Sullo scaffale: Lo scontento di Beatriz Serrano
Lo scontento è il romanzo d’esordio della giornalista spagnola Beatriz Serrano, classe 1989, pubblicato di recente in Italia da Einaudi ed è un libro che tradisce quasi del tutto le aspettative di quel lettore che cerca una storia per evadere. Questo romanzo è infatti uno specchio.
Serrano attraverso l’io narrante di Marisa, strategist analyst trentenne abbastanza ben posizionata nella piramide gerarchica dell’agenzia per cui lavora, schiaffa sulla pagina il nostro presente: né più né meno. Eppure, se da un lato il desiderio di allontanarsi da ciò che inevitabilmente ci tocca vivere quando non stiamo leggendo fa venire voglia di chiudere il libro, dall’altro – quasi narcisisticamente perché tra le pagine ci riconosciamo – Lo scontento produce un effetto turning-page.
Marisa ricorda, ma con tratti meno esasperati, la protagonista del libro, che fu un caso letterario, Il mio anno di riposo e oblio di Otessa Moshfeg (Feltrinelli 2019): se quest’ultima decide di stordirsi di droghe e farmaci per non sentire, Marisa invece nella vita ci sta eccome, e ne conosce anche bene i meccanismi funzionali, ma di certo il Lorazepam (cioè il Tavor) è per lei indispensabile.
Il mondo che ci presenta è infatti il nostro: in cui si è prevalentemente soli pur lavorando negli open space, ci si stordisce di video social, l’imperativo è comprare (e quindi vendere) e le relazioni sono a dir poco complicate anche se (o proprio perché) vige la direttiva morale di bastarsi e di non fare le scelte per gli altri ma solo per sé.
“Adoro i booktuber. Adoro i video di venti minuti composti da clip di bambini che cadono o di gente che canta malissimo ai casting televisivi o di donne che hanno seguito passo per passo un tutorial di trucco ma di colpo, non si sa come, si sono ritrovate senza ciglia”. Sul serio siamo questi? Certo che sì: lo sappiamo bene quanto piacciano i reel di gattini ma Serrano non giudica: la sua protagonista è una novella Bridget Jones (personaggio nato dalla penna di Helen Fielding prima di diventare l’iconica Renée Zellweger del film) la cui chiave però non è solo l’ironia, anche se c’è ed è disturbante. “L’altro giorno ho letto una discussione su un forum che mi ha fatto ridere. Immagina di essere in vacanza con il tuo partner, che di colpo scompare misteriosamente; tu chiami la polizia e passi la giornata a cercarlo con gli agenti e la sera rientri in albergo, stanca, e anche se sei sicura che tuo marito sia morto, il giorno dopo dovrai continuare a cercarlo con la polizia alzandoti prestissimo… Quella sera fai skincare? Ovviamente sì”.
Ne Lo scontento impera la lucida autoconsapevolezza di chi questo nostro presente lo abita sentendo dover fare skincare e ha il cervello che “vomita a oltranza i soliti pensieri intrusivi. Nessuno mi amerà. Sarò sempre sola. Non sarò mai felice. A nessuno importa niente di me. Nessuno sa davvero chi sono”. Che può essere chi scrive ma certamente anche chi legge, nell’intenzioni dell’autrice – si intuisce – se appartiene alla generazione dei Millennials (nati negli anni Ottanta e diventati digitali da relativamente grandi).
Sorridendo Serrano ne denuncia il disagio, la solitudine, le dinamiche lavorative homo-homini-lupus, la mancanza di desiderio.
“Forse il problema di alcune persone è il pensiero che la vita ci offrirà qualcosa di stupefacente quando meno ce lo aspettiamo. Un giorno ci capiterà il nostro colpo di fortuna e da allora in poi saremo felici […] Finiranno il Lorazepam a colazione e la sensazione di vuoto quando rientri a casa. Finiranno i pianti improvvisi davanti a una pubblicità della Coca-Cola”.
Serrano spiegandoci i meccanismi di marketing ben noti alla sua protagonista (che però finge di fare tabelle Excel e invece guarda video su Youtube) è come se dicesse: se capita anche a te non preoccuparti, non sei l’unico, non sei fragile. “Penso alla morbidezza che sentirà Pablo” dice Marisa riferendosi al vicino di casa con cui intrattiene un’amicizia con benefici d’altra natura “quando mi metterà una mano sulla gamba stasera e mi sciacquo la testa e cerco di convincermi che non faccio tutto questo ma per me stessa, così non rischio di sentirmi una pessima femminista nei vapori del mio bagno”. L’imperfezione è tollerata. Proprio come insegnano gli influencer sui social.
Lo scontento di Serrano è un romanzo che disegna un orizzonte – quello popolato dalle dinamiche che ben conosciamo – non allontanandosene, ma usandole. E di contro manca della tensione necessaria a un romanzo per essere veramente ben riuscito: semplificando si può dire che non ha una trama che tiene, che pure non è sempre fondamentale, ma questo non è il caso di un romanzo di lingua, per cui questa risulta trascurabile. Eppure si fa leggere.
Serrano ci mette tutti dentro Il giardino delle delizie di Bosch “dove vediamo un’umanità che ha ormai ceduto al peccato e va verso la perdizione. La mia teoria è che con quest’opera Bosch, uomo pio vissuto seguendo gli insegnamenti della chiesa locale, si sia masturbato davanti all’umanità”.
In qualche modo l’ha fatto anche Serrano con il suo romanzo.
“ Forse il problema di alcune persone è il pensiero che la vita ci offrirà qualcosa di stupefacente quando meno ce lo aspettiamo. Un giorno […] finiranno il Lorazepam a colazione e la sensazione di vuoto quando rientri a casa Beatriz Serrano