alla luce delle conoscenze attuali, la solidità scientifica di molte sue tesi è davvero limitata. In diversi casi, suona poco convincente anche a uno sguardo non specialistico, ma semplicemente più distante dai bias culturali del secolo scorso – quelli in cui la generazione di Desmond Morris (e dei nostri nonni) era immersa.

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