CULTURA

Sullo scaffale: iGirl di Marina Carr

Chi è la ragazza? Quella girl che nel testo della drammaturga irlandese Marina Carr iGirl (appena tradotto in italiano per Einaudi e sbarcato a teatro in Italia con – e per la regia di – Federica Rosellini) parla, canta, urla, racconta, ricorda?

Chi è quella donna che ricostruisce il lungo percorso che dagli albori della specie ci ha portati fino a qui nella lotta – vinta – contro i Neanderthal con cui siamo imparentati e di cui dice che siamo assassini? 

Non si sa.

Chi è lei che narra di sacrifici, di lotte fratricide, ossa bruciate e carni spellate? Di sacrifici umani? Chi è?

Non si sa.

Eppure lei è Antigone, Edipo, Giocasta, Giovanna d’Arco, una Ragazza: lo afferma in quel suo cantilenare. È una ragazza con il padre morente, una che va dalla sciamana per sentirsi dire la sua vita, una creatura in cerca di spogliare il mondo dalla sua falsa bellezza: guarda l’incedere dei fatti già accaduti e scava.

Qual è il luogo dove questo accade? Dove tutto questo viene svelato? Dove la parola facendosi materia costruisce il mondo perché legge e canta con voce affilata e straziante l’immaginato e il vissuto?

Non si sa.

Si conosce almeno il tempo in cui tutto questo avviene?

Sì. È il tempo presente: potrebbe essere oggi, oppure ieri così come anche un domani prossimo, in cui la direzione intrapresa dal cammino degli uomini e delle donne non è cambiato. Di certo è potuto già accadere quello che il mito scrive: è un tempo nietzschiano in cui Dio è morto e con lui tutti gli altri – persino Demetra e la figlia Persefone – ma non quel Plutone nel cui regno sono finite.

È un tempo mortifero quello che racconta Carr. È il nostro.

La drammaturga non fa sconti. Racconta storie che suonano come maledizioni e suggeriscono, in tralice, risposte infauste a domande archetipiche, affondando coltelli che se fossero soltanto lame ci lascerebbero ancora illusioni: invece sono esplosioni di rara violenta bellezza. Deflagrazioni senza speranza.

“Questo non è un canto sul seno / O sulla misoginia / Non che non siano temi importanti / È che ancora non li capiamo / Il seno è come la teoria delle stringhe / In connessione con tutto / Così evidente che dobbiamo negarlo”.

È un testo femminista, in cui l’ode all’uomo (ma ce n’è anche una agli ominidi, cioè noi) lo definisce provocatoriamente come “favolosa creatura scomparsa che si presentava con la coscia del cervo”. È il riconoscimento di un meccanismo inceppato – che ha cominciato a incepparsi così tanto tempo fa da risalire al mito, in particolare in quello dove l’incesto si compie e prolifica e che ha suggerito ai contemporanei letture che ancora ci ingabbiano. 

“Chi avete amato? È stata una tortura?”

Siamo tutti con gli occhi bucati e i piedi gonfi e incatenati come Edipo, donne che hanno cercato un porto sicuro accogliendo nel ventre il suo proprio frutto per sentirsi di nuovo al sicuro: “È stato come / Tornare a casa / Familiare / Rassicurante / Caldo”. Perché tutti noi, che ci siamo impiccati per vergogna o disgrazia, o che ci abbiano arsi vivi, replichiamo “Il problema dell’abbandono / […] che non ha mai cittadinanza / Tutte le ricchezze del mondo /Gli onori /Gli orpelli /Scompaiono / Davanti a / Una notte / Sul Citerone”

C’è la rabbia di quel che è stato e che ci ha resi quel che siamo: “Noi inventiamo / Le storie / Che ci servono / Perché / Siamo terrificanti / Noi homo sapiens”; infatti “La specie sbagliata / È sopravvissuta”.

Noi siamo la girl che vede morire troppo presto a sua madre e accompagna suo padre sul letto di morte e se certo questo è l’ordine delle cose, la morte ci riempirà comunque in eterno gli occhi di pianto ogni volta che un genitore muore, anche se i suoi, di lei, restano asciutti. Non importa poter telefonare e dialogare a tu per tu con la luna: niente cancella il dolore

Carr è durissima in questo suo testo libero, visionario, poetico, arrabbiato, graffiante, rassegnato e insieme sanguinante.

Il senso è intriso nel suono delle frasi, nelle sincopi, nelle urla che le parole scritte non possono che sussurrare. Gli occhi accecati, la brama di morte e di vita, il caleidoscopico mistero della sopravvivenza dell’essere sbagliato, l’inadeguatezza, l’incesto, la paura, la forza e il terrore: Carr mette tutto e tutto dosa. Eppure tutto arriva addosso al lettore, liberandolo.

Federica Rosellini che interpreta questa voce parlante a teatro (e ne fa anche la regia di cui è dramaturg Monica Capuani, traduttrice del testo insieme a Valentina Rapetti) la esaspera.

Sovrappone al grido delle parole il corpo tatuato che va spogliandosi fino al nudo integrale mostrandoci, in riprese che si alternano alle proiezioni di neve, ghiacci, terra e polvere, scritte che sono segni incisi: il matto degli Arcani; la foresta che brucia come bruciano le carcasse dei nemici uccisi o Jeanne d’Arc in ginocchio con un ramoscello di lavanda tra i seni; e ancora bocche; morsi; animali.

Non serviva calcare così. Bastava la forza delle parole: eppure l’interpretazione è ineccepibile. La performer inizia dalla platea e periodicamente ci torna, vicino a noi, tra di noi: è una di noi. Si distende, si agita, si calma. A tratti ci spaventa. Non può non soffrire: ontologicamente il dolore la attraversa perché quella che racconta è una storia d’orrori ed è la nostra. Ma non si autocommisera. Attacca. 

Lei è Antigone, è Edipo, è Giocasta, è Giovanna d’Arco, è la Ragazza. È il destino delle donne. E quindi del mondo. E con questo fardello canta, sovrapponendo la sua voce alla sua voce in brani celeberrimi degli anni Novanta con nuove sonorità (Sweet dreams degli Eurythmics, I will always love you di Whitney Houston e diversi altri) in un effetto canone che altera il senso del tempo e del destino.

La sua compagna di sventura è una gallina metallica, dal collo removibile e ripulibile, non certo migliore di noi e incapace come lei di piangere, che lei abbraccia. Ma sono evocati anche cervi, squali, balene, gechi, teste mozzate, acqua che sommerge, pianeti che forse sono il nostro o forse no.

È innegabile che il teatro e la letteratura, mescolando le arti e le tecniche – la tecnologia –, stiano cercando, in casi come iGirl di Marina Carr, una via per amplificare le domande, esasperare la vertigine, scuoterci, farci reimparare a guardare dentro mentre guardiamo fuori. E non è un caso che tutto questo muova dal mito, ancora una volta l’Edipo di Sofocle. Insieme ai Neanderthal, una gallina, le canzoni, le immagini della terra, la sospensione del giudizio e il pronunciamento della condanna.

Chi avete amato? È stata una tortura? Marina Carr

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