CULTURA

Star Trek, 60 anni dopo: l'utopia fa ancora i conti con la realtà

L'8 settembre 2026 Star Trek compie 60 anni. Esattamente sei decenni prima, nel 1966, la NBC trasmetteva negli Stati Uniti The Man Trap, il primo episodio in onda di una serie che nessuno, allora, avrebbe scommesso sarebbe sopravvissuta oltre la prima stagione. Eppure il compleanno arriva in un momento singolare: per la prima volta dal 2017, cioè da quando è iniziata l'espansione del franchise sulle piattaforme streaming, non c'è una sola serie di Star Trek in produzione. A marzo 2026 Paramount+ ha cancellato Starfleet Academy appena 11 giorni dopo il finale della prima stagione, condannando lo show a chiudersi con una seconda stagione già girata, ma trasmessa solo per onorare gli impegni contrattuali. Il motivo dichiarato dall'emittente è duplice: ascolti deludenti fin dall'esordio, con la serie mai entrata nella top ten settimanale dello streaming, e una base di fan storici che ha accolto con freddezza la sceneggiatura, giudicata poco fedele ai toni e ai personaggi della saga. Nello stesso periodo Strange New Worlds (la penultima serie televisiva prodotta) ha terminato le riprese della sua ultima stagione. 

La notizia ha lasciato la saga in una posizione paradossale: le celebrazioni ufficiali del sessantesimo — convention, cofanetti, documentari, un video celebrativo diffuso in questi mesi dalla stessa Paramount — si intrecciano con l'incertezza più totale sul futuro produttivo di uno dei marchi televisivi più longevi della storia del piccolo schermo.

È un paradosso che vale la pena raccontare, perché tocca il cuore di ciò che Star Trek ha sempre provato a essere: non solo intrattenimento, ma la costruzione, episodio dopo episodio, di un'idea di futuro che valesse la pena raggiungere. Sessant'anni dopo, con quell'idea sospesa tra celebrazione e incertezza — e con un presente attraversato da guerre ancora aperte e da un'instabilità geopolitica senza precedenti recenti — è il momento giusto per chiedersi cosa resti di quella promessa — e quanto fosse, fin dall'inizio, un'utopia più complicata di come viene ricordata.

Il futuro secondo Gene Roddenberry

Quando Gene Roddenberry propose Star Trek alle reti televisive nel 1964, la sua idea era tanto semplice quanto radicale per l'epoca: un'umanità che aveva superato fame, guerra e pregiudizio, ed esplorava lo spazio non per conquistarlo ma per conoscerlo. L'equipaggio della prima serie, andata in onda dal 1966 al 1969, era di per sé una dichiarazione politica: un capitano americano, un ufficiale scientifico per metà alieno, un timoniere giapponese-americano a vent'anni dai campi di internamento della Seconda guerra mondiale, un ingegnere scozzese, un navigatore russo nel pieno della Guerra Fredda, un'ufficiale addetta alle comunicazioni afroamericana. Mostrare Stati Uniti e Unione Sovietica che condividevano la plancia di comando in perfetta armonia non era una scelta neutra: era, di fatto, una provocazione socio-politica travestita da serie per famiglie.

Gli ascolti della serie originale furono tutt'altro che trionfali — Star Trek rischiò la cancellazione più volte e fu salvata, la prima delle molte occasioni in cui il pubblico avrebbe deciso il destino del franchise, da una mobilitazione di fan. Ma l'impianto ideologico di Roddenberry — un'umanità che ha smesso di sprecare le proprie energie sulle proprie divisioni per rivolgerle altrove — sarebbe diventato il tratto distintivo che avrebbe attraversato, con alti e bassi, le serie e i film successivi per 60 anni.

Uhura, il bacio e la NASA

Nessun personaggio incarna meglio l'ambizione della serie originale di Nyota Uhura, l'ufficiale addetta alle comunicazioni interpretata da Nichelle Nichols. Nel 1966 affidare a un'attrice afroamericana un ruolo fisso da co-protagonista in una serie di prima serata era una scelta fuori dagli schemi; Roddenberry la mantenne anche quando la NBC premeva per ridimensionarne il ruolo. Due anni dopo, nel novembre 1968, l'episodio Plato's Stepchildren mandò in onda quello che è ricordato come il primo bacio interrazziale della televisione americana: quello tra Uhura e il capitano Kirk. Nella trama, alieni dotati di poteri telecinetici costringono i due a baciarsi contro la loro volontà — un espediente narrativo che permise alla rete di mandare in onda una scena altrimenti impensabile per l'epoca. L'episodio andò in onda appena un anno dopo la sentenza della Corte Suprema Loving v. Virginia, che aveva dichiarato incostituzionali i divieti statali ai matrimoni misti: un contesto che rende la scelta ancora più significativa di quanto racconti da solo l'aneddoto.

Il ruolo di Uhura ebbe conseguenze che andarono oltre lo schermo. Negli anni Settanta Nichelle Nichols accettò di diventare volto di una campagna di reclutamento per la NASA, all'epoca alla ricerca di candidati astronauti più diversificati per genere ed etnia. Nel giro di pochi mesi le domande femminili aumentarono di quindici volte e arrivarono migliaia di candidature da appartenenti a minoranze: tra le persone che quella campagna contribuì a portare nel programma spaziale ci furono Sally Ride, prima donna americana nello spazio, Guion Bluford, primo afroamericano, e Mae Jemison, prima donna afroamericana. È uno dei casi più concreti in cui l'immaginario di una serie tv ha lasciato un segno misurabile fuori dalla finzione.

Dalla fantascienza al laboratorio (e ai suoi miti)

Il rapporto tra Star Trek e tecnologia reale è più sfaccettato di come viene spesso raccontato, e proprio per questo istruttivo. Il caso più citato — quello del comunicatore che avrebbe ispirato il primo telefono cellulare — è in realtà un mito parzialmente costruito a posteriori. Martin Cooper, l'ingegnere Motorola che nel 1973 realizzò la prima chiamata da un telefono portatile, raccontò per anni di essersi ispirato al comunicatore di Kirk e Spock. In interviste più recenti ha però smentito questa versione: l'ispirazione reale, ha spiegato, fu il radio-orologio del fumetto Dick Tracy letto da bambino. Cooper ha definito la storia legata a Star Trek "uno degli errori che ho fatto" — un aneddoto che per anni aveva accettato di raccontare per assecondare l'entusiasmo di chi glielo chiedeva, senza crederci fino in fondo. È un promemoria utile: i miti sull'influenza tecnologica della fantascienza si autoalimentano più facilmente di quanto si verifichino.

Altri legami sono più solidi, pur restando ispirazioni dichiarate piuttosto che derivazioni tecniche dirette. Il tricorder medico della serie (un dispositivo portatile in grado di scansionare un paziente e restituirne in pochi secondi una diagnosi) è stato esplicitamente evocato come riferimento immaginativo dal Qualcomm Tricorder XPrize, la competizione che ha spinto lo sviluppo di dispositivi diagnostici portatili; il PADD, la tavoletta digitale usata dagli ufficiali della Flotta Stellare, anticipava concettualmente i tablet che oggi usiamo quotidianamente. Il legame più curioso, e meglio documentato, riguarda tuttavia la NASA stessa: nel 1976 l'agenzia aveva deciso di chiamare "Constitution" il suo primo prototipo di navetta spaziale (il futuro Space Shuttle), in coincidenza con l'anniversario della Costituzione americana. Una campagna di lettere dei fan di Star Trek, organizzata dall'attivista Bjo Trimble — la stessa che un decennio prima aveva contribuito a salvare la serie dalla cancellazione — convinse l'amministrazione  del presidente Ford a ribattezzarla "Enterprise". Le fonti divergono sul numero esatto di lettere ricevute, tra centinaia di migliaia secondo alcune ricostruzioni e cifre più contenute secondo altre, ma la sostanza del fatto è confermata da un memo declassificato dello staff presidenziale: lo Space Shuttle Enterprise venne presentato al pubblico il 17 settembre 1976, con Roddenberry e buona parte del cast originale presenti alla cerimonia.

L’utopia Trek e le sue incrinature

Raccontare Star Trek solo come un'utopia compiuta significa raccontarlo male, per due motivi diversi. Il primo riguarda l'economia della Federazione — nella finzione, l'organizzazione politica interplanetaria di cui fa parte anche la Terra, e al cui servizio opera la Flotta Stellare — spesso citata come modello di società post-scarsità: niente denaro, i replicatori che trasformano energia in beni materiali, la ricerca del miglioramento personale al posto del profitto. È un'immagine che ha attirato letture opposte da parte di economisti e studiosi della fantascienza: c'è chi la interpreta come una critica postcapitalista radicale, chi la legge in chiave più moderatamente socialdemocratica, chi ne segnala le crepe — la comparsa di forme di gerarchia legate alla "reputazione" al posto del denaro, la persistenza di carestie e squilibri ai margini della Federazione, il sospetto che il benessere del centro si regga su rapporti meno equi con la periferia. Si tratta di un dibattito aperto, non di un consenso condiviso, ed è proprio questo a rendere la Federazione un caso di studio più interessante di una semplice favola perfetta.

Il secondo motivo riguarda la guerra, tema che il racconto pop di Star Trek tende a rimuovere. La Federazione immaginata da Roddenberry non è mai stata, di fatto, un luogo senza conflitto: la serie originale costruisce gran parte della propria tensione narrativa attorno agli scontri, mai del tutto sopiti, con l'Impero Klingon e i Romulani, due delle specie aliene ricorrenti della saga, spesso ostili alla Federazione; The Next Generation — il rilancio della saga in tv a partire dal 1987, che ne sancì la consacrazione presso il grande pubblico — mette in scena l'invasione dei Borg, una delle minacce più cupe mai affrontate dalla Flotta Stellare; Deep Space Nine dedica le sue ultime stagioni alla guerra del Dominio, un conflitto totale tra il 2373 e il 2375 che coinvolge tutte le grandi potenze del quadrante — nella geografia immaginaria della saga, una delle grandi regioni in cui è suddivisa la galassia — e arriva a mettere in discussione gli stessi principi morali della Federazione; Enterprise racconta una guerra preventiva contro gli alieni Xindi. La saga introduce persino una propria articolazione oscura dei servizi segreti, la famigerata sezione 31, che opera al di fuori dei valori dichiarati della Federazione in nome della sua sicurezza. Ciò che conta non è che questo smentisca la visione di Roddenberry, ma che la renda più credibile: l'utopia di Star Trek non è un mondo senza conflitto, è un mondo che continua a scegliere consapevolmente i propri valori nonostante il conflitto — una distinzione che la serie stessa, nei suoi momenti migliori, ha sempre saputo tematizzare.

Il ritardo italiano nella messa in onda

La storia della ricezione di Star Trek in Italia racconta qualcosa di specifico sul rapporto tra fantascienza e cultura politica nel nostro paese. La Rai, pur avendo trasmesso altre serie fantascientifiche complesse come Spazio 1999 e Doctor Who, ignorò Star Trek per oltre un decennio: non una semplice svista editoriale, secondo le ricostruzioni più accreditate, ma una forma di diffidenza politica verso un'utopia che mostrava americani, sovietici e alieni vivere e lavorare fianco a fianco, in piena armonia, all'interno della stessa società, in anni in cui una simile immagine risultava difficile da collocare nei rigidi palinsesti della televisione pubblica. La serie arrivò in Italia solo nel 1979, non attraverso la Rai ma grazie a Telemontecarlo, l'emittente che trasmetteva dal Principato di Monaco ed era captabile anche in Italia, e per di più sotto un titolo che ne cancellava ogni riferimento all'originale: Destinazione Cosmo, trasmessa con episodi fuori ordine e un doppiaggio realizzato senza alcun adattamento ufficiale coordinato con l'originale. Il pubblico italiano si trovò di fatto a dover decifrare da solo una serie priva del proprio nome e della propria cronologia.

Nonostante questo esordio anomalo, il fandom italiano attecchì comunque, portando alla nascita nel 1986 dello Star Trek Italian Club, e arrivando fino alle convention e ai documentari di oggi che ricostruiscono una storia cresciuta per anni ai margini dei canali ufficiali, senza mai scomparire del tutto. È un caso utile a ricordare che la circolazione della fantascienza non è mai stata un processo neutro: anche un'utopia pensata per essere universale ha dovuto attraversare filtri politici e editoriali molto locali.


Leggi anche: 1926-2026: Amazing Stories e la nascita della fantascienza moderna


Un’utopia ancora necessaria

Nel panorama della fantascienza contemporanea, dominato da immaginari distopici — crisi climatica, sorveglianza algoritmica, intelligenze artificiali fuori controllo — Star Trek resta un'anomalia. Non perché ignori i conflitti, come si è visto, ma perché continua a scommettere sulla possibilità che l'umanità possa attraversarli senza smettere di migliorarsi. È una scommessa che diversi osservatori, critici e semplici spettatori continuano a descrivere come un antidoto necessario al cinismo con cui gran parte della fantascienza recente guarda al futuro.

Il paradosso del 2026 — sessant'anni di eredità culturale, tecnologica e persino spaziale, festeggiati proprio nel momento in cui il franchise non ha una sola serie in produzione — funziona bene come immagine di chiusura, perché ricorda che un'utopia non è mai un risultato acquisito una volta per tutte. Va immaginata di nuovo, prodotta di nuovo, difesa di nuovo a ogni generazione: esattamente come, cento anni fa, la nascita di Amazing Stories aveva aperto lo spazio culturale in cui, quarant'anni dopo, sarebbe stato possibile immaginare un'astronave con un equipaggio come quello dell'Enterprise.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012