Sullo scaffale: I Lázár di Nelio Biedermann
Immagine generata dall'AI
“Non siamo noi”, ha detto forse dispiaciuto il padre di Nelio Biedermann al figlio dopo aver letto il manoscritto de I Lázár provocando in quest’ultimo un deciso sollievo. In una seconda telefonata è poi però tornato sui suoi passi: “Invece siamo esattamente noi”. In questa contraddizione c’è forse la formula per entrare nel romanzo che ha rivelato lo scrittore svizzero di origine ungherese, oggi ventiduenne. I Lázár (Guanda, 2026) nasce infatti dalle vicende della sua famiglia paterna, parte dell’antica nobiltà ungherese, a partire dagli inizi del secolo scorso fino alla fuga in Svizzera dopo l’invasione sovietica del 1956, ma non pretende di riprodurle fedelmente. Le trasforma, le sposta, le sogna. E proprio grazie alla finzione (i cui confini netti non è dato al lettore di individuare) restituisce una verità che la cronaca familiare, da sola, non avrebbe saputo suggerire.
È autofiction, dunque? Sì, se con questa parola intendiamo una scrittura che prende avvio dalla materia biografica; molto meno, se pensiamo alla forma quasi confessionale che oggi associamo al genere. Biedermann non mette in scena se stesso e non misura il mondo sul perimetro del proprio io, né in realtà su quello dei suoi antenati. Compie il movimento opposto: arretra, si sottrae, consegna la voce a una specie di aedo che racconta nascite, amori, adulteri, sesso, guerre e morti con la medesima distanza partecipe. Il suo “io” si dissemina in una stirpe; la memoria privata diventa leggenda e la leggenda torna a essere Storia.
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All’inizio del Novecento, in un castello immerso nei boschi dell’Ungheria meridionale, nasce Lajos von Lázár. È un bambino pallidissimo, quasi trasparente: attraverso la pelle se ne intravedono gli organi. Questa immagine iniziale contiene il libro intero: anche la narrazione di Biedermann sembra possedere una pelle sottile, capace di mettere in comunicazione l’esterno e l’interno: gli avvenimenti, i corpi, i pensieri, le emozioni; e con questi la Storia e ciò che la Storia fa alle persone.
Dal tramonto dell’Impero austro-ungarico alla Prima guerra mondiale, dal nazismo all’arrivo dell’Armata rossa, fino alla rivolta ungherese del 1956, il secolo irrompe nelle vite dei Lázár e ne modifica continuamente il corso: toglie terre e titoli, separa gli amanti, trasforma i privilegiati in perseguitati, obbliga ciascuno a fare i conti con la colpa, la paura e la sopravvivenza. Il racconto procede per generazioni, eppure non ha l’andamento ordinato di un albero genealogico. Somiglia piuttosto a una serie di matrioske: dentro una vita ce n’è già un’altra, dentro un trauma ne cresce uno successivo, dentro ogni figlio sopravvive qualcosa del padre che aveva promesso di non diventare. I personaggi occupano per un tratto il centro della scena, poi scompaiono, talvolta nello spazio di una frase, e allo stesso tempo lo scrittore spesso li anticipa descrivendone i gesti giusto un istante prima di presentarli al lettore: la sensazione è proprio quella di avere tra le mani una treccia e, al contempo, di poter leggere in trasparenza (ancora) le idee universali della vita tutta. Come si nasce, come si impara l’amore, come si attraversa il sesso, come si affronta la guerra e la morte è ciò attorno a cui s’impernia la storia della famiglia von Lázár così come l’esperienza umana che tocca a ciascuno.
Biedermann trascura i dialoghi in favore del racconto: la voce viene da lontano, come se la vicenda fosse stata ripetuta per anni attorno a una tavola e avesse assunto, passando di bocca in bocca, la qualità ipnotica di una fiaba. Il registro realistico convive con quello gotico e onirico; ci sono sogni veri e propri, presenze, premonizioni, boschi con un’altra logica così come psicanalisti che cominciano a mettere ordine dentro: “Mi ascolti, questo non fa parte di lei, è qualcosa che le è successo. Qualcosa che lei ha sepolto dentro per vergogna, fino a convincersi che fosse colpa sua. Ma non è così. Non è mai stata colpa sua”.
L’autore racconta di aver scritto alcune scene per intero e di averle poi progressivamente cancellate, lasciandone soltanto i segni: le esperienze estreme, sostiene, oltrepassano una frontiera davanti alla quale le parole non bastano più e tocca al lettore completarle. La violenza non va spiegata, ma si manifesta in un rumore, in un silenzio, in un gesto minimo. Così l’amore, per non parlare della potenza del corpo: il sesso abita questo romanzo forse più di tutti le altre chiavi esperienziali con cui gli esseri umani entrano in contatto con ciò che accade loro e con gli altri.
“Il lavoro nei campi l’aveva già introdotta ai piaceri del proprio corpo. Fino a quel momento lo aveva considerato solo un male necessario, che esegue gli ordini dello spirito e gli è subordinato. Adesso, però, che quasi non usava più la mente, non faceva calcoli né scriveva ma passava le giornate a piegarsi e a raddrizzarsi, piegarsi e raddrizzarsi, si era resa conto che probabilmente il corpo poteva farcela senza lo spirito, ma non viceversa. Cos’era infatti un genio, se aveva polmoni malati un tumore al seno? – Un malato, e nient’altro”.
Stupisce invero che un autore così giovane conosca tanto bene la vita da saperla scrivere come una fiaba, ossia – per certi versi – operando l’astrazione più che la restituzione di un momento e individuando subito la fine di un ragionamento e non solo il suo dispiegarsi. Certo: per raccontare l’amore o la morte non serve averli esauriti – nessuno, del resto, esaurisce mai la vita –, ma è necessaria una comprensione profonda dell’esistenza per guadagnare la naturalezza con cui questo scrittore li descrive.
“Come ci si saluta dopo aver trascorso un’ora intera seduti l’una accanto all’altra, mano nella mano, e aver conversato? Perché mai non si imparano queste cose a scuola? Perché ti insegnano a calcolare il volume delle piramidi di Giza o la velocità di caduta di una foglia, ma non a vivere?”
C’è in lui qualcosa dello scrittore d’altri tempi: l’ambizione di tenere insieme il destino individuale e quello collettivo, il gusto del racconto, la fiducia quasi inattuale nella capacità del romanzo di attraversare un secolo. E tuttavia I Lázár non è un esercizio di nostalgia, ma un modo onirico di stare nel presente. L’anello di famiglia con il sigillo verde che Lajos deve ingoiare per sottrarlo ai sovietici e poi recuperare dai propri escrementi (e che Biedermann porta al dito) ne è forse l’emblema più concreto: l’eredità non arriva intatta e splendente, va strappata al fango, alla vergogna, perfino alla materia organica. Scrivere significa compiere la stessa operazione.
“ Perché mai non si imparano queste cose a scuola? Perché ti insegnano a calcolare il volume delle piramidi di Giza o la velocità di caduta di una foglia, ma non a vivere? Nelio Bidermann