Venezia 83: Ink di Danny Boyle e il Sun come antenato del clickbait
INK - Guy Pearce e Jack O'Connel (Credits Anthony Dickenson STUDIOCANAL SAS)
“Il brutto stupisce”. In Ink, il nuovo film di Danny Boyle presentato in apertura alla Mostra del cinema di Venezia, questa battuta pronunciata quasi di striscio parlando di mera tipografia va a definire invece la strategia editoriale del Sun. Siamo nel 1969 e Larry Lamb (Jack O’ Connell), chiamato da Rupert Murdoch (Guy Pearce) a dirigere il giornale che ha rilevato, cerca una veste grafica capace di attirare immediatamente i lettori. Propone caratteri inclinati, soluzioni vistose, qualcosa che rompa le regole della buona tipografia. Un esperto gli fa notare che il risultato sarebbe brutto, ma Lamb non si scoraggia: vuole qualcosa che stupisca. E sì, deve ammettere l’altro, il brutto in effetti stupisce.
Il Sun raccontato da Boyle nasce così, attraverso una serie di tentativi, provocazioni e misurazioni. Murdoch e Lamb potevano accontentarsi di abbassare il livello del giornalismo, ma per le vendite non basta, e così ingegnerizzano il brutto, osservano le reazioni del pubblico, individuano ciò che funziona e lo amplificano. Il risultato cambierà il volto della stampa britannica e anticiperà un ecosistema mediatico che oggi conosciamo fin troppo bene.
Jack O'Connel in INK di Danny Boyle (Credits Anthony Dickenson STUDIOCANAL SAS)
Una finestra sul mondo
All’inizio del film Larry Lamb conserva ancora una visione idealistica del proprio mestiere. E infatti i suoi primi tentativi non funzionano, il giornale non ha un’identità riconoscibile e secondo le parole di Murdoch è solo “la brutta copia del giornale di qualcun altro”. Quel qualcuno è il Daily Mirror, diretto dall’uomo per il quale Lamb ha lavorato e che ora vuole disperatamente superare.
La costruzione del nuovo quotidiano diventa una storia di rivalsa. Murdoch è l’australiano guardato con sufficienza dall’establishment britannico, Lamb è il giornalista che vuole dimostrare al suo vecchio capo quanto vale; la redazione viene assemblata reclutando una vera e propria ciurma di reietti”, uomini scartati altrove e quindi disposti a rischiare tutto pur di rifarsi.
Tra loro c’è persino un fotografo sportivo licenziato perché, durante le partite di calcio, l’azione era troppo veloce e lui finiva regolarmente per perdersi i gol. Al Sun gli affidano un compito più adatto: fotografare donne. Con i vestiti addosso, gli precisano, “ma non troppi”.
Per buona parte del film questa improvvisata squadra di outsider è irresistibile. I suoi componenti lavorano, litigano, bevono, inventano titoli e si esaltano davanti alla crescita delle vendite. Il montaggio serrato e la regia ipercinetica di Boyle trasformano la nascita del giornale in un’avventura collettiva, e ci ritroviamo immersi in uno di quei film in cui un gruppo improbabile deve preparare il colpo perfetto. Soltanto che qui il bottino è l’attenzione dei lettori.
Informazione o intrattenimento?
Lamb interroga i suoi redattori su quello che amano davvero. Le risposte menzionano il fumo e l’alcol, ma gli fanno osservare che non si può costruire un giornale sul bere e sul fumare. “Perché no - ribatte lui - se è quello che fa la gente?”
La domanda riassume il metodo del nuovo Sun. Il meteo viene spostato in seconda pagina perché un giornalista dichiara di essere inglese e di voler poter parlare del tempo. La televisione, fino a quel momento considerata soprattutto una concorrente della stampa, diventa qualcosa da raccontare perché occupa ormai una parte importante della vita quotidiana. Alle grandi questioni internazionali si sostituiscono l’oroscopo, il calcio, il sesso e ogni altro argomento capace di suscitare curiosità e incrementare le vendite.
Di fronte ai difensori di un giornalismo composto soltanto da informazione dura e pura, Ink ha inizialmente il merito di mostrare una realtà su cui riflettere. È giusto celebrare le inchieste capaci di cambiare la società, come quelle raccontate, per rimanere in tema cinematografico, da Il caso Spotlight o da Anche io, dedicato alle giornaliste del New York Times che portarono alla luce gli abusi di Harvey Weinstein. Ma informare e intrattenere devono essere necessariamente attività incompatibili? Rendere accessibile e interessante ciò che è importante dovrebbe essere parte del lavoro giornalistico, ma nella storia del Sun, e quindi in Ink, diventa una colpa da espiare.
Dimmi cosa vorresti leggere. O anche no
Il successo del Sun non nasce dall’aver chiesto ai lettori che cosa volessero. Le persone non sempre sanno formulare i propri desideri e, soprattutto, non sempre sono disposte ad ammetterli. Pochi avrebbero dichiarato in pubblico di voler acquistare un giornale per le donne seminude o per l’oroscopo. Le vendite, però, smentivano i desideri dichiarati. Il Sun aveva imparato a intercettarli, confezionarli e restituirli in una forma sempre più irresistibile.
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Quando lo specchio sostituisce la finestra
Per tutta la storia una lavagna registra l’andamento delle vendite e la distanza che separa il Sun dal Mirror. Quei numeri finiscono progressivamente per occupare lo spazio che all’inizio apparteneva all’idea del giornalismo come finestra sul mondo: ormai, come fa notare Jules Davies (Claire Foy), collega e amante di Lamb, è diventato uno specchio della società. Ma il giornalismo non dovrebbe invece dare alle persone l’occasione di diventare la versione migliore di se stessi? Le vendite, però, dicono di no.
Lamb non sembra rendersi conto di aver perso se stesso, né attraversa una tradizionale crisi di coscienza, cambia semplicemente l’unità di misura con cui valuta ciò che fa. All’inizio vuole costruire un giornale; poi vuole solo vincere. E la lavagna gli dà continuamente ragione. Non esiste più una ragione interna per fermarsi, perché ciò che appare discutibile sul piano etico risulta trionfale su quello economico. Che, tra parentesi, era quello che gli aveva chiesto Murdoch.
Jules Davies se ne va prima che l’escalation raggiunga il punto di non ritorno. Come coscienza morale del protagonista fallisce miseramente, ma rimane colei che comprende di poter ancora uscire da un sistema nel quale Lamb, invece, si identifica ormai completamente. Anche lei, però, non riesce a rappresentare un’alternativa efficace, qualcosa che dia una speranza di salvare capra (l’informazione) e cavoli (le vendite).
Jack O’Connell interpreta Lamb con un’energia trascinante, rendendo credibile tanto il leader capace di galvanizzare la sua banda di esclusi quanto l’uomo consumato dalla competizione. Guy Pearce costruisce invece un Murdoch più controllato, osservatore e stratega, apparentemente in grado di mantenere una certa distanza dalle conseguenze della macchina che ha messo in moto. Il tutto è coerente con le intenzioni registiche, ma forse dovremmo chiederci se lo è anche con la realtà.
Claire Foy in INK (Credits Anthony Dickenson STUDIOCANAL SAS)
La seconda parte del film è un netto cambio di rotta
La seconda parte del film cambia tono quando il rapimento della moglie del vicedirettore Alick McKay porta una tragedia reale dentro la redazione. Lamb vuole che il Sun racconti il caso anche se la pubblicazione potrebbe mettere ulteriormente in pericolo la vittima. La sua giustificazione è lineare: quella è una notizia e loro ci sono dentro.
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Il rapimento diventa lo spartiacque morale della storia perché porta a galla ciò che il contatore non può misurare. Le notizie non impattano solo sulle copie che permettono di vendere, ma sulle persone, anche in modo irreversibile.
Boyle evita di trasformare questa parte in un semplice thriller e mostra piuttosto la collisione tra due concezioni del giornalismo: il diritto di raccontare ciò che accade e la responsabilità nei confronti di chi, spesso involontariamente, diventa oggetto di quel racconto. Da questo momento Ink comincia a schierarsi forse con troppa decisione.
A questo punto un film felicemente ambiguo fino a quel momento comincia a restringere il proprio campo. Lamb appare sempre più come l’uomo disposto a sacrificare qualunque cosa ai numeri, mentre Murdoch assume paradossalmente il ruolo di colui che conserva qualche scrupolo. Ma a parte protestare un po’, alla fine, lascia fare. Se Lamb ha trasformato le vendite nell’unico metro del valore, è Murdoch ad aver costruito il gioco nel quale contava soltanto vincere.
La rappresentazione della sua indignazione ha una sfumatura ipocrita. Murdoch, che all’inizio si ribellava agli intellettuali britannici incapaci di prenderlo sul serio perché australiano, finisce per osservare dall’alto l’uomo al quale ha affidato il compito di realizzare la propria rivoluzione. Anni dopo potrà sostituirlo con qualcuno di più giovane e spedirlo in Australia, lontano dal centro del potere che insieme avevano conquistato.
Il cast di INK (Credits Anthony Dickenson STUDIOCANAL SAS)
Il clickbait ante litteram
Nelle sequenze finali Ink collega il sensazionalismo del Sun alle notizie urlate, ai social network e all’odierno ecosistema del clickbait. Lo stesso Boyle, nelle note di regia, traccia una linea che dal tabloid britannico arriva a Fox News, Truth Social, Twitter, Facebook, Google e OnlyFans. La conclusione è efficace e difficilmente equivocabile: guardate da dove siamo partiti e cosa abbiamo costruito.
Il problema è che il film ha appena mostrato le persone comprare il Sun. Ha raccontato l’esultanza della redazione davanti a ogni aumento delle vendite e il modo in cui il pubblico ha premiato proprio le scelte destinate a suscitare maggiore scandalo. Il film comprende perfettamente perché il giornale abbia funzionato.
Attribuire al Sun una responsabilità storica è legittimo, perché inaugura una tendenza che oggi possiamo osservare ogni giorno, ma farlo senza proporre un’alternativa è forse un po’ troppo comodo. Alla domanda provocatoria posta nel film (“davvero ci si sveglia al mattino pensando innanzitutto a quello che succede in Germania?”) non si può rispondere semplicemente che sarebbe nostro dovere farlo.
Il vecchio panem et circenses precede di parecchi secoli Rupert Murdoch. Il giornale ha avuto l’intuizione di riconoscerlo, industrializzarlo e venderlo quotidianamente. Ha contribuito a rafforzare certe inclinazioni, ma non le ha create da zero. Togliere di mezzo un singolo colpevole non risolve quindi il problema, perché il pubblico che quel colpevole ha imparato a soddisfare rimane al suo posto e non cambia di una virgola.
Il paradosso del film
C’è anche una contraddizione che rende un film ben costruito e gradevole un filo fastidioso: Danny Boyle denuncia il trionfo dell’intrattenimento attraverso un film che fa di tutto per intrattenere. Il montaggio di Fin Oates procede a velocità vertiginosa; musica, immagini d’archivio e inserti visivi entrano con precisione nel racconto; le scene di redazione possiedono un’energia quasi euforica, una vitalità quasi palpabile.
E meno male che il film è così gradevole, perché una sobria lezione di due ore sulla storia dei media britannici avrebbe forse rassicurato i difensori del giornalismo più classico, ma non sarebbe stata altrettanto capace di raggiungere il pubblico. Boyle finisce così per dimostrare, con la forma stessa del film, ciò che la sua conclusione sembra dimenticare: conoscenza e intrattenimento possono procedere insieme, e forse è proprio questa una possibile speranza.
Ink è brillante, divertente, ricco di idee e ben interpretato da entrambi i protagonisti. Perde qualcosa quando trasforma la complessità mostrata nella prima parte in una condanna più prevedibile, ma non abbastanza da cancellare la forza delle domande che ha sollevato. La più importante riguarda quello che noi scegliamo di comprare, guardare e condividere. Perché il brutto continua a stupire, e c’è sempre qualcuno disposto a premiarlo con la propria attenzione.