Sullo scaffale: Io sono Wafaa, intervista a Wafaa Amer vincitrice del Premio Cortina della Montagna
Immagine generata dall'AI
Il Premio Cortina d’Ampezzo della Montagna quest’anno è andato all’egiziana Wafaa Amer, arrampicatrice classe 1996, che in Io sono Wafaa, scritto insieme a Guendalina Sibona per Solferino, tratteggia un’esperienza che travalica lo sport e la montagna raccontando di sé e del suo percorso di ricerca di un’identità a cavallo tra due mondi.
La storia comincia molto prima delle pareti di roccia, in un piccolo villaggio egiziano dove Wafaa trascorre l’infanzia insieme alle sorelle, affidata soprattutto alle cure dell’amato nonno Alì mentre i genitori cercano di costruirsi una vita in Italia. A nove anni li raggiunge in Piemonte e il passaggio da un mondo all’altro è brusco: una lingua che non conosce, i pregiudizi con cui deve confrontarsi, un padre rigido e anaffettivo e una libertà sottoposta a continui divieti. L’arrampicata arriva quasi per caso, durante le ore di ginnastica alle scuole medie, e diventa progressivamente una via d’uscita. Il libro segue da lì la conquista di un’autonomia che è insieme concreta e interiore: la storia di una ragazza che, prima ancora di imparare a superare i limiti sulla roccia, deve capire quali dei limiti imposti alla sua vita sia disposta ad accettare.
“Se chiudo gli occhi, posso vedere chiaramente le vie polverose di Aghour, le strade ancora oggi non asfaltate, i venditori di datteri freschi all’uscita da scuola, le rane che saltano nei campi acquitrinosi, i minivan sovraffollati per spostarsi da un posto all’altro, le gru” scrive, facendoci capire quanto stratificato sia il suo mondo (come in fondo quello di ciascuno), fatto di ricordi, di sospensioni e di affondi nella memoria, che restano indelebili. Al contempo però: “Un giorno […] ho visto un’auto arrivare e il cancello aprirsi. Mi sono fermata per sbirciare all’interno e non è stato quel che c’era nella villa a stupirmi, ma quello che vidi nell’auto. Una donna al volante. Una donna. Al volante”.
Questo è il percorso interiore e nel mondo compiuto da Wafaa: dal villaggio in cui la vista di una donna che guida è per lei fonte di shock a essere una giovanissima atleta capace di firmare salite su vie storiche come Radical Chic e Hyaena.
“In questo momento, mentre sono qui attaccata a Hyaena, mi succede una cosa assurda: mi sento sdoppiare. Percepisco una Wafaa che si stacca dalle mie spalle in tensione e si libra dentro di me, nell’aria. Una Wafaa volante che, guardando sé stessa appena in parete, inizia a indicarle i passaggi. Uno spirito guida, un alter ego saggio, qualcosa del genere”.
Nella motivazione del Premio Cortina che la giuria presieduta da Marina Valensise le ha conferito si legge: “Il suo è il racconto di una guerriera che nello sport trova il suo riscatto e nell’arrampicata la via maestra per emanciparsi e sentirsi finalmente italiana. Andrebbe letto da tutti, non solo dagli amanti della montagna, per capire meglio le difficoltà dell’emigrazione e un modo intelligente per farvi fronte, imparando con dolore e fatica ad accettare sé stessi per essere liberi”.
E chi scrive aggiunge che Wafaa Amer ha conquistato il carattere di chi ha dovuto tener duro con ostinazione ma senza dimenticare la dolcezza, facendo forse tesoro del consiglio della nonna che, in Egitto, davanti a qualsiasi problema offriva alle nipoti la soluzione: Kuli huta. Mangiati un pomodoro! La abbiamo intervistata.
Wafaa, com’è nato il desiderio di raccontarti in un libro?
“Il desiderio è nato undici anni fa, quando ero ancora dentro una situazione familiare molto pesante. Avevo molta rabbia, perché sapevo che quello che io, le mie sorelle e mia madre stavamo vivendo non era giusto. E, si badi bene, quello che ci accadeva non era dovuto necessariamente alla cultura o alla religione: mio nonno, il papà di mio papà, non ci aveva mai fatto vivere così.
Quanto a me, sono sempre stata quella peperina della famiglia, che non sa stare zitta. All’inizio l’idea di scrivere nasceva come grido d’aiuto: per raccontare al mondo quello che stavamo subendo. Poi si è trasformata. Ho iniziato a rendermi conto del fatto che riuscivo a emanciparmi, ottenendo risultati magari invisibili agli occhi altrui, ma per me importantissimi, come riuscire a indossare un vestito che scopre il ginocchio e non sentirmi in colpa.
Credo nella mia religione e rispetto completamente mia madre e le mie sorelle, che la osservano. Ma penso anche che quando farò i conti con Allah, lui di certo saprà quali sono le mie intenzioni. Se d’estate mi scopro perché fa caldo, non lo faccio per mostrare il mio corpo agli uomini. La mia idea di libertà personale è questa”.
Questo modo di sentire è legato anche al fatto di essere cresciuta in Italia?
“Esattamente. Non puoi portare i tuoi figli da una parte del mondo all’altra e pretendere che rimangano fedeli al cento per cento alla cultura da cui provengono, senza lasciarsi contaminare neanche per un centimetro da quella in cui vivono. È successo a me ed è successo anche alle mie sorelle. Nel nostro caso siamo venuti qui da piccoli ed è stato inevitabile che la nostra vita venisse condizionata anche dalla cultura occidentale”.
E poi è arrivata l’arrampicata. Hai avuto la sensazione di un riconoscimento immediato?
“Fino a un certo punto. Da una parte penso che le cose non succedano mai per caso, dall’altra credo anche di dover ringraziare quella Wafaa che è sempre stata curiosa. Lo sono fin da quando ero bambina, in Egitto: per esempio, volevo andare a pescare i granchi con i miei cugini anche se non era considerata un’attività da donna.
Quando è arrivata l’arrampicata è stato un riconoscimento, sì. Ma soprattutto sono state fondamentali le persone che mi hanno permesso di farlo: mi hanno pagato il corso, regalato il materiale. E poi quello che è diventato in seguito il mio allenatore mi ha detto: ‘Ma sei fortissima’. Nessuno mi aveva mai fatto un complimento di quel tipo. Sentirmelo dire da qualcuno che praticava quello sport professionalmente mi ha fatto sentire forte, brava in qualcosa. Da lì non ho mai smesso”.
L’arrampicata ti ha aiutato anche a sfidare i limiti che ti venivano imposti?
“I limiti non erano imposti dalla mia cultura in quanto tale, ma prevalentemente da mio padre. Era ed è una persona molto chiusa, con parecchie paure che non ha mai saputo gestire e che ha trasformato in controllo: non potevamo uscire, fare tardi, andare in giro con gli amici. Aveva paura che le sue figlie si perdessero nella cultura occidentale. Ma non mi piace ricondurre i soprusi che ho subito alla cultura musulmana: sicuramente alcuni aspetti c’entrano, le ragioni delle nostre sofferenze sono altre.
L’arrampicata mi ha insegnato l’arte di dubitare. Ricordo una sera in palestra: gli altri avevano deciso di fermarsi a mangiare una pizza. Io non l’avevo mai fatto: ero sempre tornata casa all’ora di cena, non avevo mai cenato a casa di nessuno. Avrei dovuto rientrare prima che mio padre tornasse dalla fabbrica. Invece chiamai mia madre e le dissi: ‘Torno dopo, non preoccuparti. Qualcosa ci inventeremo’. E sono rimasta”.
Può sembrare una episodio trascurabile, ma per me è stato tutto meno che trascurabile. Quella sera mi sono chiesta: ‘Che cosa c’è di male nel fermarsi a mangiare una pizza con gli amici?’. L’ambiente dell’arrampicata mi aveva contaminata, mi aveva permesso di assaggiare punti di vista diversi dai soliti. Avevo quindici o sedici anni e cominciavo a chiedermi: ‘Che cosa è giusto? Che cosa è sbagliato? E perché?’”
Forse c’è qualcosa della stessa attività di arrampicare che porta a farsi queste domande…
“Può essere. Quando sei davanti a una parete la prima cosa che ti chiedi è: ‘Io lassù come ci arrivo?’. Guardi il percorso e pensi: ‘Come lo risolvo?’. In quel periodo queste domande accompagnavano le altre domande – esistenziali – che mi facevo”.
E oggi che cosa provi quando arrampichi?
“Quando arrampico è come se la mia anima si aprisse e si creasse un vortice fatto di tutto quello che ho intorno: la natura, la via, la bellezza della scalata, il movimento. Mi sento lieve.
All’inizio, quando vivevo situazioni molto pesanti, arrampicare cancellava automaticamente ogni preoccupazione. Oggi la mia vita è diversa, per fortuna, ma quando scalo comunque mi passano i pensieri e le ansie della quotidianità. Sono concentrata sul movimento. Mi piace arrampicare lentamente, sentire il movimento, danzare sulla roccia. Mi sento estremamente leggera. Dire libera è quasi riduttivo”.
“ Mi piace arrampicare lentamente, sentire il movimento, danzare sulla roccia. Mi sento estremamente leggera. Dire libera è quasi riduttivo Wafaa Amer