Sullo scaffale: Persempre di Sophie Mackintosh
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“Dove andranno a finire i palloncini che scappano di mano ai bambini” cantava Renato Rascel nel 1954 ed è solo uno spunto, questo, per avvicinarsi a un romanzo che allo stesso modo porta chi legge, ma soprattutto i protagonisti della storia, in un mondo altro – per alcuni tratti forse egualmente fantastico – come quello che raccoglie i palloncini scappati nel cielo. Un mondo sognato, tanto meraviglioso quanto inesistente, la cui invenzione permette però a chi vorrebbe viverci di resistere pur sentendone la mancanza.
Il romanzo in cui tutto questo accade è Persempre di Sophie Mackintosh (NNEditore), autrice di romanzi distopici come Biglietto blu e La cura dell’acqua (entrambi usciti per Einaudi) in cui a essere indagato era soprattutto il corpo della donna, sottoposto di fatto a limitazioni e segregazioni; per quest’ultimo, invece, l’aggettivo distopico è decisamente troppo forte perché nulla c’è di disturbante nell’immaginare che possa esistere un luogo dove agli amanti clandestini è permesso di stare insieme; anzi, in questa possibilità vive uno struggimento, un po’ come se a Romeo e Giulietta venisse vagheggiato un happy end.
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Mackintosh definisce lo stare in questo altrove così simile al qui – case, strade, bar, supermercati, persone – “vacanza” (titolando così le parti del libro che vi sono ambientate), ma – com’è noto – non si può vivere per sempre in vacanza, altrimenti non sarebbe tale. Ecco quindi che i protagonisti, Francis e Clara, lui sposato con una bambina piccola e lei sola (sarà vero che a tradire sono principalmente i mariti?), periodicamente raggiungono nel sonno il luogo dove vivono la quotidianità di tutte le altre coppie alla luce del sole e, sempre nel sonno, lo abbandonano se per errore uno dei due ferisce inavvertitamente, anche poco, l’altro. L’avvisaglia è un pizzicotto su una parte del corpo – una caviglia, un braccio – che può sembrare poco più di una puntura di zanzara ma può anche produrre una ferita sanguinante. Per ritornare insieme è necessario che entrambi lo desiderino con forza, indipendentemente l’uno dall’altra.
Qual è il grado di realtà di questa possibilità? Tutti gli amanti sognano di poter stare insieme, ma la loro resta di solito una mera proiezione. Una profezia che sembra non potersi mai avverare. Che lo sia l’amore tout court?
“Se tu sei impazzita sono impazzito anch’io, disse Francis. Sei un’allucinazione, la stiamo avendo entrambi.
Come tutta la nostra relazione, disse lei.
Come l’amore in generale, disse lui, senza abboccare.
Lei si lasciò sfuggire una cupa risata bassa che lui non aveva mai sentito prima. Che romanticone, disse.
Pensavo ti piacesse.
Mi piace.
E allora cosa c’è che non va?
Solo che non c’è niente nella mia vita che sia vero per davvero, rispose lei”.
Mackintosh in questo romanzo smonta e rimonta il meccanismo dell’amore come fosse un orologio che, anche ridotto in parti, continua a ticchettare, osservandolo dal punto di vista privilegiato dell’amore clandestino, lì dove cioè il sentimento deve essere forte di necessità, pena la rinuncia.
E fa di più: lo sottopone a stress sfidandolo a superare quello che è ritenuto il nemico più subdolo dell’amore degli amanti, cioè la possibilità di diventare un amore ordinario. Ma Mackintosh non cade nel tranello e ci dimostra che questo sentimento non cambia in funzione delle condizioni al contorno, e soffre di quello di cui sempre soffre, cioè la paura che non sia abbastanza, non sia ricambiato, che possa finire. Eppure, anche qui, la soluzione è una e una soltanto: “È solo questione di aspettare, e amare” comprendono e si dicono con coraggio tutte le coppie che abitano il mondo “vacanziero”.
"Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l'altro s'allontana” scriveva Shakespeare nel celeberrimo sonetto 116, e infatti Clara e Francis nel loro continuo andirivieni tra i mondi cambiano, invecchiano più velocemente, eppure perseverano. “Il tempo continuava a manifestarsi nel suo corpo”, dice tra sé e sé Clara, ed “era come respirare acqua, pensò Francis, mentre accompagnava la figlia tenendola per mano. Si era acclimatato alle cose sbagliate”.
Quali sono, però, le cose giuste e quali quelle sbagliate? Quale il mondo reale e quale quello fittizio? Come uscire da una tela – l’amore, la vacanza, la natura morta davanti alla quale si sono accidentalmente conosciuti un pomeriggio dentro un museo – in cui vogliono per primi essere prigionieri?
“Sono entrambi convinti” scrive Szymborska in una sua famosissima poesia (Amore a prima vista del 1993) “che un sentimento improvviso li unì. / È bella una tale certezza / ma l’incertezza è più bella”. Mackintosh entra proprio dentro questa convinzione, dentro cioè all’ossessione dell’amore che da bugiardo diventa manifesto, e scrive un thriller sentimentale senza colpevoli, evocando tutti i poeti che prima di lei lo hanno guardato negli occhi, l’amore.
E allora come può finire?
“Vivere tanto a lungo nel desiderio non ti ha dato la felicità” dice un mattino una voce dentro Clara, che ancora non s’arrende.
Non importa come finisce, o forse sì. Non importa se viviamo in vacanza o ammanettati alla quotidianità: questo viaggio, dall’altrove al qui e viceversa, che fanno i protagonisti di Mackintosh è il nostro. Raccontandoci la discesa (o la salita) in un luogo dell’anima, la scrittrice ci accompagna precisamente dentro noi stessi.
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“ E allora cosa c’è che non va? Solo che non c’è niente nella mia vita che sia vero per davvero Sophie Mackintosh