Sullo scaffale: Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? di Sara Catella
Ciascuno di noi ha la sua scatola dei ricordi fatta di odori, luci, scorci, cibi, pubblicità, viaggi, momenti della giornata, pensieri, abitudini – insomma da frammenti che emergono alla coscienza per similitudine quando qualcosa inevitabilmente ci rassomiglia.
Leggere Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? di Sara Catella (Edizioni Casagrande) è come aprire quella scatola.
E non tanto perché chi legge si riconosca effettivamente negli episodi che riaffiorano alla mente dell’io narrante, quanto piuttosto per un processo mimetico che rende questo libricino totalmente universale.
L’incipit dice: “Mi sembra che oggi nei bagni puliti si sentano sempre gli stessi profumi: violetta o limone o eucalipto. Nell’anno in cui le coste adriatiche furono invase dalla mucillagine e finì la guerra tra Iran e Iraq, i bagni che conoscevo avevano un altro odore.
Frequentavo la terza elementare e più di tutto bramavo due cose: un paio di scarpe blu marine di stoffa e la standardizzazione dei gusti e dei profumi di casa. Mi sarebbe bastato avere anche solo una saponetta rosa, come tutti”.
Verrebbe voglia di affermare che i neuroni specchio si attivino anche solo leggendo singole parole, o brevi loro accostamenti.
Catella è nata pressappoco quando è nata chi scrive, e il modo in cui lei ricorda quella guerra, per esempio, è quello in cui forse la ricordano tutti i nati al principio degli anni Ottanta, cioè come lo possono fare i bambini: accostandola a un altro fenomeno – di tutt’altra pasta ovviamente – qual è la mucillagine. A scuola le maestre ti spiegavano cosa significasse la guerra del Golfo e un bambino nato nella pace, a tratti convinto dallo spirito del tempo che potessero esistere “le magnifiche sorti e progressive”, trovava sconvolgente che invece l’orrore esistesse lì e in quel momento, così come era sconvolgente per lui non poter fare il bagno in mare d’estate, perché l’acqua era accarezzata, per non dire abitata, da una patina melmosa che la rendeva inaccessibile.
Quanto alla saponetta rosa: è vero che in quegli anni non era ancora in voga il sapone liquido, come ora, e chi scrive ne possedeva, infatti, una a forma di cuoricino, regalatole dalla nonna e avvolto nel cellophane, poi dimenticato in una scatola a fiori. A quei tempi alle bambine si insegnava a essere “femmine”.
Certo, se il lettore di Catella fosse un uomo o una donna nato prima di lei, o un adolescente di oggi, di contro, si potrebbe pensare che il processo osmotico di emersione alla memoria non avverrebbe: invece accade ugualmente. Nessuno (o pochi di noi) hanno mangiato la madeleine, ma sappiamo cosa significa quel gesto.
Probabilmente ha a che fare con la collaborazione scrittore-lettore di cui parla Schweblin per cui sempre chi legge “completa” con parti di sé, fantasie narrative, ricordi e immaginari quello che chi scrive mette effettivamente sulla pagina.
L’operazione compiuta da Catella è però invero assolutamente consapevole. Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? denuncia fin dal titolo che si tratterà di uno scavo nel ricordo, e chi scrive solo del suo dispone, ma maneggiando abilmente gli artifici della narrazione riesce ad accedere all’inconscio collettivo e ad aprire varchi a chiunque legga.
Chi non ha fatto un viaggio in auto con la famiglia per andare in vacanza ascoltando la colonna sonora dei genitori? Chi non ha pensato che le pesche sciroppate sono una delle cose “più lisce” che esistano? Chi non ha il ricordo del panino con la mortadella mangiato a metà di un viaggio (la protagonista periodicamente da inisvizzera torna ’ggiù alle origini)? Chi non ha cominciato leggendo Peter Pan con la copertina azzurra e le pagine che sanno di ciliegia? Chi non aveva una nonna con le caramelle Rossana sul comodino?
D’accordo: non necessariamente abbiamo questi ricordi precisi, ma sicuramente la nostra vita è (stata) abitata da qualcosa di simile. E il libro di Catella ci permette di sentirlo.
Quando leggiamo un romanzo ci succede di venire sorpresi dal trovarci dentro noi stessi: in una descrizione, un pensiero accidentale di un personaggio, visualizzando un’atmosfera – ossia, spesso, in tutto quello che è “accidentale” e non funzionale alla trama.
Questo libro è una collezione di tutte quelle possibilità di immedesimazione e produce nostalgia così come la produce inevitabilmente il pensare alla bellezza imperfetta di ciò che si è oramai compiuto.
“Inventare” scrive Catella “è il mio modo di mettere a fuoco, di rendere abitabile un mondo che altrimenti resta sfocato, inaffidabile. Così rallento, resto nei pressi di ciò che conosco – i gesti, le sensazioni, le curve familiari. Il lontano lo lascio agli altri, a chi lo sa guardare. Io mi muovo nel visibile imperfetto, e annusandolo lo riconosco, ne scrivo, perché solo così mi sembra vero”.
Catella, così, tocca la nostra verità.
“ Io mi muovo nel visibile imperfetto, e annusandolo lo riconosco, ne scrivo, perché solo così mi sembra vero Sara Catella