Università e chiesa: quando era il vescovo a conferire le lauree
Museo Diocesano di Padova: la sala San Gregorio Barbarigo, anticamente chiamata “tinello dei dottori”, dove il vescovo conferiva le lauree agli studenti
Come ormai è noto, quella che oggi conosciamo come università di Padova nasce agli inizi del Duecento non per fondazione, e quindi ex privilegio papale o imperiale, ma per migrazione di un gruppo di studenti e docenti provenienti dallo Studium di Bologna alla ricerca di maggior libertà accademica.
Meno noto è che molto probabilmente sia l’allora vescovo della città, Giordano da Modena, a fare da aggancio. Nella primavera del 1222, anno indicato convenzionalmente per la nascita dell'Ateneo patavino, è proprio lui infatti a recarsi nella città felsinea, incaricato da papa Onorio III di risolvere una lite sorta in città tra il monastero di Santo Stefano e l’ordine dei Crociferi. Lì consulta due giuristi docenti presso l’Università di Bologna, Guglielmo Normanno e Guglielmo di Guascogna, il secondo dei quali ritroviamo poi come docente a Padova.
Il ruolo di primo piano della Chiesa padovana non si limita però alla fondazione dello Studium ma prosegue con la gestione dello stesso. Per ben sei secoli infatti a conferire i diplomi di laurea non è il rettore dell’Università – che nemmeno esiste nell'accezione attuale – ma il vescovo, che ricopre la carica di cancelliere.
Lo desumiamo da una lettera del 1264 di papa Urbano IV, il quale, su richiesta del vescovo Giovanni Battista Forzatè – che è stato anche studente e forse anche magister nello Studio – conferma la regola seguita fino a quel momento, secondo la quale la licentia docendi viene rilasciata dal vescovo allo scolaro esaminato diligenter dallo stesso presule assieme ai dottori dell’Università.
L’apparato amministrativo dello Studium – quello che oggi è costituito dagli uffici dell’Università, dalle segreterie studenti agli uffici carriere, fino all’archivio generale – è interamente rappresentato dalla curia vescovile, che gestisce le pratiche degli studenti fino alla laurea.
Nell’archivio storico diocesano di Padova (fondo Diversorum I), al primo piano del palazzo sede della curia vescovile, in via Dietro Duomo, sono ancora conservati i verbali di laurea dal XV secolo al 1806, anno in cui con l’editto di Saint Cloud (25 luglio 1806) Napoleone riforma gli studi universitari e toglie ogni ruolo all’autorità ecclesiastica. Si tratta di un complesso documentario che non ha eguali in Italia ed Europa, soprattutto per quanto riguarda la documentazione del Quattrocento e del Cinquecento.
Per secoli il luogo in cui vengono proclamati i dottori e consegnato il diploma di laurea è il palazzo vescovile o, per i casi più importanti, la cattedrale. Proprio qui, nella cappella maggiore dedicata alla Vergine Maria, il 25 giugno 1678 viene proclamata doctricem in filosofia, “communi voce, consensu et acclamatione” degli astanti, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata al mondo. A lungo in cattedrale ha luogo anche l'apertura dell'Anno Accademico, alla presenza delle maggiori autorità religiose e civili della città.
Nel Palazzo Vescovile il luogo deputato agli esami di licenza e alle proclamazioni è inizialmente la “Sala da basso”, dal Quattrocento chiamata “Tinello dei dottori”, che corrisponde all’attuale Sala Barbarigo, oggi sede di esposizioni temporanee di codici e incunaboli provenienti dalla Biblioteca Capitolare. In seguito alla fine del Quattrocento viene costruita per questo scopo, su iniziativa del vescovo Pietro Barozzi, un’altra sala definita in un regolamento tinellum novum, corrispondente all’attuale Sala del Collegio Sacro.
Proprio questa sala ha fatto da cornice alla presentazione del volume Università e Chiesa a Padova (sec. XIII-XX). Spazi, interazioni, conflitti, a cura di Stefano dal Santo e Antonella Barzazi, che raccoglie gli atti di un importante convegno di studi organizzato dall’Istituto per la storia ecclesiastica padovana nel settembre 2022 e dal suo comitato scientifico e organizzatore costituito di Antonella Barzazi, Liliana Billanovich, Donato Gallo, Pierluigi Giovannucci, Antonio Lovato, Giordana Mariani Canova e Andrea Nante.
L’incontro ha visto la partecipazione di studiosi, molti dei quali docenti o studiosi provenienti dall’università di Padova, che hanno toccato i vari aspetti della questione della interazione, in certi momenti anche problematica, tra chiesa, università e città di Padova nel corso dei secoli da diverse angolature: storica, teologica, linguistica, musicale e artistica, con incursioni nell'araldica e nella miniatura.
Il ruolo degli ordini mendicanti
Un excursus interessante e ricco di spunti che parte dal periodo medievale con l'insediamento in città degli ordini mendicanti, che hanno un ruolo di primo piano nella nascita e nello sviluppo del sistema universitario. L’arrivo in città degli studenti provenienti da Bologna si intreccia infatti con la fondazione nel Duecento di vari conventi. In particolare frati Minori (Francescani), frati Predicatori (Domenicani) ed Eremitani si stabiliscono nei quartieri periferici della città, in conventi equidistanti tra loro per suddividersi equamente il bacino d’utenza. Chiamati Religiones novae, rispondono alle nuove esigenze di spiritualità del tempo: il desiderio di un ritorno alla povertà originaria della Chiesa, ma anche la necessità di una cura pastorale affidata a uomini di chiesa con una adeguata preparazione culturale e teologica.
Ecco così che l’incontro tra due realtà, università e ordini mendicanti – due “invenzioni” medievali, secondo lo storico Luigi Pellegrini – porta anche a Padova a una profonda interazione, con la conseguenza che spesso i frati vengono reclutati soprattutto negli ambienti universitari. “La predicazione diventa cardine della cura animarum – spiega nel suo saggio Maria Teresa Dolso, docente di storia medievale all’università di Padova – ma la parola, per essere efficace, deve essere supportata da un adeguato studio e da una solida preparazione, che certamente l’Università poteva garantire ai massimi livelli”.
Gli statuti di Padova del 1331, che regolano la vita accademica, i diritti degli studenti e le relazioni tra università e città, identificano proprio nei frati gli specialisti indiscussi della predicazione, stabilendo che questi, "uomini prudenti ed esperti", predichino agli scolares (secondo la grafia medievale) dello Studium padovano in occasione di certe festività.
Non solo in quelle mendicanti, ma anche nelle altre chiese parrocchiali della città si svolgono celebrazioni liturgiche, orazioni pronunciate dagli studenti, processioni come quella del Corpus Domini e di Sant’Antonio, che attraversavano il centro di Padova con grande partecipazione di pubblico. Queste processioni, cui prendono parte tutti i rappresentanti dei collegi dello Studium, scandiscono il percorso accademico di docenti e studenti. Alcune chiese, in particolare la basilica di Sant’Antonio, divengono poi luogo di sepoltura per docenti e studenti particolarmente in vista, e i loro monumenti funebri sono ancora visibili ai nostri giorni. Come spiega Giovanna Baldissin Molli nel suo saggio, queste tombe sono ora state censite nell’ambito di un progetto portato avanti e messo in rete da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova.
Nel 1363 si colloca un evento cruciale che sigilla lo stretto legame tra università e chiesa, conferendo ancora più prestigio allo studium padovano: la nascita dell’universitas theologorum, che va ad aggiungersi alle originarie universitas iuristarum, dedicata allo studio del diritto civile e canonico, e universitas artistarum, che invece comprendeva gli studenti di medicina e delle arti liberali (filosofia, astronomia, grammatica, dialettica e retorica).
È papa Urbano V, con la bolla Quasi lignum vitae del 14 aprile 1363, a istituire formalmente la nuova facoltà di teologia come parte integrante dell’università, aggregando ad essa gli studia dei conventi dei frati predicatori, minori, eremitani, carmelitani e servi di Maria. Il titolo rilasciato, quello di magister theologie, ha lo stesso valore di quello che fino a quel momento si può conseguire solo nei prestigiosi studi teologici di Parigi, Cambridge e Oxford.
Padova in questo modo segue Bologna, che ha ottenuto questo privilegio l'anno prima. Viene creato un collegium theologorum, i cui componenti provengono principalmente dalle scuole degli ordini mendicanti e vengono via via trascritti a partire dai primi anni del Quattrocento in calce ai nuovi Statuti del 1424 in un codice, denominato E29, conservato presso la biblioteca capitolare di Padova.
Si tratta della cosiddetta matricola dei teologi che fanno parte del collegio teologico dello Studium patavino, come spiegato nel saggio di Emanuele Fontana e in quello di chi scrive, Roberta Monetti, che ripercorrono l’iter studiorum rispettivamente presso i frati Minori e Predicatori e presso gli Eremitani. In appendice a questi due saggi sono anche pubblicate le matricole dei Maestri dei frati Predicatori e Minori fino al 1430 e quelle degli Eremitani fino al 1500, finora inedite.
L’arrivo dei veneziani e l'età moderna
Con la caduta dei Carraresi nel 1405 e l’arrivo della dominazione veneziana si apre una nuova fase, caratterizzata dalla presenza sulla cattedra vescovile di personaggi provenienti dal patriziato lagunare, spesso formati proprio nell’ambiente universitario padovano (che diventa progressivamente lo studio della Serenissima). Si tratta in gran parte di uomini dalla formazione giuridica, cui spesso si somma una profonda cultura letteraria e umanistica che si riflette nelle loro preziose biblioteche, come spiegato nel saggio di Giordana Mariani Canova.
Pietro Marcello, vescovo-cancelliere dal 1409 al 1428 cui si deve l’approvazione dei nuovi statuti della facoltà teologica del 1424, Pietro Donato (1428-1447), Jacopo Zeno (1460-1481) e Pietro Barozzi (1487-1507), lasciano tracce importanti del loro operato e della loro profonda cultura in molti codici miniati giunti fino ai nostri giorni. Nel suo intervento la studiosa di codici miniati padovani, richiamando uno studio di Paolo Sambin, ricorda come il vescovo Pietro Donato crei “nella sua amenissima villa a Padova presso il Portello una grande biblioteca ricca di testi di diritto, ma soprattutto di classici”, che alla sua morte destina all’uso di docenti e studenti, prospettando così un precocissimo progetto di biblioteca universitaria. Progetto che purtroppo non andrà in porto, con la conseguenza che la maggior parte dei suoi libri va dispersa. Ci sono invece pervenuti molti libri della ricchissima biblioteca personale del vescovo Iacopo Zeno, bibliofilo e raffinato intellettuale laureato a Padova in utroque iure, salvati e inventariati dal successore Pietro Foscari, che li dona al capitolo della cattedrale ponendo così le basi per la costituzione del primo nucleo dell’attuale biblioteca capitolare.
Il nome di questi vescovi è legato anche ad ampi progetti nel campo architettonico: Pietro Barozzi ad esempio risistema il palazzo vescovile, disponendone l’innalzamento e la creazione e la decorazione della sala dei vescovi, oltre all’adattamento di nuovi spazi per le proclamazioni di laurea. Nel 1488 un regolamento emanato dal Barozzi in accordo con il Podestà di Padova, Leonardo Loredan, stabilisce che il tinellum novum, nel quale si svolgevano gli esami di licenza, sia assegnato alternativamente durante alla settimana al collegio dei giuristi e a quello degli artisti, finché non sia edificato nel palazzo vescovile un altro spazio: quello che appunto sarà il “tinello dei dottori”, in parte corrispondente all’attuale collegio sacro.
A partire dal Quattrocento il ruolo del vescovo viene comunque sempre più limitato e confinato al presiedere alle commissioni di laurea e rilasciare il relativo diploma di licenza, mentre la soluzione delle controversie e altre pratiche passa progressivamente nelle mani del podestà nominato da Venezia. Si diffonde inoltre, soprattutto agli studenti stranieri, la pratica delle lauree concesse dai conti palatini anziché dal vescovo-cancelliere, che non vengono celebrate nella solennità della cattedrale di Padova.
Nel Cinquecento si assiste a “un decisivo rafforzamento del ruolo dello Stato veneziano nella direzione dello studio e una dura competizione con i poteri ecclesiastici via via riconfigurati dalla risposta alla Riforma e dall’ingresso in campo dell’Inquisizione romana” – spiega Antonella Barzazi nel suo intervento. Sono anche gli anni– dal punto di vista padovano – dell’acquisizione di palazzo Bo e del suo rifacimento, della costruzione del teatro anatomico e della nascita dell’orto botanico.
Dal 1524 al 1570 il governo vescovile è affidato a Francesco e Alvise Pisani, zio e nipote, che vivono per lo più lontani da Padova, in un periodo caratterizzato dall’azione dell’inquisizione padovana e dai difficili rapporti tra università e chiesa. Con l’emanazione nel 1564 da parte di Pio IV della bolla In sacrosancta – che impone la professione di fede cattolica a maestri, professori e candidati alla laurea – viene messa in discussione la libertà che l’università di Padova ha sempre garantito a tutti i suoi studenti di qualsiasi fede e provenienza.
Il rapporto tra chiesa, università e città a Padova nel Seicento viene presentato da Pierluigi Giovannucci attraverso la figura di Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dello studio tra il 1664 e il 1697. Proveniente, come la maggior parte degli alti prelati dell’epoca, dall’aristocrazia senatoria veneziana, compie parte dei suoi studi a Venezia, per concluderli a Padova tra il 1653 e il 1655 come studente di legge al Bo, ma frequenta anche lezioni di filosofia, teologia, medicina e materie umanistiche. È un uomo di cultura e nutre anche la passione per le scienze esatte: incarna dunque la figura del vescovo colto, intellettuale e non interessato solo alla teologia, alla quale si dedica quando abbraccia la carriera ecclesiastica.
Il suo nome è legato alla rifondazione del seminario Padova, per il quale nel 1671 elabora un codice disciplinare e che trasforma in un grande centro culturale dove si studiano anche le lingue orientali, la matematica e la fisica e la geografia storica. Al suo interno Gregorio Barbarigo fonda anche una prestigiosa scuola di teologia che nel 1771 viene equiparata a quella universitaria per il valore legale del titolo rilasciato. Il personaggio è ricordato inoltre per la vicenda del conferimento della laurea a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, figlia del patrizio veneziano Giovan Battista di Girolamo, che fin dall’infanzia ha mostrato doti intellettive e capacità di apprendimento straordinarie.
Il Settecento, pure caratterizzato dalla forte presenza della Serenissima nelle vicende interne della città e della chiesa di Padova, si conclude con la caduta del governo veneziano e l’arrivo di Napoleone, che nel 1806 sopprime la facoltà teologica e il relativo collegio. Alcuni anni dopo, sotto il dominio austriaco, gli studi teologici all’Università vengono ripristinati, secondo il modello diffuso nell’impero austro ungarico, per essere però nuovamente soppressi dopo la nascita del Regno d’Italia con la legge Scialoja-Correnti del 1873.
Nel 1894 viene istituita presso il seminario di Padova una facoltà di teologia legata alla diocesi e non più all’università, nuovamente soppressa nel 1931. Gli studi teologici riprenderanno a Padova nel 1972 con una sezione della facoltà teologica dell’Italia settentrionale e, dal 2005, come facoltà teologica del triveneto con sede presso il seminario vescovile di Padova, con riconoscimento di personalità giuridica civile da parte delle autorità italiane.
Oggi, a distanza di quasi otto secoli, il rapporto tra chiesa e università a Padova continua a raccontare una storia di prossimità e distinzione insieme. Tra momenti di tensione e più frequenti stagioni di collaborazione, le due istituzioni hanno condiviso spazi, persone e idee, restando però realtà autonome e talvolta dialettiche. Con l’età contemporanea e soprattutto con i principi sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana, l’indipendenza e la laicità delle istituzioni sono diventate valori fondanti. Eppure, proprio nella reciproca autonomia — non nell’estraneità — continua a riconoscersi un tratto profondo della storia europea in generale e padovana in particolare: un intreccio che, trasformandosi, non ha smesso di rinnovarsi.