CULTURA

A Venezia l'arte interroga le restituzioni, oltre il colonialismo

Costa della Namibia, oggi: una donna lancia una lenza nell’oceano. Ha i piedi in acqua e il suo gesto parla di tradizioni antiche e di rituale ripetizione di un atto - la pesca - che è avvenuto infinite volte, sempre uguale. Sulla riva alle sue spalle, le onde hanno accumulato ciò che il mare ha restituito: reti abbandonate, pezzi di plastica e altri detriti dell’industria globale. Il gesto della donna è apparentemente semplice, ma contiene semi di sopravvivenza, di memoria e di trasformazione sullo sfondo della crisi ambientale ed economica che avvolge il mondo intero.

È solo un frammento del video che fa parte di From My Mother’s Country, una delle due opere che costituiscono Tide of Returns, la nuova mostra temporanea che ha da poco inaugurato a Venezia, negli spazi di Ocean Space nella ex chiesa di San Lorenzo. Tide of Returns mette al centro il lavoro di Repatriates Collective e dell’artista Verena Melgarejo Weinandt: installazioni, video, performance che affrontano il tema della restituzione dei beni culturali sottratti durante il colonialismo. Ma più che una mostra tematica, è un dispositivo che tiene insieme ricerca artistica, pratiche partecipative e programma pubblico, mettendo in dialogo voci provenienti da Africa, Australia, Europa e America Latina.

Tra le dune della memoria

From My Mother’s Country è un’opera complessa e stratificata, costruita attorno a materiali e gesti. Con la sabbia proveniente dal Golfo di Carpentaria, in Australia, Noeleen Lalara ha ricreato delle piccole dune cosparse di decine di bambole costruite a partire da conchiglie raccolte in riva al mare. In passato, durante il periodo coloniale, alcune di queste piccole bambole sono finite anche nelle collezioni dei musei occidentali. Qui vediamo quelle che le donne Anindilyakwa hanno preparato appositamente per il loro viaggio verso Venezia. Sono contemporaneamente un simbolo di fertilità, ma anche un atto di resistenza contro la violenza imperiale subita, rimescolando in questo modo il passato e il presente.

Per le artiste che hanno concepito l’insieme dell’opera si tratta di una restituzione simbolica potente e rituale che non è puntuale, ma ciclica come le maree. La tradizione delle bambole di conchiglie, infatti, è anche un ponte intergenerazionale, con le donne più anziane che insegnano a costruirle e vestirle alle più giovani. È l’Ounona, il termine in lingua oshiwambo sta sia per gioco e sia per bambole rituali.

La seconda opera, Weaving Connections, si muove su un altro registro, più esplicitamente rituale e astratto. Lo spazio della navata est dell’ex chiesa è occupato da tre gruppi di tessuti nelle tonalità del blu stesi su delle semplici arelle attraversati da trecce di tessuto nero che richiamano lo scorrere dell’acqua, ma anche le ciocche di capelli. I tessuti sono stati intrecciati a mano e sono stati purificati dall’acqua del fiume: l’opera è una meditazione sulla continuità dei corpi idrici, dove i fiumi diventano oceani. Ma anche luogo dove si esplica la ritualità ciclica e qui viene mostrata in tre distinti momenti attraverso altrettante installazioni video.

Le trecce sono un elemento ricorrente nel percorso dell’artista Verena Melgarejo Weinandt e Weaving Connections è la tappa più recente di un lungo percorso nello sviluppo di una serie di ricerche e film performativi che esplorano il modo in cui l’immaginario culturale in Germania ha rappresentato e interpretato le popolazioni indigene nei media e nella cultura di massa.

L’eredità coloniale

In entrambe le opere, il nodo è lo stesso: il colonialismo non è solo una questione del passato. È un sistema che ha prodotto oggetti, archivi, ma anche immaginari e relazioni con l’ambiente. Le fantasie costruite attorno ai territori e alle popolazioni colonizzate continuano a influenzare il presente, così come le economie estrattive continuano a lasciare tracce nei paesaggi. Per questo la restituzione non riguarda solo i musei: riguarda il modo in cui ci rapportiamo alla memoria e al mondo naturale. Quando (e se) tornano, gli oggetti lo fanno dentro ecosistemi fragili, dentro comunità che devono continuamente negoziare il proprio futuro.

E Venezia, in questo senso, non è un luogo neutro. È una città costruita sull’acqua e sulla stratificazione, attraversata da flussi commerciali e coloniali per secoli. Oggi è uno dei luoghi più esposti alla crisi climatica, ma anche uno spazio in cui il rapporto tra umano e ambiente è visibile, concreto, quotidiano. Per Repatriates Collective, portare qui una riflessione sulla restituzione grazie alla commissione di TBA21–Academy e Ocean Space significa mettere in corto circuito storie diverse: quelle degli imperi europei, quelle delle rotte globali, quella degli ecosistemi fragili a rischio per l’azione violenta dell’umanità, proprio come la laguna veneta. Che non è solo una cornice, è parte del discorso.

L’acqua che scorre, unisce e trasforma. E Tide of Returns suggerisce che restituire non significa chiudere una storia. Significa riaprirla. Mettere in moto qualcosa che non può essere facilmente stabilizzato e che continua a cambiare forma. Come una marea.

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