Vulnerabile e potente. Marilyn Monroe, cento anni dalla nascita
Tony Curtis, Jack Lemmon, Marilyn Monroe. Courtesy Everett Collection/Contrasto
1 giugno 1926. Cento anni fa nasceva Marilyn Monroe, l’attrice che, forse più di chiunque altra, è diventata un'icona capace di attraversare il tempo, un mito senza fine, alimentato anche dalla tragica e prematura scomparsa avvenuta a soli 36 anni, il 4 agosto 1962. Su Il Bo Live una conversazione con Denis Brotto, saggista, professore associato di Cinema e cultura visuale all’Università di Padova, a cui abbiamo chiesto di aiutarci a raccontarla, a un secolo dalla nascita, selezionando innanzitutto alcuni film significativi. Brotto ha scelto, infine, un libro, due fotografie e un’opera pop per ritrovare sia l'attrice che l’essere umano, cogliendo anche aspetti meno visibili, e dunque più autentici, di una figura complessa, vulnerabile e potente al tempo stesso.
"L'immagine dell'attrice, per come ci è stata consegnata dalla storia del Novecento, è quella che ha reso possibile la creazione del suo mito. Dietro la costruzione della bionda ingenua, della bellezza ammaliante ma priva di spessore, c’è un'interprete con tempi perfetti e grandi abilità canore e di movimento e c’è un essere umano con una vulnerabilità autentica”.
Possiamo essere certi della sua autenticità: qualche informazione arriva dalla sua biografia, l’infanzia difficile, l'adolescenza solitaria, la determinazione e le insicurezze, la gestione del successo e la ricerca dell’amore.
“Pensiamo a Blonde, libro di Joyce Carol Oates da cui è stato tratto un adattamento cinematografico firmato da Andrew Dominik nel 2022: il romanzo e il film cercano di amplificare la vulnerabilità che si percepiva nelle sue performance. Io credo che sia stata proprio quella vulnerabilità a rendere quelle performance così moderne, rispetto al modo di recitare degli anni Cinquanta e Sessanta, e al tempo stesso complesse e stratificate, consegnandole un ruolo e un’importanza che travalicano il cinema. Nei miei corsi, quando parlo di cultura visuale, Marilyn Monroe ritorna spesso perché resta un riferimento, ancora oggi: un dettaglio non trascurabile né scontato per studenti e studentesse di vent'anni. La sua immagine ha saputo radicarsi in tanti gangli del Novecento”.
Courtesy Everett Collection / Contrasto
Quali film possiamo scegliere per raccontarla?
“Inizio citando Niagara del 1953: il film non è un'opera così memorabile ma è fondamentale perché partendo da lì, nel 1962, all'indomani della morte, Andy Warhol realizza Marilyn Diptych,che ne riconsegnerà un’immagine multipla e multicolore, all'insegna di un desiderio che ormai era entrato nella psiche. W.J.T. Mitchell ci ha insegnato la distinzione tra image e picture: la prima è l'immagine mentale che ognuno di noi si crea quando evoca una parola, un nome, in questo caso Marilyn Monroe, mentre la picture è l'immagine concreta, una foto che, a differenza di un'altra, ci mostra un dettaglio o un momento specifico nella vita dell'attrice. La image, che tutti noi in qualche modo condividiamo, è proprio quella che Andy Warhol ha saputo moltiplicare all'infinito e che proviene dal film Niagara".
Citiamo Niagara per riportare alla memoria l'immagine proposta da Warhol, quali sono invece i film capaci di rintracciarne, in maniera significativa, il percorso cinematografico?
“Il primo è A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959). Evidentemente qui si gioca facile. È un'opera indispensabile. È probabilmente l'interpretazione più celebre e la commedia da molti ritenuta perfetta, per i tempi. Ed è anche l'opera in cui di Marilyn Monroe constatiamo il talento musicale, l'ironia e l'autoironia, un film in cui il personaggio della bionda, vulnerabile e ingenua, diventa un punto di forza del racconto: la grande precisione dei suoi tempi comici deve essere ricordata. Il secondo film, invece, tocca il suo vissuto ed è Gli spostati (The Misfits, 1961)".
Due film, due registi straordinari.
“Billy Wilder è l'autore di A qualcuno piace caldo, John Huston de Gli spostati, due nomi imprescindibili. Del secondo film è importante ricordare anche il lavoro di scrittura di Arthur Miller, in quel momento marito di Marilyn Monroe, il quale scrive, o meglio, cuce addosso all'attrice un dramma fatto di amori e sfumature, tra tensione erotica e fallimento: elementi che rendono ancora una volta evidente la drammaticità dei ruoli e dell'interpretazione di Marilyn Monroe, la sua fragilità è quasi un ritratto testamentario”.
Torniamo a Blonde, un libro e un film su Marilyn Monroe.
“Non con lei ma su di lei. Non siamo di fronte alla classica biografia ufficiale ma a un lavoro in cui, oltre a Hollywood e ai tratti più intimi e psicologici, si rivela un elemento rimasto nell'ombra: l'assenza della figura paterna che, sia nel romanzo sia nel film, viene contrappuntata da lettere, scritti, segnali che arrivano a Marilyn Monroe, o sarebbe più opportuno utilizzare il suo vero nome, Norma Jeane Mortenson, e rinviano a un futuro incontro che, però, non si concretizzerà mai. Da questo punto di vista credo che libro e film abbiano saputo costruire una tessitura molto particolare”.
Mostra Andy Warhol Complesso del Vittoriano, Marilyn Monroe. Tania / Contrasto
La sua immagine ha lasciato il segno anche nella fotografia.
“In particolare ci sono due lavori fotografici che ci restituiscono la sua vulnerabilità individuale, una fragilità quasi tangibile che incontra un'idea di desiderio collettivo, e questo è l'altro elemento che rende ancora oggi Marilyn Monroe così enigmatica e significativa. Due i ritratti che vanno sicuramente ricordati, accanto all'opera di Andy Warhol che l'ha resa un'icona della pop art: sono quelli di Richard Avedon e Bert Stern. Si tratta di fotografie molto note. Avedon ha la capacità e la fortuna di coglierla, forse per primo, in un momento di distacco dall'immagine pubblica, nel 1957: lei è poco più che trentenne e quello che emerge da questo servizio fotografico non è soltanto il volto della sex symbol, dell'attrice luminosa e sorridente, all’improvviso infatti l'immagine appare stanca, malinconica, vulnerabile. È quello che non ci si aspetta dalla diva, dall'icona”.
È un ritratto che mostra qualcosa di inatteso, un dietro le quinte che all’epoca non veniva facilmente svelato. Il secondo ritratto è quello di Bert Stern.
“Il servizio che Stern realizza con Marilyn Monroe, nel 1962, è l'ultimo. Si chiama The Last Sitting e precede di pochi giorni, una settimana circa, la sua morte. Sono fotografie intime, lontane dall'immagine glamour della diva che deve far arrivare la sua sensualità al pubblico. Stern utilizza un velo trasparente che emana una sorta di vulnerabilità emotiva. Ancora una volta, siamo di fronte a un'immagine che, molto più di tanti servizi patinati, riesce a dirci qualcosa entrando in profondità”.
The Misfits. Marilyn Monroe e Clark Gable, 1961. Courtesy Everett Collection / Contrasto
Una figura come quella di Marilyn Monroe potrebbe diventare icona oggi? In un tempo presente attraversato da accelerazioni e facili sostituzioni, improvvisa visibilità e rapido oblio?
"Il panorama mediatico contemporaneo è completamente cambiato rispetto a quello degli anni Cinquanta e Sessanta. L'immediatezza della comunicazione odierna è il miglior modo per erodere nel profondo non solo il desiderio, ma anche il mistero che un'icona come Marilyn Monroe può emanare. Proprio quell'immediatezza rende i volti del cinema, dell'arte, della fotografia, della moda estremamente deperibili e, quindi, incapaci di entrare nell'immaginario e nel desiderio collettivo: è difficile pensare a qualcosa che possa essere così duraturo. Potrebbe riaccendersi una forma di desiderio, magari in una fase successiva, nella vita di un'attrice, di una modella, penso a un volto capace di emanare una forza magnetica, ma questa, oggi, tende a corrodersi proprio a causa della quantità di contenuti visivi con cui abbiamo a che fare”.