CULTURA

Sullo scaffale: Fox di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates è maestra indiscussa. Oltre a essere prolificissima (i soli romanzi per adulti, con la sua firma o sotto pseudonimo, sono più di una sessantina ma quasi altrettante sono le raccolte di racconti, oltre alle novelle, alle opere di poesia, ai lavori per bambini e ragazzi per non parlare dei saggi), la scrittrice statunitense pluripremiata di quasi novant’anni riesce – ogni volta – a fare canestro.

Fox, in libreria da pochissimo per La nave di Teseoè un romanzo dei suoi: enorme, poco rassicurante, strutturato, per nulla consolatorio. Ipnotico. E, in giornate di corse frenetiche al botteghino per vedere l’Odissea di Nolan, non ci si può non chiedere quale superpotere, che noi non abbiamo, sia dato agli americani quando decidono di raccontare (o, alternativamente, con quali vitamine gli venga addizionato il latte della colazione fin da bambini).

Perché Fox, oltre a essere – come l’Odissea – poderoso (722 pagine), è anche un turning-page: non importa che i concetti vengano ripetuti più e più volte (troppe?) al punto che viene di pensare che la scrittrice abbia una qualche forma di grafomania (e il numero delle opere, insieme alla mole, lo confermerebbe). Chi legge vuole assolutamente andare avanti.

Qui ci imbattiamo nella storia di Mr. Fox, docente di inglese alle scuole medie, novello Humbert Humbert – il protagonista di Lolita (che lui aborre, peraltro, almeno ufficialmente), trovato morto con la sua auto bianca in un burrone, dilaniato dagli avvoltoi. A rendersi conto che c’è un uomo, laggiù nel dirupo, sono due fratelli, per diverse ragioni inseriti nella meschina, routinaria e sempre assolutoria vita della provincia americana.

Di Fox sono innamorati tutti, o meglio, tutte. Dalla direttrice della prestigiosa scuola privata in cui insegna a sua nipote – l’unica a sapere che l’uomo aveva cambiato nome per nascondere un incidente diplomatico – passando per la bibliotecaria; dalla mamma medio borghese di una delle sue sfortunate allieve (sfortunate perché figlie di famiglie disfunzionali, direbbero oggi gli psicologi in televisione) alle allieve stesse, soprattutto quelle speciali, le sue gattine, con cui l’uomo ingaggia una lotta manipolatoria e seduttiva e di cui carica le foto discinte (che scatta dopo averle addormentate con una crostatina all’albicocca addizionata di calmante o che si fa mandare previa promessa di cancellarle) su un sito pedopornografico dal didascalico nome di Belle Addormentate 2013.

La perizia legale parla di “morte incerta” contemplando insieme omidicio, suicidio e possibile incidente; e noi che leggiamo, leggiamo forse per scoprire come ci è finito, senza vita, Mr. Fox nella riserva? No, di certo. Non sarebbe un libro di Oates ma di qualche suo, altrettanto plurivenduto, conterraneo autore di thriller da ombrellone.

Joyce Carol Oates ci strega con la sua disamina del male. Nel mostrarci il fascino morboso dell’impossibile: di tutto ciò che non andrebbe nemmeno pensato eppure accade, sotto la soffice e calda coperta della vita borghese di provincia.

È un pallino dei grandi americani da Franzen a Donna Tartt quello di raccontare e raccontare la colpa senza mai pronunciarla.

Certo nell’ultima parte del libro, quando oramai abbiamo messo a fuoco le dinamiche e i personaggi in tutte le loro fievoli luci e profondissime ombre, a spingere avanti l’azione è proprio la ricerca del colpevole da parte delle forze dell’ordine e l’epilogo contiene infatti l’atteso twist. È una storia vera? si domanda il lettore, come ultimo dubbio.

Anche questo non importa. Le storie di Oates sono tutte vere perché questo è il grado di realtà di personaggi e vicende che, in mano alla romanziera, sono più che quadridimensionali: contengono infatti quel grado di universalità che ci fa amare e odiare i protagonisti della tragedia greca, quella vastità contraddittoria che permette a Nolan di leggere la “sua” Odissea dentro quella di Omero.

Mr. Fox non è (solo) un pedofilo. Mr. Fox è un uomo, e, per dirla con Walt Withman, “contiene moltitudini”. Così le sue gattine, le mamme, il bidello della scuola e i suoi figli (quelli che hanno ritrovato il cadavere), discendenti di un antenato sfortunatamente noto per essere il responsabile di un disastro (le colpe dei padri ricadono sui figli?), gli stessi padri e le ex mogli, gli investigatori, la direttrice. L’umanità tutta.

A muoverli è un disperato bisogno d’amore che si trasforma in stortura, concentrando la vendetta divina su Eunice, Mary Ann, Genevieve: troppo giovani per sapersi difendere; troppo diverse per essere comprese dalle loro famiglie – con o senza danaro – in un mondo in cui gli uomini per qualche ragione lasciano il nido e offrono il fianco della loro famiglia a un possibile nemico; troppo fragili ancora, crisalidi in trasformazione, per trovare salvezza da sé

Joyce Carol Oates scrive un libro sul danno, sulla diversità, sull’incapacità di guardare e di riconoscere l’altro. E lo fa mascherandolo da storia nera tout-court quando in realtà i suoi sono libri di pura introspezione psicologica: uno “show don’t tell” da manuale. Il suo talento smisurato si manifesta nella voce con cui racconta la storia: in quel narratore in terza persona appoggiato ora su un personaggio ora sull’altro (persino sul cane della direttrice della scuola) che deposita dettagli su dettagli nella mente di chi legge a comporre un puzzle in cui l’ultima tessera è in mano al lettore.

Non c’è da stupirsi che il libro “funzioni” sotto tutti i punti di vista e non a caso l’autrice non ha quella nostrana remora di voler scrivere un libro “impegnato”. Lo è. Ma è anche tanto gustoso da leggere.

Mai è esistito un tempo in cui io non sia stata innamorata di Mr Fox. [...] Nel tempo che precede il tempo, siamo tutti bambini, non c'è "età" che ci separi Joyce Carol Oates

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