CULTURA

Sullo scaffale: Chiara di Antonella Lattanzi

Siamo tutti stati bambini, ragazzini e poi adolescenti, e il mondo che si estendeva fuori dai nostri occhi era qualcosa che potevamo cogliere con una sensibilità acuita dal fatto di essere ancora “nuovi”, inesperti delle dinamiche dell’esistenza. La giovinezza è in qualche modo uno stato dell’anima che permette a ciò che esiste fuori di noi di essere molto vivido, perché percepito da uno sguardo “in carne viva”.

Antonella Lattanzi, nella sua ultima – splendida – fatica, Chiara (Einaudi, 2025), si riconferma una narratrice eccezionale che riesce a restituire esattamente questo.

La storia che mette sulla pagina è quella di Marianna e di Chiara, raccontata in prima persona da Marianna, che diventano migliori amiche (così avrebbe detto qualcuno, le due mai si definiscono in alcun modo) e in questa maniera guadano la vita e sopravvivono alle angherie della scuola, dei compagni, ai brividi dei primi amori (e del sesso) ma soprattutto affrontano stringendo i denti le violenze domestiche che ciascuna delle due subisce dal proprio padre – e che non vorrebbe non solo che non fossero scoperte dal mondo esterno, ma nemmeno che potessero far del male all’altra.

“Ci vorrebbe un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono”.

Le paure, le difficoltà, i sogni sono quelli di tutti – adulto o adolescente che sia, nordico o meridionale, benestante o poveraccio – ma la storia si incardina nella sua gran parte in una Bari degli anni Novanta e a tratti viene qui, al tempo presente, mostrandoci cosa accade oggi a una donna che comprendiamo essere una delle due di cui leggiamo nel resto. Come si manifesta una vita? Dove approda? I sogni sono bolle di sapone?

Lattanzi traduce in parola l’esuberante potenza della giovinezza, anche quando è dolore.

“Adesso sono una persona adulta, e so cos’è un colpo al cuore. So che può venire per amore, per paura, per sorpresa, per ansia, per eccitazione”.

Lattanzi ci racconta come si sopravvive a sentirsi una figlia non voluta, ci racconta le festicciole che fuori hanno i palloncini e dentro la paura che papà possa trasformarsi nel mostro. Eppure Marianna pensa: “Io non so se si può capire ma qui sta un aspetto, una faccia del prisma, del legame terribile e meraviglioso che avevamo io e mio padre, io l’ho chiamato per anni vero amore”.

Le due amiche scappano, si confidano, imparano “che la felicità è un lavoro” e che “c’è un destino nelle tragedie” ma vivono con quella leggerezza e resistenza quasi impossibili da immaginare e che hanno qualcosa a che fare con l’istinto di sopravvivenza, quello che ha soccorso gli uomini al fronte, nei lager, quello che anima chi è malato ma vuole ancora vivere.

Questo romanzo pulsa di vita.

E non a caso è anche pieno di musica, che esce dalla radio e si fa strada nei pensieri così come nella narrazione, per esempio così: “Io e Chiara [a casa] non ci tratteniamo come a scuola, scoppiamo a ridere, e credo anche mia madre perché sento un suono femminile più adulto dei nostri e di sicuro mio padre pure ride, il labrador sbuffa, la radio dice che non è un segreto, dai, lo sanno tutti, e lei è buffa quando cerca di nascondersi alla gente”; o così: “Io e mio padre cantavamo a squarciagola che non è facile ricominciare tutto, meglio lasciar stare, dai, non rifare un letto ormai disfatto”.

E non a caso c’è il labrador, che è una sorta di nume tutelare silenzioso, il correlativo oggettivo di quanto accade dentro casa di Marianna, l’intuito animale che comprende più di tutti.

Ma Chiara, invece, chi è? Chiara è colei di cui ci innamoriamo per la sua forza e la sua fragilità insieme, è quella che in classe viene presa in giro, è lei che è capace di capirti e di aspettarti, di ridere per gioia e per dolore: Chiara è quel frangente di immortalità che prende forma quando siamo giovani e incontriamo per la prima volta l’altro.

Lattanzi riesce a mostrare tutto questo senza dirlo, come si usa dire nei manuali di scrittura, e nelle sue parole prende forma non solo il talento ma il cuore, al punto che viene fin voglia di ringraziarla. Leggendola ci si convince che non importa come va a finire, o forse sì, ma solo per dovere di cronaca: le vite non vanno valutate al traguardo, ma nella loro capacità iniziale di rompere l’inerzia.

“È proprio vero che la vita è meravigliosa, orribile, una sorpresa, una conferma, tutto quello che vuoi e tutto quello che perdi, combattere per non perdere, combattere per salvarsi e scappare; una corsa di resistenza su una pista stinta nel cortile di una scuola media di periferia, di fronte a una fabbrica di amianto che uccide le persone col respiro, una corsa con il fiato che si accorcia e il sole che si sfoca e le persone che, man mano, traballano”.


LEGGI ANCHE:

Intervista ad Antonella Lattanzi su "Questo giorno che incombe"


Ci vorrebbe un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono Antonella Lattanzi

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012