CULTURA

Vita, teatro, verità. La lunga lezione di Ewa Benesz

"Siamo interessanti, e attiriamo l'attenzione, quando siamo disarmati e quando non sappiamo". A un certo punto, Ewa Benesz condivide questa riflessione con le sue allieve e i suoi allievi. Sono parole che occupano il centro del racconto, individuando idealmente il cuore dell'artista, la pratica teatrale, l’esplorazione spirituale

Dopo 60 anni di ricerca, di cui oltre 40 vissuti in Italia dopo aver lasciato la Polonia durante la legge marziale del 1981, Ewa Benesz prende la decisione di ritornare a Lublino, città dove è nata nel 1943, e concludere così i suoi laboratori. Tra le ultime testimoni dell’esperienza parateatrale di Jerzy Grotowski, considerata una vera maestra per la sua dedizione totale alla verità della vita e dell'arte, annuncia le sue intenzioni scuotendo una comunità di allievi e allieve, legati a lei da decenni, custodi di un sapere non scritto, trasmesso attraverso il corpo e la presenza.

Siamo interessanti, e attiriamo l'attenzione, quando siamo disarmati e quando non sappiamo Ewa Benesz

Il documentario

La decisione è presa, resta il tempo per un’ultima lezione: un passaggio di testimone, da condividere con la propria comunità. Le domande sono tante e nutrono questioni profonde: come e quanto verrà trasmessa la conoscenza e cosa resterà di una intera vita dedicata al teatro e alla ricerca? Il documentario Ewa. The Last Lesson di Andrea Mura e Federico Savonitto (prodotto da Ginko Film) segue pazientemente e intensamente questo atto finale, si immerge nella storia, risponde e realizza il desiderio di preservarne il valore. Mentre le memorie della protagonista prendono forma sulla carta, il viaggio tocca i luoghi simbolo del suo percorso: dalla culla del parateatro di Grotowski, a Brzezinka, alla Casa-laboratorio Cenci di Franco Lorenzoni, in Umbria, per approdare al rifugio sardo, la grande casa ai piedi del Monte Porceddus, dove ha incarnato l'ideale di vita povera, senza mai tradirne l’essenza. Il ritorno in Polonia rappresenta la chiusura di un cerchio e si offre come confronto intimo con un’esistenza trascorsa lontano dalle proprie radici: i registi la accompagnano, infine, nel nuovo appartamento di Lublino e assistono al momento in cui, nel teatro storico appartenuto per due secoli alle generazioni della sua famiglia, Ewa porta in scena il Pan Tadeusz di Mickiewicz, imparato a memoria per quasi 50 anni, e incontra così per la prima volta un pubblico (mai previsto, invece, come semplice spettatore nella pratica di Grotowski).

L’ultima lezione evoca l’urgenza del lascito. Custode di una precisa visione del mondo che oggi sembra non riuscire a incastrarsi né a trovare la giusta voce in un presente feroce e dal ritmo accelerato, Ewa Benesz è in realtà ancora una luce, guida silenziosa eppure potente, punto di riferimento artistico e umano per coloro che sanno scavare in profondità e, al tempo stesso, desiderano proiettare il proprio spirito verso l'alto, cercando la verticalità. Il documentario racconta la pratica radicale di un’artista che, con la sua presenza e il suo esempio, ha indicato vie da percorrere per riconnettersi con la propria verità interiore, rendendo visibile l’invisibile. Nel corso e, più che mai, al termine del film si viene attraversati da emozioni contrastanti, un misto di nostalgia, tristezza e meraviglia. Ci si muove in un territorio di confine: si ha la sensazione di aver ricevuto una carezza, la più dolce e la più struggente.

Un progetto nato 15 anni fa

Il progetto per il film nasce da un desiderio coltivato a lungo. Già 15 anni fa, Andrea Mura e Federico Savonitto discutono della possibilità di dedicare un documentario a Ewa Benesz. Sono due studenti della Scuola di cinema documentario di Palermo e condividono una esperienza significativa, indimenticabile: hanno partecipato entrambi ai laboratori dell’artista polacca e ne sono rimasti affascinati e coinvolti. In quel periodo pongono le basi per un lavoro di osservazione durato oltre un decennio, la cui fase realizzativa prende invece corpo nel 2020, in un cruciale momento della vita di Ewa: in seguito a un lutto, alla soglia degli ottant’anni, l’artista esprime l’intenzione di lasciare l'Italia, e in particolare la Sardegna, scelta come casa, per fare ritorno in Polonia e concludere l'esperienza dei suoi laboratori. A quel punto, seguire Ewa diventa una necessità documentaristica e le riprese si sviluppano nell'arco di quattro anni, fino al 2024, per poi approdare a un lungo lavoro di montaggio durato un anno e mezzo, sotto la guida di Jacopo Quadri. 

Il cinema racconta il teatro

Cosa accade quando il cinema incontra il teatro? Come si possono raccontare pratiche così viscerali? In particolare, qui, tradurre la verticalità del teatro grotowskiano in linguaggio filmico sembra essere una sfida difficile da accettare. I registi uniscono forze e competenze: l'anima antropologica di Mura incrocia quella documentaristica di Savonitto. La difficoltà in più - spiegano gli autori - sta nel fatto che anche Ewa è una regista: “Abbiamo dovuto superare le sue resistenze e il suo bisogno di controllo sull'immagine, affinché si abbandonasse al film. E noi abbiamo accettato le sue regole, partecipando ai laboratori, condizione necessaria per ottenere il permesso di filmarli”.

“Dovevamo vivere il processo per poterlo filmare dall'interno - commenta Savonitto -, diventando invisibili e ponendoci in ascolto”. E Mura aggiunge: “È stato molto faticoso, perché la nostra è stata una partecipazione al cento per cento. Astrarsi per mantenere una visione registica, mentre stai cantando o danzando, richiede uno sforzo enorme: sei dentro e fuori contemporaneamente. Però, ora possiamo dirlo, aveva ragione lei: alcune scene non sarebbero mai state così intense e vere se non fossimo stati parte del processo”.

Il materiale d'archivio

Il documentario attraversa settant'anni di vita e, per questo, ha richiesto anche un accurato lavoro di selezione dall'archivio, per mantenere la coerenza narrativa. Mura e Savonitto fanno parlare questi materiali, collegandoli al presente. L'inserimento di testimonianze d'epoca serve a restituire l'impatto dirompente della pratica nella realtà quotidiana. 

La scelta degli elementi d'archivio è stata guidata dalla necessità di rendere visibile e comprensibile l'evoluzione della comunità negli anni. Un capitolo fondamentale è rappresentato dai filmati recuperati dalla televisione nazionale polacca, materiali che erano stati requisiti dai servizi segreti e destinati al macero. "I filmati mostrano Ewa impegnata a declamare Mickiewicz, tra la gente, nella Polonia dei primi anni Ottanta. Per lei non si trattava di recitare, ma di compiere un atto di resistenza: in un regime che vietava il teatro, la poesia restava l'unica espressione dell'identità di un popolo". Gli archivi includono frammenti di cultura underground essenziali per inquadrare il lavoro di Ewa all'interno della Storia. 

"La forza del racconto risiede anche in un montaggio costruito sui contrasti e sul ritmo - precisa Mura - attraverso l'integrazione tra archivi personali, materiali degli allievi e documenti del Grotowski Institute. Il lavoro di Jacopo Quadri e del team di montaggio è stato fondamentale: sono riusciti a tessere il passato nel presente, con un’abilità ritmica che mantiene intatta la forza di attrazione del film anche dopo numerose visioni". Il risultato è un respiro narrativo fluido, capace di guidare il pubblico dall'inizio alla fine, senza interruzioni.


Ewa. The Last Lesson

scritto e diretto da Andrea Mura e Federico Savonitto 

prodotto da Ginko Film

Presentato al Biografilm nel 2025 e, nei giorni scorsi, al Trento Film Festival, a maggio prossimo arriverà in Polonia, a Varsavia, per il festival Millennium Docs Against Gravity.

QUI le date aggiornate delle proiezioni.

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