“Stelle cadenti” e vite deragliate: quando la traiettoria ti frega
A volte non si vuole ammettere che a un certo punto della vita una persona smette di pensare che, alla fin fine, tutto andrà bene. Era la promessa degli adulti che ti tenevano la mano quando piangevi al buio, era quella forza che ti faceva alzare con entusiasmo la mattina, e magari sì, era un pensiero ingenuo, di chi non guardava i telegiornali e non ascoltava nemmeno i bollettini plumbei della vicina pettegola, ma questa credenza un po’ miope sapeva regalare la speranza di cui c’era bisogno. La traiettoria era già tracciata, bastava mantenerla e fare tutto per bene.
In Stelle cadenti di Laura Marzi (Mondadori) questa certezza è esplicitata, e la si ritrova ovunque all’inizio del libro: nell’ambiente, negli oggetti, nel modo in cui la protagonista Ludovica guarda i genitori e, attraverso di loro, il proprio futuro.
Torino, primi anni Novanta: lei e il fratello Edoardo crescono in una casa piena di libri, opere d’arte, abiti scelti con cura. Sono figli di un padre carismatico, segretario regionale della Democrazia Cristiana, e di una madre elegante quanto anaffettiva. L’avvenire fulgido è dietro l’angolo, dubbi non pervenuti.
“ Discutevamo sulla forma che avrebbe preso il mio futuro, ma entrambi non avevamo dubbi sul fatto che sarebbe stato mirabolante Laura Marzi
Il giorno in cui tutto cambia
E poi c’è il punto di rottura: il padre di Edoardo e Ludovica viene arrestato nell’ambito dell’operazione Mani Pulite. È una deviazione che non si aggancia a niente di quello che conoscono, sembra qualcosa che riguarda gli adulti, un problema da discutere in un’altra stanza. Il suo nome viene pronunciato da uno sconosciuto con lo stesso tono con cui si leggono tutte le notizie, quella voce non fa nessuna differenza tra lui e gli altri.
Nessuno si preoccupa di spiegare ai bambini cosa sta succedendo, anzi, la madre li lascia a casa della domestica. Loro due stanno lì, ancora vestiti bene, ancora dentro una vita che fino a poche ore prima funzionava, e cercano di capire se quello che stanno vedendo ha davvero a che fare con loro.
“ I nostri genitori, lucenti nelle loro vite invidiabili, erano stelle che brillavano lontane Laura Marzi
Qualcosa si è rotto, ma non si sa ancora bene dove, e loro continuano a fare quello che hanno sempre fatto, anche perché non c’è alternativa. Solo che da quel momento in poi ogni gesto sembra leggermente fuori posto, come se appartenesse a una vita che non è più la loro ma a cui non hanno ancora smesso di obbedire.
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La caduta di cui non ti accorgi
Andando avanti viene il dubbio che la traiettoria in realtà fosse già leggermente inclinata, perché il modo stesso in cui quella famiglia stava in piedi conteneva qualcosa di instabile.
Arturo Montella era carismatico, brillante, capace di tenere insieme politica, relazioni, prestigio, non troppo duro, ma nemmeno affettuoso.
“ Per lui eravamo come degli alberi: saremmo cresciuti da soli Laura Marzi
I genitori lasciano una libertà che somiglia molto a un disinteresse organizzato, a una fiducia che non ha bisogno di verifiche perché non contempla davvero l’errore, e infatti Ludovica, a differenza di Edoardo, prosegue lungo la strada tracciata, inserendosi nel contenitore della carriera accademica, sapendo di essere la migliore. Finché non fa l’errore di fidanzarsi con un docente, molto più vecchio di lei, che invece di aiutarla la danneggia: quello che avrebbe ottenuto grazie ai suoi meriti si allontana, anche quando decide di trasferirsi in Francia.
Quello che colpisce non è tanto il fatto che Ludovica cada, ma il modo in cui continua a muoversi come se nulla fosse davvero cambiato. Non c’è un momento in cui si possa dire: da qui in poi la sua vita prende la direzione sbagliata. Piuttosto, si accumulano piccole deviazioni che, prese singolarmente, non sembrano decisive, ma che nel loro insieme producono uno scarto sempre più evidente tra quello che la sua vita doveva essere e quello che diventa: la traiettoria è cambiata, lei non se n’è accorta e non riesce a fermarsi.
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Un padre che non contempla deviazioni
Se la traiettoria di Ludovica continua a sembrarle lineare anche mentre si sta deformando, è anche perché è stata educata a pensare che una traiettoria esista sempre, e che sia riconoscibile. Arturo Montella è il tipo di uomo che non ha bisogno di alzare la voce per imporre un ordine, un uomo di successo convinto che tutto questo sia il risultato di una logica replicabile.
È presente come modello, più che come padre, e proprio per questo non contempla davvero la possibilità che qualcosa possa uscire dai suoi disegni, ma questo funziona solo finché il mondo resta coerente con le sue premesse. Quando smette di esserlo, la libertà che ha lasciato ai figli si rivela per quello che è: una forma di disinteresse che non ha strumenti per reggere l’imprevisto, e proprio per questo lui smette di accettare le loro scelte.
È stato tutto inutile
La caduta di Ludovica fa percepire un sonoro senso di ingiustizia: a differenza del fratello, lei non manda tutto all’aria: fa quello che deve fare, e lo fa bene. Studia, tiene il passo, continua a muoversi dentro quella traiettoria che le è stata indicata fin dall’inizio, e che lei non ha mai davvero messo in discussione. Solo che non basta.
È questo che smuove qualcosa nel lettore: non c’è un gesto che rompa davvero con il prima, con l’età dell’oro interrotta, forse addirittura per coincidenza, dall’arresto del padre, che poi si risolve un po’ in una bolla di sapone. E se semplicemente non bastasse fare tutto come si deve? A un certo punto quella traiettoria smette di portarla dove doveva, non la protegge più.
Ludovica non ha nemmeno la soddisfazione di una caduta stellare: la sua deriva si costruisce nel tempo, non ha nessuna grandiosità, nemmeno nel risultato finale.
A questo punto verrebbe da chiamarlo destino, ma è una parola che il romanzo rende sospetta. Non c’è nulla di inevitabile in senso tragico, nessuna forza superiore che spinge i personaggi verso un esito già scritto, ma allo stesso tempo non c’è nemmeno una piena responsabilità individuale che permetta di dire: qui si poteva fare diversamente.
Quello che resta è qualcosa di ambiguo, e forse più vicino all’esperienza: una serie di condizioni che rendono alcune direzioni più probabili di altre, una difficoltà crescente a correggere la traiettoria una volta che si è leggermente inclinata.
L’inciampo del finale
Il romanzo prende, perché quella traiettoria che a un certo punto smette di funzionare non è un’esperienza eccezionale, non riguarda solo chi ha avuto un padre arrestato o una famiglia che crolla. È qualcosa che si riconosce più facilmente di quanto si vorrebbe, soprattutto per chi è cresciuto con l’idea che bastasse fare tutto nel modo giusto per arrivare nel posto giusto.
Eppure, proprio quando sembra aver costruito fino in fondo questo discorso, il finale lascia una sensazione diversa, meno a fuoco. Lo scarto dalla traiettoria acquisita, quel tentativo di cambiare direzione per aprire uno spazio diverso, ha senso dentro quello che il romanzo racconta, ma arriva troppo tardi, senza sembrare davvero preparato. Non è tanto una svolta, quanto una possibilità che viene accennata nelle ultime pagine, come se ci fosse bisogno di un’uscita ma non fosse del tutto chiaro dove la si deve portare.
Resta l’impressione di un’aggiunta, di un finale che prova a rimettere in moto qualcosa che per tutto il libro era rimasto fermo, o meglio, che si era mosso senza mai davvero cambiare direzione. È l’unico momento in cui la traiettoria diventa una scelta vera, e forse proprio per questo sembra meno convincente.
A parte questo, Stelle cadenti è un romanzo che funziona nel modo in cui racconta un ciclo di piccole deviazioni senza controllo e soprattutto nel modo in cui lascia il lettore con un dubbio che non lo lascia in pace. Il dubbio che non sempre ci sia qualcosa da correggere, e che a volte la traiettoria si limita a portarti altrove, anche quando hai fatto tutto come si deve.