CULTURA

Venezia 83: Dove sono finite le storie?

Passare più di una settimana alla Mostra del Cinema di Venezia è meraviglioso: vedere in pochi giorni i film che guarderesti in sei mesi è il sogno di ogni cinefilo, che aspetta la fine dell’estate contando le ore che lo separano dal momento in cui per la prima volta si spengono le luci in sala. Di certo però è anche un po’ stancante: si passa da una proiezione all’altra, si mangia quando capita, si scrive negli intervalli e si finisce per conoscere molto meglio le code ai bagni e ai vaporetti che gli attori arrivati al Lido (“ehi, c’è uno famoso! Non so chi sia, ma quelli che lo inseguono di sicuro sì, facciamogli una foto che non si sa mai!”).


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Venezia 83 è sembrata anche più faticosa del solito, e non sono state le 38 proiezioni viste in nove giorni: quella è una forma di piacevole autolesionismo professionale per cui non sembra corretto dare colpe o meriti alla Biennale. A pesare, questa volta, è stata soprattutto la sensazione di passare moltissime ore davanti a film in cui il tempo scorreva molto più lentamente che fuori dalla sala.

Trame ridotte all’essenziale, lunghi silenzi, personaggi osservati in ogni trascurabile movenza, atmosfere che diventano più importanti di ciò che accade effettivamente. Nessuna di queste caratteristiche è un difetto in sé. Alcuni dei film più belli della Mostra avevano ritmi tutt’altro che forsennati, un’attenzione quasi maniacale data ai personaggi e una storia riassumibile in poche righe, per esempio Bunker di Florian Zeller.


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Quest’anno Hollywood è rimasta a casa

Il problema sorge quando ci sono tre o quattro film lenti di seguito, anche se presi singolarmente non li snobberesti di sicuro per una serata al cinema. A quel punto, o sei un estimatore del genere “slow” o cominci a trovarlo faticoso. E anche se chiacchierando con i colleghi in coda qualcuno finisce sempre per dire “era meglio gli anni scorsi” (no, non è vero, siamo solo dei boomer lamentosi anche se abbiamo solo 40 anni) in effetti nel 2026 qualcosa è cambiato: a Venezia 83 è mancata una presenza che nelle ultime edizioni aveva contribuito a dare un twist diverso alle giornate: quella delle grandi produzioni hollywoodiane, che di solito rompono il ritmo contemplativo di buona parte dei film “da festival”. Si è sentita un po’ la mancanza dell’attenzione alla trama.

Non in tutti i film, naturalmente. E soprattutto nessuno pensa che una pellicola debba contenere tre omicidi, due inseguimenti e un colpo di scena ogni dieci minuti per tenere lo spettatore sulla corda. Ma qualcosa di più di 15 minuti di un protagonista che si muove in casa sua compiendo normali azioni quotidiane magari sarebbe auspicabile, almeno in due proiezioni su tre.

Chi è causa del suo mal… Pianga lo stesso

Sia chiaro: si sapeva a cosa si andava incontro. Prima ancora dell’inizio della Mostra si era discusso della scarsa presenza degli studios, e lo stesso direttore Alberto Barbera aveva dovuto spiegarne le ragioni, attribuendole soprattutto alla difficile situazione dell’industria americana e alle strategie delle major.

Il risultato è stata una Mostra molto diversa dalle edizioni recenti. Nel 2025, per esempio, avevamo visto arrivare A House of Dynamite di Kathryn Bigelow e Frankenstein di Guillermo del Toro: due film molto diversi, tutt’altro che banali, ma costruiti intorno a storie coinvolgenti, che lasciavano il segno fino a ritrovartele rielaborate durante il sonno: la magia del cinema è anche questa (specie quando la notte dura solo cinque ore). Il primo trasforma la minaccia di un missile nucleare in una macchina narrativa che ripercorre gli stessi minuti da prospettive differenti; il secondo prende una delle storie più conosciute della letteratura occidentale e la rielabora, contando anche su scenografia e fotografia onirica.

Nel 2023 Povere creature! di Yorgos Lanthimos, aveva meritatamente vinto il Leone d’Oro: un film visionario, grottesco, sessualmente esplicito, esteticamente barocco. Qualcuno potrebbe dire che è facile costruire una trama partendo da libri come quelli di Mary Shelley e Alasdair Gray, ma anche Succederà questa notte di Nanni Moretti era tratto dalla raccolta di racconti Legàmi di Eshkol Nevo, e pur essendo un film nel complesso gradevole non era altrettanto coinvolgente.


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A questo punto forse la domanda non dovrebbe essere se abbiamo proprio bisogno dei blockbuster a Venezia, ma se per fare un “film da festival” sia necessario puntare sempre su introspezione e trame rarefatte, spesso condite da salti che nella migliore delle ipotesi richiedono allo spettatore la massima concentrazione, e nella peggiore portano a pensare che nel montaggio si sia perso qualche pezzo.

Presi singolarmente, alcune pellicole di questo tipo funzionavano, ma un festival non si guarda come si guarda un film ogni tanto: arrivando a cinque proiezioni al giorno, quando ti ritrovi il quinto protagonista che contempla silenziosamente qualcosa per interi minuti, comincia inevitabilmente a sorgere il sospetto che anche lo spettatore abbia diritto di contemplare silenziosamente l’uscita di sicurezza (e di raggiungerla).

Non serve per forza inventare tutto

Il paradosso è che alcuni dei film più efficaci sul piano narrativo non avevano nemmeno una sceneggiatura originale.

Ink di Danny Boyle nasce da una pièce teatrale di James Graham, autore della sceneggiatura, e racconta la storia vera dell’ascesa del Sun di Rupert Murdoch. Eppure è uno dei film in cui la storia si sente di più: c’è un obiettivo, c’è una competizione, si va da un punto A a un punto B, e quando ci si arriva il tragitto risulta chiaro, non va a interpretazione.


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Ink è la prova che per creare qualcosa di interessante non bisogna per forza inventare una storia dal nulla, basta avere qualcosa da raccontare e trovare il modo di raccontarlo bene.
Lo stesso vale, con modalità completamente diverse, per 15/18 – A Place to Heal di Cédric Kahn, ispirato alla realtà dei reparti psichiatrici per adolescenti in Francia. Il film riesce a mettere insieme una storia e dei rapporti credibili tra i personaggi, anche se il sistema medico sorprendentemente funzionante fa sorgere qualche sospetto di idealizzazione, che comunque non va a inficiare il senso generale: non servono sparatorie e agenti sotto copertura, basta che nell’arco della trama succeda qualcosa, come in questo caso.

Quando i personaggi si mangiano la trama

Edoardo De Angelis ha spiegato molto chiaramente la scelta compiuta con Il fuoco che ti porti dentro, tratto dal libro di Antonio Franchini.

“ Ho voluto affermare la maggior rilevanza dei personaggi rispetto alla trama Edoardo De Angelis

“La trama – aggiunge – c’è, ma non deve imbrigliare i personaggi: viene emanata da loro”.

È una dichiarazione d’intenti perfettamente coerente con il risultato. Il problema è che forse l’operazione è stata spinta troppo oltre: Angela, interpretata da Vanessa Scalera, invade lo schermo esattamente come invade la vita della sua famiglia, ma se un singolo personaggio domina quasi tutto il film, il rischio è che allo spettatore rimanga poco altro a cui aggrapparsi.

Un caso simile, ma con un diverso risultato, è quello di Bucking Fastard di Werner Herzog: parte dalla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin e la trasforma in qualcosa di quasi grottesco, affidandosi all’interpretazione delle sorelle Mara, ma anche all’ambientazione e alla paradossalità della vicenda (due sorelle che parlano e vivono all’unisono senza separarsi mai). Non è la trama a tenere insieme tutto, e sicuramente il lavoro attoriale è particolarmente valorizzato, ma entrambe queste componenti hanno un ruolo che contribuisce all’insieme, e il dispositivo funziona.

Quando il lavoro sulla sceneggiatura si sente tutto

Per vedere quanto una buona sceneggiatura possa fare la differenza, c’è Un bon petit soldat di Stéphane Brizé. Il film è quasi interamente confinato dentro le mura di un’azienda e proprio questa scelta contribuisce a farci “sentire” la storia: quel luogo finisce per occupare tutto lo spazio del film così come l’azienda occupa progressivamente tutto lo spazio della vita della protagonista.

La trama non è arzigogolata, ma è costruita con precisione e riesce a restituire fedelmente i meccanismi aziendali senza bisogno di moltiplicare gli avvenimenti. Non a caso Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce hanno vinto il premio per la miglior sceneggiatura, e, anche se qualcuno l’ha definita scarna, l’obiettivo, pienamente centrato, era proprio quello di raccontare una donna, ormai vicina al burnout, il cui mondo si è progressivamente ristretto fino a coincidere interamente con il suo lavoro.

L’importanza di trama e sceneggiatura è ancora più evidente in Wild Horse Nine di Martin McDonagh, che avrebbe meritato di dividere il premio con il trio francese di cui sopra. Qui la scrittura e i dialoghi sono il motore di tutto il film. Non sono i virtuosismi di regia a restare impressi (no, non ce ne sono): il giorno dopo ti ricordi i personaggi, le battute, il modo in cui la storia viene costruita e portata avanti. Al Lido era uno dei film più amati, e anche se la coppa Volpi a John Malkovich era meritatissima in molti speravano nel Leone d’Oro, tanto più che quest’anno è stata violata la regola non scritta di non assegnare Leone e Coppa a un film e al suo protagonista (era successo solo altre tre volte nella storia).

E poi c’è L’estranea di Paolo Strippoli, che riprende il tema del patto con il diavolo: c’è giusto qualche precedente negli ultimi secoli, ma vederlo in salsa barese ha comunque il suo fascino, e questa è la prova che si può prendere un'idea antichissima e costruire intorno a essa un film che funziona (ad eccezione del finale) e che non ti fa rimpiangere il tempo passato in sala.

Esistono alternative al “film da festival”?

Il “film da festival” è quello in cui i personaggi parlano poco, guardano molto, in cui i silenzi durano qualche secondo più del previsto e la trama potrebbe essere raccontata al bar nel tempo di un caffè ristretto. Preso singolarmente può essere bellissimo. Il problema arriva quando il giorno dopo ce n’è un altro. E poi un altro ancora.

È giusto chiedere a un film di portarci da qualche parte? Una trama semplice è necessariamente una trama povera? Privilegiare personaggi, atmosfera e ricerca formale significa per forza dover rinunciare al racconto? 

Forse quest’anno Venezia ha reso queste domande più evidenti perché mancavano molte delle grandi produzioni americane che, nel bene e nel male, tendono ad affidarsi maggiormente alla progressione narrativa. Non significa che Hollywood sappia raccontare storie e il cinema d’autore no, ma l’alternanza conta, e intervallare le classiche pellicole d’autore con qualcosa di più vivace avrebbe aiutato anche ad apprezzare di più Woman Unknown, che ha vinto il Leone d’Oro.

Quello di May el-Toukhy è un bel film, e differenza di altri è dotato di trama. Ma, ancora una volta, il racconto sembra interessato soprattutto a ciò che accade dentro i personaggi: ai loro silenzi, alle relazioni, all’ambiente che li circonda, ai piccoli spostamenti emotivi più che agli avvenimenti. Il problema è che se moltissimi film chiedono allo spettatore lo stesso tipo di attenzione, anche ciò che funziona rischia di perdere parte della sua forza. Il silenzio, per farsi sentire, ogni tanto ha bisogno di essere interrotto.

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