CULTURA

Venezia 83: Primetime: con che diritto sbatti il mostro in prima serata?

A volte la Mostra del cinema di Venezia fa strani scherzi e due film finiscono per parlarsi. Era successo, per esempio, con The Last Duel di Ridley Scott e Les choses humaines di Yvan Attal, due film presentati nello stesso anno e costruiti intorno a vicende sorprendentemente simili. Succede di nuovo con Ink di Danny Boyle e Primetime di Lance Oppenheim: in questo caso i due film raccontano lo stesso evento in due epoche diverse: la spettacolarizzazione della realtà e il bisogno atavico di alzare sempre la posta.

In Ink parlano i numeri delle copie vendute, per anticipare quelli dei clic e delle visualizzazioni. In Primetime siamo invece nel 2006 e il premio più ambito è (ancora per poco) uno spazio in prima serata. Non durerà molto: il film è ambientato proprio alla vigilia della frammentazione del panorama mediatico e della crisi della cosiddetta “televisione d’appuntamento”.


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Sbatti il mostro in prima serata

Primetime, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è il primo film di finzione di Lance Oppenheim, fino a oggi autore di documentari come Some Kind of Heaven, Spermworld e della docuserie Ren Faire. Robert Pattinson interpreta Chris Hansen, giornalista realmente esistente e conduttore di To Catch a Predator trasmesso da NBC dal 2004 al 2007.

Il format è semplice: i componenti del gruppo di vigilanza online Perverted Justice si fingono adolescenti nelle chat e aspettano che uomini adulti abbocchino. Per organizzare un incontro entrano in scena delle “esche”: attori adulti che fingono di essere i ragazzini con cui gli uomini credono di aver chattato e li invitano a casa loro. Quando il predatore arriva, l’esca lo fa entrare, e poi compare Hansen che legge frammenti delle chat. Poi interviene la polizia. E il pubblico impazzisce.

Ed ecco che Hansen ottiene ciò che desiderava: la prima serata. A quel punto, però, bisogna continuare a meritarsela. E se ieri hai catturato un mostro, domani ne serve uno più grosso.

Viene quasi inevitabile pensare a Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio, e chiedersi cosa ci autorizzi a sbatterlo lì o, in questo caso, in prima serata. La domanda viene esplicitata molto presto, dalla bocca di uno degli uomini caduti nella trappola, un rabbino. Di fronte a Hansen gli chiede: “Chi ti ha dato il permesso di fare questo?”

È la domanda intorno alla quale gira tutto Primetime.

Chi ti ha dato questo potere?

Non c’è alcuna ambiguità sulla gravità dei comportamenti che il programma vuole smascherare, e Primetime sceglie di concentrarsi su altre questioni: se una persona ha commesso qualcosa di orribile, abbiamo automaticamente il diritto di privarla della dignità, della privacy, delle garanzie che riconosciamo agli altri? E soprattutto: chi è questo “noi”? Un giornalista? Un’emittente televisiva? Un gruppo di vigilanti online? La polizia? Il pubblico che guarda? Gli inserzionisti che pagano perché quel pubblico continui a guardare?

Esistono tribunali e giudici proprio perché la giustizia non dovrebbe coincidere con la convinzione individuale di sapere chi siano i buoni e chi i cattivi. Hansen, invece, ha bisogno di una divisione sempre più netta del mondo in innocenti e mostri per continuare a fare ciò che fa, e questa diventa la sua armatura psicologica: il protagonista deve convincersi di combattere un male assoluto per non interrogarsi troppo sui mezzi che utilizza. 

Nel frattempo scopriamo che anche lui mente, tradendo la moglie e illudendo l’amante. La sceneggiatura non vuole suggerire un’assurda equivalenza morale tra un adulterio e l’abuso sessuale di un minore, ma mostra che anche Hansen è un essere umano e non può diventare un giudice semplicemente perché ha una telecamera alle spalle: non è la persona adatta per ergersi a custode della giustizia, soprattutto quando molto di quello che fa dipende dall’ego.

Alla ricerca della balena

Il meccanismo degli ascolti, intanto, reclama prede sempre più importanti. Xavier Von Erck (Matthew Maher), il tecnico e vigilante che individua online i possibili bersagli, comincia a cercare quello definitivo. Nel gruppo lo chiamano “la balena”. Nella sua fantasia potrebbe essere qualcuno di potentissimo (viene nominato, per scherzo ma non troppo, anche il presidente): catturarlo consacrerebbe definitivamente Hansen e il programma.

Il riferimento a Moby Dick diventa difficile da ignorare per chi ha amato il libro. Come Achab, Hansen ha bisogno della balena e progressivamente la caccia diventa un’ossessione. Quando finalmente sembra comparire il pesce grosso, un procuratore distrettuale del Texas, tutto il resto passa in secondo piano e Primetime può costruire, senza bisogno di dichiararlo, la propria tragedia. Sappiamo che qualcosa andrà storto, lo sentono anche i personaggi. Vorremmo che qualcuno fermasse la macchina, ma ormai tutti hanno qualcosa da guadagnare dal fatto che continui a correre.

Si va verso lo stesso epilogo di Ink, e la balena rimane in qualche modo irraggiungibile, le parole di Hansen non la sfioreranno nemmeno.
 

Si può anche dire “no”

Il personaggio più apertamente disposto a sottrarsi al meccanismo è Del Harvey, interpretata dalla cantautrice Phoebe Bridgers al suo debutto cinematografico. Del è una delle esche e all’inizio non vive il proprio ruolo semplicemente come un lavoro da attrice: crede in ciò che stanno facendo. Poi qualcosa cambia: quando il programma supera un limite che per lei non è più accettabile, se ne va.

Dan Plum (un ottimo Skyler Gisondo) rimane invece dentro la macchina. È ingenuo, vuole fare l’attore e vede inizialmente quella strana occupazione anche come un’opportunità professionale. Eppure è forse lui, più degli altri, a conservare una forma di empatia. In questo senso può diventare una specie di sostituto dello spettatore: assiste al funzionamento dell’apparato, ne percepisce progressivamente le contraddizioni, ma continua a farne parte per vedere fin dove arriva.

E alla fine qualcosa ne ricava davvero: la tessera del sindacato degli attori: dentro una macchina che ha reso indistinguibili recitazione, giornalismo e realtà, persino la tragedia fa curriculum.

Più inquietante ancora è Andie Bender (Merritt Wever), produttrice del programma e personaggio di finzione. Non è una donna priva di scrupoli, sarebbe troppo facile. A un certo punto la coscienza ce l’ha e pensa di poter diventare una persona migliore. Poi arriva la balena e ogni principio diventa negoziabile.

È proprio qui che Primetime riesce meglio: non ha bisogno di mettere accanto a Bender e Hansen qualcuno che spieghi che ciò che stanno facendo è sbagliato. Non viene costruita intorno a loro una scena destinata a tradurre in parole il giudizio morale del film. Basta una storia scritta bene perché lo spettatore possa farsi la sua idea.

Ink e il bisogno di spiegare

È questa la differenza più evidente rispetto a Ink. Anche lì troviamo un giornalista carismatico, un sistema mediatico che premia chi riesce a catturare l’attenzione e una rivalità professionale che spinge il protagonista a voler dimostrare qualcosa.

In Primetime Hansen incontra di sfuggita il giornalismo che vorrebbe rappresentare: un reporter “serio”, che gli dice che non potrebbe mai fare ciò che fa lui e poi gli annuncia che guarderà il debutto in prima serata dall’Afghanistan. Da una parte il reporter di guerra, dall’altra il conduttore diventato celebre trasformando la cattura dei pedofili in televisione. Due differenti idee di prestigio giornalistico si guardano per qualche minuto negli occhi.

Persino alcuni dettagli simbolici sembrano mettere in comunicazione i due film. Lamb in Ink porta sul volto una cicatrice che alimenta la mitologia del vecchio reporter d’inchiesta; soltanto molto più avanti scopriremo la sua assai meno eroica origine. Hansen porta invece al polso un braccialetto che nel film associa a una precedente inchiesta sui bambini rapiti in India: quasi un talismano della propria identità di uomo che ha guardato il male negli occhi.

Ma soprattutto entrambi i film parlano della spettacolarizzazione dell’informazione e arrivano a conclusioni che lo spettatore difficilmente può equivocare. La differenza è che Primetime si fida molto di più di chi guarda.

Oppenheim stesso dice di essere stato conquistato da una sceneggiatura che, come dice lui, “non fosse un tribunale morale”, ed è probabilmente la scelta più felice del film. Ink tende invece, soprattutto nel finale, a imboccare il pubblico, sottolineando una tesi già perfettamente chiara.

Se una produttrice, davanti alla tragedia, pensa innanzitutto a come trasformarla in un prodotto televisivo che funzioni, abbiamo davvero bisogno che un altro personaggio entri nell’inquadratura per spiegarci che c’è qualcosa che non va?

La fotografia di un mondo finto

Anche visivamente Primetime lavora sul confine tra realtà e artificio. Oppenheim e il direttore della fotografia David Bolen alternano formati differenti, recuperano telecamere DV simili a quelle utilizzate nel programma originale e ricostruiscono la grammatica televisiva dell’epoca, mentre le immagini più cinematografiche assumono colori fortemente saturi. Dominano gialli caldi, arancioni e verdi, in un mondo che sembra sempre leggermente troppo colorato per essere vero.

E infatti le case sono case-esca. Gli adolescenti sono adulti che recitano. Le conversazioni sono vere ma sono state provocate. Le telecamere sono nascoste ma tutti, tranne il bersaglio, sanno che esistono. Hansen è un giornalista che, appena entra nell’inquadratura, diventa anche interprete di Chris Hansen il reporter.


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Tutto è reale e tutto è falso

Robert Pattinson funziona bene dentro questa ambiguità. La sua è una buona interpretazione, tiene saldamente il personaggio e Oppenheim, insistendo molto sui primi piani, riesce a tirarne fuori un’espressività che non sempre Pattinson ha mostrato con altrettanta evidenza. Hansen rimane abbastanza carismatico da farci capire perché il pubblico lo seguisse e abbastanza fragile da lasciar intravedere le crepe dietro il personaggio televisivo.

Il limite di Primetime è semmai l’abbondanza. Ci sono Hansen, Dan, Del, Andie, Xavier, la famiglia, i rapporti professionali, le ambizioni e le crisi di coscienza. Il film apre continuamente porte dietro alle quali sembrano esserci personaggi che varrebbe la pena conoscere molto meglio, ma non ha il tempo di attraversarle tutte, e questo lascia l’amaro in bocca: proprio perché quelle storie sono interessanti, dispiace non poterle approfondire.

Dalla prima serata al nostro presente

Nel 2006 la ricompensa era il primetime. Oggi, come Ink insegna, sarebbe la viralità. Sono cambiati gli schermi, le piattaforme e soprattutto la velocità, molto meno il meccanismo.

Per ottenere attenzione serve qualcosa che ci faccia fermare. Poi qualcosa di più forte. Poi ancora più forte. Il mostro di ieri non basta più: serve la balena.

È per questo che Primetime, pur raccontando un preciso momento della televisione americana, arriva facilmente fino al presente. E forse è anche per questo che nel duello con Ink parte in vantaggio. Entrambi raccontano cosa accade quando il successo viene misurato con gli stessi criteri dello spettacolo. Entrambi mostrano persone trasformate in contenuti. Entrambi ci accompagnano verso lo stesso epilogo.

Ma Primetime fa qualcosa di più, facendo qualcosa di meno: non ci fornisce la risposta già sottolineata. Lascia risuonare la domanda del rabbino: chi ti ha dato il permesso?

Chi ha dato a un giornalista il potere di trasformarsi in giudice? Chi ha deciso che essere colpevoli significhi perdere automaticamente il diritto alla dignità? E quanto della giustizia che crediamo di cercare è invece il piacere di vedere finalmente il mostro sbattuto in prima serata?

Oppenheim non risponde al posto nostro. Si limita ad accendere le telecamere. E, fortunatamente, si fida del fatto che sappiamo ancora pensare senza essere presi per mano.

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