CULTURA

Sullo scaffale: Gioco di prestigio di Luca Ricci

Gioco di prestigio è il titolo del nuovo romanzo di Luca Ricci, uscito da poco per La nave di Teseo, e mai come in questo caso vale il detto nomen omen. Ricci riesce infatti nell’ennesima prova funambolica di tenere insieme infiniti piani, fare suo il lettore, e (probabilmente) dire come la pensa.

Il protagonista della sua storia è un sedicente barbone che bazzica nei pressi di Castel Sant’Angelo dove conosce una giovane donna con cui inizia un ironico flirt. Il dialogo tra i due, inframmezzato da capitoli in cui il protagonista ripercorre la storia della sua vita, è infatti una collezione di twist sagaci e profondi che mostrano come sia possibile guardare ai nostri universi con occhi smaliziati e lieti insieme, senza voler seguire la deriva nichilista che affligge il nostro pensare di uomini e donne contemporanei facendosi verbo ovunque. Leggendo Ricci, in altri termini, ci si diverte; oltre a venire appagato il desiderio dell’orecchio (interiore) di bearsi di una certa qual musicalità della prosa.

Prendiamo per esempio gli incontri – cui (altrove) siamo abituati – e confrontiamoli con quello del romanzo:

“‘Vuoi raccontarmi qualcosa di te?’ le chiedo a bruciapelo.

‘Questa domanda è vietata, avevamo detto che il passato non doveva distoglierci dall’obiettivo.’

‘Uno strappo alla regola.’

‘Strappa qui strappa là, potremmo ridurci a brandelli.’

‘Non mi dici niente?’

‘Non te lo dico.’

Divento infantile. ‘Allora non te lo dico nemmeno io.’

‘Ma non te l’ho mica chiesto!’

‘E io non te lo dico lo stesso.’

‘Ok, non ho nulla in contrario. Anzi mi fa piacere che tu non mi dica le cose che non mi interessa sapere.’

M’imbroncio, desiderando di essere uno di quegli stupidi parrocchetti verdi per spiccare il volo e andarmene via.

‘Riflettendoci, è impossibile avere una reale comunicazione tra esseri umani senza prendere in considerazione anche il passato’, mi picco.

‘Dici?’

‘Sarebbe un’omissione continua.’

‘Basta parlare senza voltarsi indietro.’”

La schermaglia tra i due è tutta così: dalle tazze in regalo al supermercato che in regalo non sono, alla decisione sfoggiata da lui di chiedere davvero l’elemosina, alla controproposta di lei di vivere da barboni insieme per qualche giorno (“‘Quando cominceremo a puzzare?’ domanda. ‘Abbiamo già iniziato’”) fino al dormire insieme (“Potrei derubarla, perfino stuprarla, con facilità. Mi limito a indugiare sulla perfetta sfericità delle sue ginocchia al chiaro di luna. Il chiaro di luna blandisce un poco le storture, è la crema esfoliante del mondo”).

Ma Ricci non rinuncia alle sue ossessioni – e ben presto il suo protagonista si rivela un grande, anche se infelice in termini di risultati (il soprannome che gli dà la sorella è Ciuccia Nuvole), esperto di letteratura. E nel romanzo arrivano Kafka, Byron, Shelly, Bernhard, Melville e il suo “I’d prefer not to”, T.S Eliot e altri, ma pure il bestsellerista Saviani inventato dalla penna dello scrittore dietro al quale si celano tutti i possibili bestselleristi del Paese. Sul punto il protagonista ha le idee chiare che sfoggia, sottoforma di storiella, con la sua interlocutrice quando racconta di uno scrittore che frequentava i reparti di ostetricia degli ospedali per intercettare i lettori del futuro. Una volta che, accidentalmente, un suo romanzo aveva avuto un grande successo “era cresciuto anche il suo malcontento. Non capiva che cosa fosse andato storto, per quale ragione la sua letteratura improvvisamente fosse diventata di consumo, estemporanea, fatta per l’oggi. ‘Dove ho sbagliato?’ si chiedeva in continuazione […]” e lo stesso protagonista, da par suo, invece, si deve confrontare con la difficoltà dello scrivere: “Non occorre niente, all’apparenza, a parte il talento. Forse neanche quello. Occorre solo il bisogno di farlo, la volontà di esprimersi. La pulsione di non star zitto, di non reclinare la testa, di non rassegnarsi. […] Che cosa mi è mancato per usare l’inchiostro?”.

L’amore verrebbe voglia di rispondere al lettore con più afflato. E con Luca Ricci giocherebbe in casa, perché, nonostante l’ironia e la sagacia, Gioco di prestigio è in definitiva un vero e proprio romanzo d’amore contemporaneo. Non di quell’amore (e di quei romanzi) in cui si sprecano le romanticherie, tutt’altro, ma rappresentativo di quelle situazioni dove il legame sotterraneo tra due essere umani traspare come dato di fatto e non c’è bisogno di addomesticare nulla. C’è poi da dire che Luca Ricci sul tema, in questo modo, ha già dato parecchio, dalla raccolta di racconti L’amore e altre forme d’odio fino a Gotico rosa passando per la quadrilogia de Le stagioni.

Quando qui, in Gioco di prestigio, il protagonista stuzzica la sua interlocutrice sul tema, lei non ha dubbi: “Io credo che l’amore non sia un sentimento edificante e perbene. Io ho commesso una miriade di nefandezze, ma sono rimasta fedele all’amore” dice, eppure, verso la fine non può che essere diversamente, proprio perché siamo dentro un gioco di prestigio: “L’amore è il più grande illusionista sulla piazza. E d’altronde non si può fare a meno delle illusioni per campare. Anche il disincanto non è nient’altro che una forma particolarmente raffinata di illusione. Non è un illuso – il più tenero tra gli illusi – chi sostiene di non credere più a nulla? Il nichilismo è un’ideologia come le altre e nessuno può fare più a meno dell’amore. Magari anche solo per parlarne male, salvo poi scoprire che il batticuore è tornato”.

Non si può che dire grazie a Ricci, che tiene insieme il diavolo e l’acqua santa, il riso con la derisione, l’ironia con l’amore, l’amore con l’elemosina. E la letteratura.

Il chiaro di luna blandisce un poco le storture, è la crema esfoliante del mondo Luca Ricci

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