Tarantismo salentino: l’eredità di Ernesto de Martino e Amalia Signorelli
La tarantola europea
Nella piccola cappella di San Paolo a Galatina in Puglia, nella notte tra il 28 e il 29 giugno del 1959, l’atmosfera è pesante di odori, un misto di afa e sudore, e di suoni, nel buio si levano gemiti e grida. È la festa dei santi Pietro e Paolo, ma per decine di donne giunte da tutti i paesi del Salento è anche il momento del rito: strisciano sul pavimento della cappella, si agitano, invocano il santo perché faccia loro la grazia di essere liberate dal morso della “taranta”. In mezzo a queste donne vestite di bianco e assistite dai loro familiari, tra il disagio di un’umanità sofferente e il ritmo ossessivo dei tamburelli, c’è anche una giovanissima antropologa romana: Amalia Signorelli.
Quella notte rappresenta uno dei momenti più intensi della spedizione multidisciplinare guidata dal grande antropologo e storico delle religioni Ernesto de Martino, per indagare il fenomeno del tarantismo pugliese. Una ricerca che avrebbe impresso una svolta nel modo di intendere il Mezzogiorno d’Italia e le sue antichissime tradizioni, e che sarebbe confluita in un libro seminale del Novecento: La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud (Il Saggiatore, 1961 - Einaudi, 2023).
Il titolo stesso del libro racchiude il cuore della teoria demartiniana: il “rimorso” non è soltanto una specie di pentimento, ma un vero e proprio re-morsus cioè il morso che ritorna puntuale ogni anno, con fenomeni che la psichiatria dell’epoca liquidava come isteria ma che oggi non esiste più come categoria medica. Secondo il gruppo di ricerca, il tarantismo era invece un dispositivo culturale per dare ordine al caos: la crisi della persona (o “crisi della presenza”) veniva riscattata attraverso un rituale fatto di balli e musica che permetteva di far defluire via la negatività in un contesto protetto, come la propria casa oppure la chiesa.
La spedizione etnografica del 1959
Quel viaggio di ricerca in Salento non fu una semplice spedizione di studiosi e studiose, ma una vera e propria impresa scientifica coordinata e innovativa, preparata con cura meticolosa per oltre un anno. De Martino, convinto che il tarantismo non fosse una condizione medica ma un complesso fenomeno culturale e religioso, mise insieme una squadra molto variegata: ne facevano parte l’etnomusicologo Diego Carpitella, il fotografo Franco Pinna, la psicologa Letizia Comba, lo psichiatra Giovanni Jervis (che poi avrebbe lavorato con Franco Basaglia) e, appunto, Amalia Signorelli che si era laureata da poco proprio con de Martino.
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Il ruolo della giovane antropologa fu centrale, sebbene poco evidenziato nelle prime edizioni del libro di de Martino: aveva infatti il compito di indagare il condizionamento economico e sociale del tarantismo, analizzando come la miseria materiale delle persone “tarantate” si intrecciasse con il disagio psicologico. Signorelli raccolse le storie di molte donne e famiglie poverissime per le quali il rito era, paradossalmente, una spesa enorme ma necessaria per poterne “ricostituire la presenza” in un mondo che le opprimeva.
Esorcismi di una tarantata: presso la masseria San Vito a Lizzano (anni ’50, foto di Ciro de Vincentis di Grottaglie) e con i suonatori Luigi Stifani, Salvatora Marzo, Pasquale Zizzani.
Ma che cos’è il tarantismo?
La spedizione del 1959 ha fatto luce sul tarantismo che oggi è considerato un fenomeno storico-religioso e coreutico-musicale documentato in molte zone del Sud Italia fin dal Medioevo. Secondo la tradizione, il malessere era causato dal morso di un ragno, la cosiddetta “taranta” identificata spesso con le specie Lycosa tarantula o Latrodectus tredecimguttatus, che iniettava un veleno capace di gettare la vittima (quasi sempre giovani donne) in uno stato di malinconia, catatonia o agitazione parossistica.
La “guarigione” non avveniva tramite farmaci, ma attraverso un complesso esorcismo in musica: i suonatori di tamburello e violino eseguivano melodie ossessive, come pizziche o tarantelle, che costringevano la donna a danzare per ore o giorni, fino a espellere il veleno attraverso il sudore. Sebbene le moderne spiegazioni scientifiche riconoscano rari casi di reale avvelenamento, de Martino chiarì che si trattava di una sindrome culturale: un dispositivo per dare forma al dolore e al disagio psichico di popolazioni oppresse dalla miseria e dalla subalternità.
La lezione di Signorelli
Tutti questi aspetti sono ben raccontati e analizzati in Sulle tracce del tarantismo. Una docu-lezione di Amalia Signorelli (Squilibri, 2026), un saggio curato da Alberto Baldi - docente di Antropologia culturale ed Etnologia presso il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Particolarmente interessante è il video, collegato al libro, della lezione-documentario di Signorelli ripresa il 7 giugno 2006 presso l’allora Facoltà di Scienze Sociali dell’ateneo napoletano in cui insegnava.
Nella sua lezione, Signorelli sottolinea anche un punto metodologico fondamentale, ovvero la cosiddetta osservazione partecipante. Mostrando una fotografia di Franco Pinna che la ritrae mentre sorregge una tarantata davanti all’altare di San Paolo, spiega che “la partecipazione dell’antropologa non sta nel cuore ma nel cervello, è intrisa di lucidità mentale”. Anche in quella situazione così coinvolgente, non si trattava di identificarsi emotivamente, ma di assumere un ruolo istituzionalizzato per comprendere l’altra persona che partecipava al rito senza prevaricarla.
Oggi il tarantismo come rito religioso è praticamente estinto, sostituito da fenomeni di massa come il concerto-evento Notte della Taranta che ogni agosto da quasi trent’anni porta migliaia di persone a Melpignano in Salento. Amalia Signorelli è stata una voce critica verso questa trasformazione, denunciando come il dolore tragico delle tarantate sia stato spesso edulcorato in un allegro ballo ricreativo, dove “a mordere è ora solo il business”. Ma per la studiosa questa decontestualizzazione farebbe dimenticare completamente la vicenda tragica di “sofferenza individuale e collettiva” che era legata a una condizione di subalternità oggi spazzata via dalla modernità.