CULTURA

Sullo scaffale: La notte nel cuore di Natacha Appanah

Natacha Appanah nel suo nuovo romanzo (memoir?) La notte nel cuore (Einaudi, 2026) fa un’operazione alla Emmanuel Carrère: racconta una storia – vera – mettendocisi in mezzo, facendo cioè traghettare l’esperienza che racconta attraverso la sua carne e il suo pensiero e mettendo anche lei stessa dentro la storia; il risultato è che viene a crearsi un punto di vista capace, per molte ragioni, di agganciare il lettore.

Per Appanah, il cui libro è in corso di traduzione in venti lingue e ha vinto il Prix Renaudot des Lycéens, il Prix Goncourt des Lycéens e il Prix Femina (giungendo finalista al Goncourt principale e al Premio Strega Europeo in corso), a scatenare il racconto sono dei casi di femminicidio: della vicenda di Chahinez Daoud, bruciata viva dal marito in strada dopo che le aveva sparato alle gambe, legge sui giornali; della morte della cugina Emma, un ventennio prima, era invece venuta a conoscenza attraverso il tamtam familiare. Tutto questo – l’evento recente che richiama alla mente il precedente – risveglia in lei la coscienza di essere scampata a una sorte simile per miracolo intrecciata a una riflessione intima e senza veli sulla violenza.

“Bisogna dire queste cose che ci fanno vergognare” è il mantra cui giunge con fatica nel percorso di ricostruzione di fatti che riguardano altri e altre, oltre che se stessa.

“Bisogna dire che per anni troviamo comunque il modo di fare qualcosa della violenza che ci circonda e quando bisogna andarsene, bisogna lasciarsi alle spalle anche questa parte infrangibile di noi stesse. […] Bisogna dire queste cose perché se ogni tanto ci voltiamo verso i nostri carnefici, è anche verso noi stesse che ci voltiamo, verso quell’unico io che conoscevamo, verso quell’unico corpo che ormai sapevamo far esistere”.

Non è un grido quello di Appanah, ma una lucida ricostruzione, che tanto più entra nel dettaglio dell’orrore tanto più – controintuitivamente – abbraccia un universo esteso: tutti noi conviviamo con (quel) trauma che, in cerca di salvezza, vogliamo dimenticare.

Ecco perché dire io, alla Carrère, ossia mettersi in mezzo a questa storia (indipendentemente dal fatto che la scrittrice ci sia, in mezzo, e abbia vissuto qualcosa di simile), funziona: perché nel dire quell’io chi scrive sta sussurrando un tu.

Basta leggere l’incipit: “Non sono del tutto cattivi. Se esistesse un modo per spremerli e ricavarne un succo, questo succo non sarebbe completamente imbevibile, no, il suo sapore amaro come il veleno a tratti nasconderebbe un retrogusto dolciastro. Se esistesse un modo per farli passare tra due rulli compressori e trasformarli in fogli, questi fogli non sarebbero totalmente opachi e inquietanti come il fondale marino, no, avrebbero trasparenze e venature sottili sparse qua e là che darebbero loro una parvenza di vulnerabilità. Se esistesse un modo per ridurli in polvere sottile, questa polvere non sarebbe interamente tossica, no, il pulviscolo aleggerebbe fra i raggi del sole e guardandolo si potrebbe pensare a una danza innocente”.

Ma allora il male non si vede? Sta proprio qui il punto chiave di questo memoir – di questa storia di cronaca. L’ambiguità sociale, psicologica ed emotiva è l’arma con cui il carnefice confonde la sua vittima ed è questa la ragione per cui le parole vanno pronunciate e La notte nel cuore andava scritto e viaggia nel mondo.

“Ora posso dire che la prima volta non ho creduto alla mia morte. Ho sorriso davanti alla sua faccia nel chiaroscuro di una notte di luna piena, ho sorriso nonostante il suo intento e la sua serietà (la mano fissa sul mio collo), ho preferito l’eccipiente di questo veleno (la dolcezza con cui ha rivestito le parole) e ho lentamente mandato giù la sua minaccia priva di verbi, che non era una vera frase ma un’autentica promessa, e ora posso dire che stava dicendo questo: Attenta, la prossima volta ti ammazzo”.

La morte di Chahinez Daoud è descritta nel dettaglio: “[… il marito, dopo averle sparato alle gambe] va alla macchina e torna con una tanica di benzina. Cosparge la moglie, senza fretta. Prima la testa, poi il corpo, curandosi di svuotare tutta la tanica. Prende dalla tasca un accendino. Chahinez ormai grida come si può gridare davanti all’inconcepibile che avviene sotto i propri occhi al sopraggiungere della morte” e prosegue. Il romanzo riporta articoli giornali; lo schema del “violentometro” – una sorta di righello che fa corrispondere a determinate situazioni di coppia certo livello di violenza subito; ricostruisce cosa accade se e quando si denuncia; racconta “il prima”, quando ancora le bocce sono ferme e all’apparenza i matrimoni funzionano, i mariti sono solo blandamente gelosi; e ragiona sul dopo. Sull’origine del male, sulla sua ferinità: dimostra come un articolo che descrive il comportamento di uno squalo si presti bene a delineare le mosse del manipolatore.

La notte nel cuore soprattutto riesce a rendere conto della contraddizione intrinseca del male, della sua invisibilità, del suo produrre il senso di colpa in chi subisce, ma non solo: una volta in più chiama in causa uno degli strumenti più potenti in nostro possesso: la parola. E, per esteso, la letteratura.

Ki literatir to per fabrike enkor, quale altra letteratura vai inventando? In creolo la parola ‘letteratura’, literatir, può avere in certi contesti connotazione ironica. Bugie, smancerie, sciocchezze, fandonie, perdite di tempo. […] Forse arriva da quella parte di me che ho volutamente cancellato e che sa quanto questa literatir sia stata il mio specchietto per le allodole, quanto io l’abbia confusa con tutti i sentimenti gloriosi del mondo: l’amore, la bontà, la generosità, l’altruismo, il coraggio, il superamento di sé.”

Appanah, in un grande gesto di consapevolezza, di umiltà e di pragmatismo, mette in discussione il suo stesso strumento, ma chiosa: “Forse avrei dovuto allontanarmi da questo mondo, fare un altro lavoro, più tangibile, qualcosa che richiedesse l’uso delle mani, la competenza, il sudore, attrezzi pesanti, almeno sarei venuta qui, a Cenon [per parlare con i genitori di Chahinez], con soluzioni concrete che leniscono il dolore, propongono, garantiscono un futuro migliore. Invece no, ho scelto la literatir come se fosse l’unica via d’uscita, come se fosse l’unico cammino illuminato che mi si fosse presentato quando sono uscita dalla buca in cui sono caduta a diciassette anni, e ho raccontato tutte queste storie con tutte queste parole fino a qui”.

Ecco perché Carrère ha successo. Ecco perché La notte nel cuore viaggia nel mondo. Abbiamo bisogno di guardare all’arte come strumento di denuncia, di condivisione, di salvezza. Senza dimenticare il mistero e la bellezza.

Bisogna dire queste cose che ci fanno vergognare Natacha Appanah

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