CULTURA

La Terra è blu come un’arancia? Arte, scienza e l’ossessione per l’invisibile

Da una parte la creatività, il genio unito alla sregolatezza; dall’altra il rigore, i numeri, il metodo, l’assenza di fantasia. Quando si parla del rapporto tra arte e scienza il rischio di cadere nei cliché è sempre dietro l’angolo; a ben vedere però questi due fondamentali ambiti del pensiero umano sono molto meno lontani di quanto siamo abituati a immaginare. Non solo perché intuizione ed estro sono indispensabili alla ricerca scientifica quanto il rigore lo è per l’attività artistica, ma perché tra i due mondi esistono connessioni profonde, continue e spesso sorprendenti.

L’espressione artistica del resto è sempre stata intrecciata allo sviluppo tecnico e scientifico: dalla scoperta dei pigmenti alla prospettiva, dalla fotografia al cinema fino alle più recenti tecnologie digitali e alla CGI. Allo stesso tempo la ricerca ha sempre avuto bisogno delle immagini per osservare, comprendere e raccontare il reale, e non è un caso che molti scienziati fossero un tempo anche straordinari disegnatori.

Proprio su questo legame profondo tra immaginazione artistica e ricerca scientifica si concentra La Terra è blu come un’arancia. Il mistero della ricerca, la mostra allestita al Museo della Natura e dell’Uomo per celebrare i trent’anni del Veneto Institute of Molecular Medicine (VIMM). Il titolo, ispirato a un celebre verso di Paul Éluard, suggerisce già la volontà di superare i confini rigidi tra discipline, aprendo uno spazio comune fatto di intuizioni, visioni e mistero.

Al Museo della Natura e dell’Uomo “La Terra è blu come un’arancia” esplora il confine sottile tra conoscenza, visione e mistero

Curata dallo storico dell’arte Sylvain Bellenger, la mostra riunisce circa trenta opere tra immagini scientifiche provenienti dai laboratori del VIMM, visualizzazioni digitali, tavole anatomiche e lavori di artisti contemporanei. Per Bellenger il punto di contatto tra arte e scienza non è soltanto teorico o simbolico: nasce da un’attitudine comune verso l’ignoto, l’intuizione, perfino il fallimento: “Molte scoperte scientifiche sono il risultato di errori, e spesso anche l’artista sbaglia: errori fecondi da cui possono aprirsi momenti di svolta nella storia dell’arte come in quella della medicina”.

Secondo il curatore legare arte e ricerca proprio a Padova, a due passi sia dalla Cappella degli Scrovegni che dalla cattedra del padre della scienza moderna, era quasi inevitabile: “Qui il rapporto è storico, profondo. Pensiamo a figure come Galileo o Vesalio, che hanno dato enorme importanza al disegno e alla rappresentazione, o a scoperte come il cannocchiale, che ha cambiato il modo di guardare il mondo”. È proprio sul tema dello sguardo, fissato prima attraverso disegni e poi tramite fotografie, che insiste gran parte del percorso: la mostra suggerisce così che la rappresentazione non sia un elemento secondario della ricerca scientifica, ma parte integrante del processo conoscitivo. 

Ad accogliere il visitatore è la grande installazione multimediale di Stefano Gargiulo, apparato immersivo ma anche dichiarazione d’intenti: il sottotesto è che le immagini, siano esse artistiche o scientifiche, nascono da uno stesso gesto di interpretazione del reale. Anche il suono diventa parte dell’esperienza tra voci umane e canti di uccelli, quasi a ricordare come la ricerca – scientifica o artistica – nasca sempre da una relazione viva con il mondo naturale.

Il percorso attraversa secoli di storia dell’immagine mettendo in dialogo universi normalmente percepiti come lontanissimi: si parte dalle sorprendenti superfici decorative inventate da Giotto nei falsi marmi della Cappella degli Scrovegni, interpretate quasi come una precoce forma di linguaggio non figurativo, per arrivare alle sperimentazioni dell’arte astratta e informale del Novecento con Kandinsky, Burri, Fontana, Rothko e Hirst.

Accanto alle opere artistiche compaiono le immagini prodotte dalla ricerca scientifica più avanzata: mappe neuronali, strutture cellulari, visualizzazioni microscopiche che sembrano appartenere contemporaneamente al laboratorio e all’atelier. Mostrano infatti una sorprendente qualità plastica ed estetica le immagini sviluppate dai ricercatori del VIMM e dell’Università di Padova – Maurizio Corbetta, Nicola Elvassore, Marco Sandri, Bert Blaauw, Konstantinos Lefkimmiatis, Carlo Viscomi, Onelia Gagliano, Maria Pennuto, Alessandro Carrer, Antonella Viola e Cecilia Laterza. Figure, trame, colori e geometrie che non perdono il loro valore scientifico e allo stesso tempo evocano emozione, immaginazione e stupore.

Il percorso si articola poi in quattro sezioni tematiche che richiamano la grande tradizione anatomica e medica di Padova e affrontano questioni profondamente contemporanee. Dalle origini della neurologia moderna si passa a una riflessione sul corpo, sulla sua rappresentazione e sui processi di normalizzazione che attraversano la storia culturale e sociale dell’Occidente. Il corpo “normale” emerge così non come dato neutro ma come costruzione culturale, spesso legata a modelli repressivi o ideologici.

Dalle immagini cellulari alle avanguardie artistiche, la mostra racconta il dialogo inatteso tra ricerca scientifica e immaginazione

Una delle sezioni più intense è quella dedicata al rapporto tra malattia, cura e rappresentazione del corpo, curata da Irene Palladino e Mattia Devita. Qui il dialogo tra arte e scienza si sposta sul piano dell’esperienza vissuta, interrogando non soltanto la malattia come oggetto di studio, ma il modo in cui essa trasforma la percezione di sé. Se il VIMM lavora per sviluppare diagnosi e terapie sempre più avanzate, questa sezione prova infatti a raccontare anche l’altra faccia della cura: l’esperienza soggettiva del paziente: “Per questo abbiamo parlato di ‘essere corpo’ – spiega Irene Palladino –; la malattia è infatti prima di tutto un’esperienza incarnata, vissuta nel corpo e attraverso il corpo”. 

L’arte diventa in questo contesto uno strumento capace di dar voce a ciò che spesso resta invisibile o indicibile. Mattia Devita cita ad esempio le “craniologie” di Ketty La Rocca, che reinterpretano l’immaginario diagnostico: “La radiografia è l’inizio della cura, ma porta con sé anche angoscia, paura, l’ingresso nell’esperienza della malattia”. L’artista trasforma così uno strumento clinico in un linguaggio relazionale: sulle immagini compare la parola “you”, “tu”, come tentativo di rompere la solitudine che spesso accompagna la malattia: “Quando ci si ammala si entra in una condizione di isolamento che può diventare anche esistenziale, l’opera prova invece a costruire un contatto con l’altro”.

Un’altra presenza centrale della sezione è quella di Georg Baselitz. Le opere esposte appartengono agli ultimi anni della sua attività, quando l’artista, costretto sulla sedia a rotelle, continua comunque a dipingere: le ruote vengono ricoperte di colore e lasciate scorrere direttamente sulla tela, creando segni che ricordano vene pulsanti e sistemi circolatori: “Un’immagine molto forte di resilienza, la capacità di continuare a creare anche dentro la malattia”, osserva Devita.

Il percorso dedica ampio spazio anche all’opera di Rebecca Horn, da sempre concentrata sul rapporto tra corpo, vulnerabilità e trasformazione. Le performance degli anni Settanta, con le celebri estensioni corporee, dialogano con disegni più tardi, nei quali emozioni, tensioni interiori e percezioni fisiche sembrano trasferirsi direttamente sulla carta, restituendo tutta la fragilità e la tensione del corpo ferito e trasformando il dolore in immagine.

Da questa sezione emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra conoscenza scientifica e vissuto umano. “La ricerca del VIMM parte dalla conoscenza di base per arrivare concretamente alla cura del paziente”, spiegano i curatori. Da qui nasce il parallelismo con l’arte: da una parte il corpo studiato, analizzato, scomposto attraverso il metodo scientifico; dall’altra il corpo vissuto, percepito, raccontato attraverso il linguaggio artistico.

“La Terra è blu come un’arancia” evita la facile retorica della contaminazione tra saperi, mostra piuttosto come arte e scienza condividano qualcosa di più essenziale: il tentativo di dare forma a ciò che ancora non comprendiamo del tutto. Che si tratti di una galassia osservata da Galileo, di una cellula vista al microscopio o di un corpo segnato dalla malattia, tutto comincia sempre da uno sguardo che prova a trasformare il mistero in conoscenza.


LA TERRA È BLU COME UN’ARANCIA
Il mistero della ricerca

A cura di Sylvain Bellenger

Museo della Natura e dell’Uomo, Padova
Fino al 30 settembre 2026

Promossa dal Veneto Institute of Molecular Medicine (VIMM)
Con il contributo di Fondazione Cariparo

Info e orari: visitmnu.it

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