CULTURA

Sullo scaffale: Il nemico di Federica De Paolis

Un bravo romanziere è un grande osservatore: qualcuno che assorbe le vibrazioni del mondo e le restituisce dopo averle metamorfosate. La metamorfosi avviene con la storia che chi scrive racconta, o addirittura lo è essa stessa.

Federica De Paolis nella sua nuova fatica, Il nemico (Feltrinelli, 2026), in libreria da ieri, è come se avesse catalizzato tutte insieme molte delle aporie del presente e le avesse sciolte in soluzione insieme. Bisogno di libertà, di (auto)affermazione, di controllo di sé e degli altri, di amore, di riscatto, di essere visti, di assecondarsi, di piangere, di lottare, di sperimentare; la presa di coscienza che non è mai vero che tutto è possibile, che maschile e femminile sono in un dialogo imperfetto, che ciascuno di noi è unico ma ha dei doppi, che gli assassini esistono così come gli uomini violenti e manipolatori e le donne seduttrici, che cominciamo a soffrire già da ragazzini e nessuno può difenderci dall’errore, che il destino forse esiste ecc. sono tutti punti caldi di questa storia: gli ami che l’abile romanziera tende ai suoi personaggi arpionando alla pagina, invero, chi legge. 

De Paolis ci fa calare nella storia di Adele, traduttrice, sposata al chirurgo Dario con cui ha una figlia adolescente, in cui tutto ha le parvenze per poter funzionare. Eppure l’equilibrio si incrina proprio quando lei si concede la libertà di abbassare la guardia: “era entrata nel tempo della coscienza, della maturità, dei sentimenti gestibili”.

Il romanzo di Roland Blier, uno scrittore di successo alla Carrère, e Blier stesso portano la protagonista a confondersi con la storia che va traducendo: una storia vera, come la stessa De Paolis specifica tra gli esergo del suo romanzo (il primo di Blier stesso). Ed è infatti uno di quei libri, Il nemico – si chiama così (anche) il romanzo-verità di Blier –, in cui chi scrive racconta una vicenda di cronaca realmente accaduta, mescolandola alla propria vita. Qui è il caso di un giovane ragazzo francese che ha ucciso per gelosia la giovane fidanzata e che lo scrittore va a intervistare in carcere: “Gli aveva spiegato che avrebbe voluto scrivere di lui perché gli somigliava: una sera, rincasando agitato da una furia esplosiva dopo aver lasciato Z. che doveva tornare dal marito, si era guardato in una vetrina e, invece di incontrare il proprio riflesso, aveva incontrato qualcuno che il ragazzo conosceva molto bene – il nemico”.

Blier nel romanzo confessa a sua volta il suo di tradimento, con una donna che diviene traditrice a sua volta, e nel sedurre poi Adele perpetua un meccanismo di demarcazione di possesso, di gelosia, di dominio, di manipolazione affettiva di cui molto spesso sentiamo parlare anche fuori dai libri e su cui, qui, ci interroghiamo candidamente perché ne sentiamo la forza istintuale e non il giudizio raffreddato dello sguardo che giudica. “Credo che tutti gli uomini del mondo possano capire cosa gli è successo” spiega Blier proprio ad Adele, riferendosi al femminicida.

De Paolis, già maestra nel delineare i chiaroscuri dell’animo femminile (Da parte di madre, Le imperfette, Le distrazioni), qui tenta (e riesce) la discesa nel desiderio maschile avvicinando i due protagonisti, lo scrittore e la traduttrice, l’uno all’altra fino a che la distanza tra loro non diviene vertigine e disintegra l’ordine delle cose.

A nulla vale essersi dedicati ai figli, essere stati delle buoni amici, aver aiutato i vicini di casa? Nessuno è immune dall’errore fatale?

Il nemico interroga chi legge sulla sua propria vita, costruendo un meccanismo di scatole cinesi dove la verità si confonde perché raccontata (il romanzo nel romanzo) ma è, in realtà, violentemente presente in ogni gesto, a maggior ragione quando viene mistificata, come gli innumerevoli canarini gialli con una macchiolina bianca sul petto che mamma Adele ricomprava di soppiatto quando morivano perché la figlia non ne soffrisse, scoprendo infine – la volta che non fa in tempo a ordire il suo inganno a fin di bene – che alla morte del canarino nessuna tragedia in verità si compie.

Non è un romanzo salvifico, Il nemico, ma neppure una condanna: è la candida ammissione dell’imperfezione umana, della potenza delle occasioni della vita, della forza generatrice della scrittura. È una storia in cui il nemico è caledoiscopico e alberga in primis dentro alla parte di noi dove il controllo non si può esercitare. È una storia vera.

Una sera si era guardato in una vetrina e, invece di incontrare il proprio riflesso, aveva incontrato qualcuno che il ragazzo conosceva molto bene – il nemico Roland Blier

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