CULTURA

La “Tempesta” di Alfredo Arias non muta in splendida estate

Ogni volta che assistiamo a un allestimento shakespeariano, non possiamo fare a meno di chiederci a cosa andiamo incontro. L’impressione è che sia sempre più raro, in Italia, imbattersi in versioni che reggano il difficile equilibrio tra sostenibilità economica, attori all’altezza, regie illuminanti.

Un testo tra sfida estrema e occasione di infinita creatività

La Tempesta shakespeariana, poi, è da sempre una sfida e un’occasione. Una sfida perché, come ogni capolavoro del poeta di Stratford, presenta una tale complessità di significati e possibili interpretazioni da richiedere messinscene in grado, ancora una volta, di innovare e far riflettere. Ed è un’occasione per lo stesso motivo, con un elemento in più: la trama lascia spazio a una creatività infinita. La storia è quella di Prospero, duca di Milano, esiliato da una congiura su un’isola in cui ha acquisito poteri magici: facendo saggio uso di essi, riesce a far naufragare i congiurati sulle sue rive, ricostituire un equilibrio secondo giustizia e umanità, e sposare la figlia Miranda con Ferdinando, figlio del re di Napoli.

L’ombra di Strehler e l’allestimento di Arias per Avignone

La Tempesta è stata portata in scena, nel tempo, con allestimenti memorabili (rimarrà incancellabile quello di Giorgio Strehler), capaci di conciliare visionarietà, delicatezza, umanità e terrore. Anche Alfredo Arias, regista argentino emigrato in Francia agli albori della dittatura, aveva affrontato nel 1986 il testo per il Festival di Avignone, e lo ha recentemente riproposto in coproduzione nei teatri italiani, in un’edizione nuova (coinvolti Stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro, Teatro Piemonte Europa) a quarant’anni di distanza, dopo una vita di esperienze sul palco e fuori.

Arias agisce in senso antitetico rispetto a ogni rischio di sovrabbondanza drammaturgica o visiva: taglia il testo (nella traduzione di Agostino Lombardo) senza pietà, riducendolo all’osso, e immagina una scenografia (di Giovanni Licheri e Alida Cappellini) minima, imperniata su un solo elemento, un labirinto di pietra che gli attori percorrono di continuo, in entrata e uscita.

Una messinscena minimale, il testo ridotto all’osso

Le sole variazioni sono costituite dalle luci (Gaetano La Mela), che orientano cromaticamente l’andamento della vicenda, e dalle musiche, che si limitano a brevi frammenti che introducono l’azione o sottolineano certi passaggi. Unico elemento scenografico ulteriore, un telo che, spiegato per la lunghezza del palco, evoca la tempesta con un gioco di teatro d’ombre (e questo sembra proprio un omaggio all’edizione strehleriana). Un po’ più di libertà sui costumi (Daniele Gelsi), che spaziano dalla severità (gli abiti primonovecenteschi dei congiurati) all’ariosità variopinta (Ariel, Calibano). Quanto alle linee registiche di fondo, privatosi volontariamente di qualunque effetto scenico e scenografico elaborato, Arias si concentra sui movimenti degli attori, impegnati in un continuo vagabondare nel labirinto.

Un labirinto come perno scenografico e drammaturgico

Questo riassume in sé i molteplici piani metaforici attraverso cui l’opera viene interpretata: l’intrigo come costante dell’esistenza umana, il faticoso cammino verso perdono e catarsi, la magia del teatro, con il suo continuo apparire e dissolversi sulla scena.

Con una scelta registica tanto radicale, è evidente che l’attenzione non può che focalizzarsi sugli interpreti, penalizzati da un testo che è davvero troppo ridotto per non apparire compresso e costantemente rincorso da personaggi cui sono negati ritmi e pause imprescindibili in un’opera di questa ampiezza. Ciò che rimane del dramma viene presentato secondo uno schema circolare, che parte dal finale e vi si riconnette al termine della pièce, evidenziando la chiave di lettura di Arias, che al centro del dramma vede il perdono e la pacificazione.

Bravi attori, lasciati soli a compensare una regia troppo eterea

Gli attori sono bravi, ma sembrano lasciati soli a sostenere tutto il peso di una messinscena che vorrebbe essere essenziale e risulta nuda. C’è poi uno stridore evidente nel contrasto tra l’interpretazione del collettivo, le cui voci vengono modulate e deformate con toni alti, rudi, a volte enfatici e sporchi a seconda dell’effetto richiesto, e la magnifica essenzialità di Graziano Piazza, attore di grande esperienza non sempre valorizzato quanto merita. Piazza si muove con misura, accompagnato da una voce che esprime sensibilità estrema con pacatezza, sussurri, toni soffusi, secondo una linea antiretorica e naturalistica che lo rende un Prospero regale e magico senza bisogno di artifici: dispiace davvero immaginare quanto la sua maestria avrebbe potuto giganteggiare in un allestimento appena meno evanescente. Lo attendiamo con impazienza alle prossime prove: sorretto, speriamo, da un contesto che gli sia adeguato.

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