CULTURA

Sullo scaffale: Il buon male, la teoria della resistenza di Samanta Schweblin

Samanta Schweblin torna in libreria con una nuova raccolta di racconti, stavolta per Einaudi (prima in Italia era pubblicata da Sur): si intitola Il buon male ed è strepitosa. Il viaggio nelle storie che la scrittrice argentina mette sulla pagina è un’esperienza liminale in cui il cuore, la pancia e la testa di chi legge vengono chiamati in causa insieme e reagiscono in modi solo apparentemente inattesi.

La sensazione predominante, nella sua letteratura, è quella della sospensione: una sorta di allerta allaga le pagine, il senso di inaspettato pervade i silenzi come se un pericolo incombesse alla parola successiva. Sembra quasi che la ragione (dei personaggi o di chi legge) possa svirgolare e abbandonarli, lasciando il lettore in balia di una sua propria solitudine davanti ai fatti che accadono senza posa.

Questo è talento puro. Ma sicuramente anche mestiere. E non è certo letteratura dell’orrore quella che lei produce – anche se l’abilità di Schweblin è la stessa di un certo King, e, come per tutti gli scrittori di paura, ci deve essere una conoscenza affilatissima delle reazioni di chi legge a ogni parola di chi scrive.

Di questo Schweblin, che insegna scrittura creativa da molti anni, è estremamente consapevole.

In una lectio tenuta all’Università di Padova, spiega: “‘Questa sensazione è sempre stata qui’ penserà il lettore quando quell’impulso che aveva avuto origine nello scrittore finalmente giungerà a lui. ‘Questo pensiero è sempre stato dentro di me’ penserà il lettore ‘solo che prima non sapevo come riconoscerlo’.”

In che senso? Nel senso che la letteratura accade. Un romanzo o un racconto dentro a un libro chiuso non sono altro che testi morti, idee più o meno straordinarie che non accadono a nessuno. C’è chi scrive e c’è chi legge. Se uno dei due viene a mancare, non c'è letteratura, spiega.

A uno dei due è chiesto di lasciar fluire ciò che procede dal testo, al primo invece – lo scrittore – è chiesto di dominare l’intero processo, perché ne è creatore e l’abilità di cui deve essere maestro è la resistenza alle sue stesse parole.

“Mi affascina il potere di invocazione della lingua – aggiunge Schweblin –. Dire, per esempio: ‘Non c'è una teiera sul tavolo’ costringe la grande maggioranza del pubblico non solo a scegliere la teiera, ma a fare lo sforzo quasi impossibile di farla sparire. Una parola nomina un oggetto e la sua forza di invocazione è tale che la sua materialità supera la logica grammaticale della sua negazione. Una volta che la teiera è sul tavolo non c'è modo di farla scomparire”.

Cosa immaginiamo noi lettori quando leggiamo gli incipit di questi suoi nuovi straordinari racconti?

“Salto in acqua dall’estremità del pontile e vado sotto tappandomi il naso. Dopo l’impatto iniziale apro gli occhi, mi abbandono, attenta alla caduta che pian piano si addolcisce, ai colori nuovi intorno a me, più intensi e cangianti. Continuo a scendere, resisto senza respirare”.

“Quasi vent’anni dopo l’incidente, Elena mi chiama a Lione. Non riconosco la sua voce, ma quando dice il suo nome so perfettamente con chi sto parlando”.

“Ero partita per Shanghai qualche mese dopo la notizia della sua malattia e poco prima dell’inizio della sua terapia”.

“Mio padre risponde al telefono. Ha ventisette anni e come tutti, negli anni Novanta, alza il ricevitore senza sapere chi stia chiamando”.

“Compariva in negozio ogni due settimane. Qualcuno la intercettava subito e la accompagnava discretamente nel retro perché le altre clienti non la vedessero e non dovessero sentire il suo odore”.

“Saliva al terzo piano dell’Istituto Graziano e si sedeva sulla panca di legno, proprio davanti alla camera di sua madre. Se arrivava dopo il giro del pranzo, trovava gran parte degli anziani addormentati, e poteva leggere di spalle al sole per un pezzo, in un silenzio pressoché completo. A volte si assopiva anche lei. Non entrava quasi mai in camera di sua madre, che comunque non la riconosceva più”.

Hanno tutti la stessa cifra: entrano in medias res, sconvolgono nel loro non dire nulla di straordinario ma insieme nel lasciare la sensazione che ci sia qualcosa di strano: ed è nel lettore che si producono le infinite possibilità di inquietudine.

Schweblin è ben consapevole del processo che mette in atto e si chiede: “Chi scrive ha davvero un controllo così evidente su chi legge? Il problema è che leggere noi stessi è un atto estremamente complesso e a volte il fatto che il lettore non abbia una percezione concreta, forse direi attenta, meno inconscia, di ciò che accade nella sua testa durante la lettura fa parte della trappola”.

Ma di una cosa è certa: “La lettura di una frase avviene al ritmo di una danza a due. Un passo lo scrittore, un passo il lettore. Quando Raymond Carver apre il suo racconto Mirino dicendo ‘Un uomo senza mani bussa alla porta per vendermi una fotografia della mia casa’, il lettore si domanda: ‘Chi è quell'uomo? Perché bussa alla porta? Come ha bussato se non ha le mani? Com’è possibile allora che abbia scattato una fotografia? Perché proprio una foto della sua casa? Perché vuole vendergli la foto?’. Lo scrittore provoca e il lettore reagisce. Lo scrittore scrive sulla pagina, selezionando con rigore una parola dopo l’altra, ma scrive soprattutto nella testa del lettore.

E racconta poi un esperimento che ripete identico da quindici anni con i suoi corsisti di scrittura creativa, ossia chiede agli studenti di disegnare velocemente cosa “vedono” nell'ascoltare la frase “sono in spiaggia con mamma e papà”. La grande maggioranza di loro traccia la linea del mare, ci aggiunge il sole, gli ombrelloni, persone in costume e perlopiù la voce narrante è per tutti quella di un bambino di meno di dieci anni. Peri corsisti, quindi, è giorno e fa caldo.

Spiega allora Schweblin che se lo scrittore dopo questa frase aggiungesse “fa caldo e abbiamo portato l’ombrellone” allora calpesterebbe il lettore occupando il suo spazio. Schweblin chiama resistenza, quindi, il modo di procedere che deve avere chi scrive: “La sinergia tra scrittore e lettore si attiva se non si procede spingendo ma opponendo resistenza” come quando si rema, in un doppio movimento speculare, che produce uno spostamento in linea retta ma è fatto di due forze, un po’ come dice il principio newtoniano di azione-reazione, per cui se tocchi la mano di qualcuno la mano tocca te. 

Se a “sono in spiaggia con mamma e papà” lo scrittore aggiungesse “è notte, papà ha 80 anni ed è appena uscito dall'acqua” il lettore percepirebbe una sorta di attrito tra la prima e la seconda frase: questa è la resistenza che Schweblin suggerisce che lo scrittore metta in campo “camminando vicino al lettore, ma non esattamente dove ci saremmo aspettati”. 

I suoi testi sono magnificamente fatti così. Che raccontino di una donna che vorrebbe morire e finisce con lo spellare conigli; di un cavallo che compare nel giorno sbagliato in cui un incidente segna la vita di tutti i presenti; o di un bambino che inghiotte una pila, si ammala e condanna i suoi genitori alla rovina; o di una donna che sembra un fantasma e invece sopravvive, diversamente da una delle ragazze protagoniste che muore quando non dovrebbe, la sensazione del lettore è quella di arrendersi restando in tensione. Mai come in Schweblin la sospensione dell’incredulità del lettore è totale e la lettura diviene un’esperienza trasformativa. Non è un caso che si dica che potrebbe essere una delle possibili vincitrici del prossimo Nobel per la Letteratura.

La lettura di una frase avviene al ritmo di una danza a due. Un passo lo scrittore, un passo il lettore. Lo scrittore scrive sulla pagina, selezionando con rigore una parola dopo l’altra, ma scrive soprattutto nella testa del lettore Samanta Schweblin

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012