Zandomeneghi e Degas, l’amicizia che attraversa l’Impressionismo
Federico Zandomeneghi, Al Caffé Nouvelle Athènes, 1885, collezione privata
Non la “solita” mostra sull’Impressionismo, ennesima variazione su un canone ormai consolidato; Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi, allestita a Palazzo Roverella e curata da Francesca Dini, compie un’operazione più sottile: entrare nella trama di un’amicizia artistica assumendola come chiave per rileggere un intero capitolo della contemporaneità.
Al centro del percorso il rapporto tra Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas: legame umano e professionale che si sviluppa a Parigi ma affonda le radici in Italia, e che si rivela decisivo per entrambi. Da un lato la mostra restituisce a Zandomeneghi il ruolo che gli spetta: non comprimario né epigono, ma unico pittore italiano integralmente impressionista, protagonista riconosciuto delle esposizioni del gruppo tra il 1879 e il 1886. Dall’altro, contribuisce a liberare Degas da un’immagine stereotipata, riportandolo alla complessità della sua formazione e alla lunga immersione nella tradizione figurativa classica.
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Il punto di partenza è infatti l’Italia. Tra il 1856 e il 1859 Degas soggiorna a lungo tra Napoli, Roma e Firenze. Copia i maestri del Rinascimento, studia Raffaello e i veneti, si esercita nel ritratto. È soprattutto a Firenze, nella frequentazione dei giovani artisti che si incontrano al Caffè Michelangiolo – quelli che la critica chiamerà Macchiaioli – che matura un distacco progressivo dall’accademismo e comprende la propria vocazione di pittore del presente. Non incontrerà Zandomeneghi in quegli anni: il veneziano arriverà in Toscana più tardi; eppure quella matrice comune, nutrita di disegno solido e di attenzione alla vita contemporanea, costituirà il terreno di una futura sintonia.
La seconda sezione della mostra ricostruisce proprio gli anni italiani di Zandomeneghi. Nato a Venezia in una famiglia di scultori – il senso plastico della forma non lo abbandonerà mai – il giovane Federico attraversa l’esperienza risorgimentale arruolandosi volontario con Garibaldi. È patriota e inquieto, attento ai ceti popolari. A Firenze aderisce al clima dei Macchiaioli, condividendone l’istanza di verità e di adesione al reale. Ma il suo destino è Parigi.
“ Degas è morto [...]. Fu l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra; fu un grandissimo artista e non dimenticherò finché vivo la grande amicizia che ci legò durante molti anni Federico Zandomeneghi al critico Vittorio Pica
Quando vi giunge stabilmente nel 1874, la capitale francese è il laboratorio dell’avanguardia e Degas, che parla un ottimo italiano e mantiene un legame vivo con la cultura della penisola, riconosce nel veneziano un interlocutore sensibile. Diventa un mentore esigente – talvolta ruvido – accompagnandolo nel passaggio decisivo verso un linguaggio pienamente impressionista, pur nella comune diffidenza per le etichette. È qui che Zandomeneghi espone con il gruppo e firma opere come Le Moulin de la Galette (1878), in cui il taglio quasi fotografico e la vivacità cromatica testimoniano l’adesione alla nuova estetica.
Eppure, anche nel cuore dell’avanguardia, Zandò non si dissolve: la sua pittura conserva una solidità costruttiva che rimanda alla grande tradizione veneta, mentre il colore mantiene una densità che lo distingue dai colleghi francesi. L’impressionismo, nel suo caso, non è frattura ma innesto.
La quarta sezione mette a confronto diretto i due amici attraverso temi paralleli. Accanto ai celebri Bevitori di assenzio (1876) di Degas compaiono le scene di caffè di Zandomeneghi. Il soggetto è simile: la vita moderna, i locali pubblici, la borghesia urbana; lo sguardo però diverge. Degas osserva con distacco analitico, quasi clinico; nelle sue figure si avverte la solitudine, una tensione che Paul Valéry definirà “giansenista”. Zandomeneghi al contrario partecipa: nei suoi interni aleggia un clima di cordialità, una socialità mai tragica.
Lo stesso avviene con il nudo e con la danza. Le iconiche ballerine di Degas sono corpi colti nello sforzo, nella disciplina, talvolta nella fatica. La forma si tende, si torce, si fa quasi allucinata nella ricerca di una verità implacabile. In Zandomeneghi invece la danza può farsi grazia, vibrazione luminosa, talora persino joie de vivre. Non tanto una differenza di talento quanto di attitudine e di postura: alla tensione critica del francese si oppone l’affettuosa adesione del veneziano.
Federico Zandomeneghi, Il tè, collezione privata
La parte finale della mostra è dedicata alla maturità di Zandomeneghi. I suoi soggetti privilegiati sono le donne della media borghesia parigina: non le dive eleganti di Boldini né le Veneri opulente di Renoir, ma figure colte nell’intimità domestica. Donne che prendono il tè, leggono, suonano il pianoforte, vanno al teatro. È un mondo pacificato, dove l’esperienza impressionista si è fatta linguaggio naturale. I pastelli – tecnica amata da entrambi – diventano il campo di una sorprendente morbidezza cromatica; in alcuni esiti, la scomposizione del colore lascia intravedere echi quasi divisionisti.
Il confronto finale tra i due maestri non produce vincitori: illumina piuttosto due modi diversi di abitare la modernità. Degas spinge lo sguardo fino al limite della dissonanza, preannunciando le inquietudini del Novecento; Zandomeneghi, esule che non tornerà nella patria per cui aveva combattuto, lascia un’impressione diversa: un’impressione – è il caso di dirlo – in cui la lezione veneziana della luce e del colore si innesta nel cuore pulsante di Parigi senza perdere la propria identità.
ZANDOMENEGHI E DEGAS
Impressionismo tra Firenze e Parigi
A cura di Francesca Dini
Rovigo, Palazzo Roverella
Fino al 28 giugno 2026
Info, orari e prenotazioni:
www.palazzoroverella.com