Insonnia cronica: perché non è solo un sintomo
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L’insonnia cronica è un disturbo molto diffuso, che per milioni di persone diventa una condizione capace di incidere significativamente sulla qualità della vita. Un recente articolo pubblicato su The Conversation descrive come, nel tempo, il mondo della ricerca abbia modificato la propria visione del problema, iniziando a considerarlo una patologia autonoma e non soltanto una conseguenza di altre condizioni cliniche.
Quando l’insonnia diventa cronica
Raramente l’insonnia si manifesta da sola: spesso compare insieme ad altri disturbi, come diabete, ipertensione, dolore cronico, malattie della tiroide, problemi gastrointestinali, ansia o depressione. Per molti anni, in questi casi, si parlava di insonnia “secondaria”, considerata semplicemente una conseguenza delle altre patologie.
All’inizio degli anni Duemila, però, diversi studi hanno mostrato che i disturbi del sonno possono precedere o persistere anche dopo la risoluzione delle malattie a cui sono associati. L’insonnia cronica può manifestarsi anche autonomamente e richiede trattamenti specifici. Inoltre, migliorare la qualità del sonno può contribuire anche alla riduzione di altri problemi di salute, come dolore cronico, insufficienza cardiaca e depressione.
Occorre distinguere tra difficoltà occasionali ad addormentarsi — che possono comparire in diversi momenti della vita — e insonnia cronica, definita tale quando i sintomi persistono per oltre tre mesi.
Come riportato dal policy paper sull’insonnia cronica, in Italia l’insonnia cronica colpisce circa 13,4 milioni di persone, soprattutto donne. Tuttavia, soltanto il 40% delle pazienti e dei pazienti riceve una diagnosi e appena il 21% viene trattato in modo adeguato. Circa 4,5 milioni di persone, quindi, non ricevono cure efficaci.
Il documento è stato presentato il 14 aprile scorso ed è realizzato grazie al contributo del Comitato Scientifico del Gruppo di Lavoro su insonnia e altri disturbi del sonno, costituitosi recentemente all’interno dell’Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer.
Secondo il gruppo, le donne risultano tra le categorie più colpite. A influire sarebbero diversi fattori, tra cui le fluttuazioni ormonali, la gravidanza, l’allattamento e una maggiore predisposizione ad ansia e depressione. L’insonnia è inoltre particolarmente diffusa tra i 45 e i 54 anni e dopo i 65 anni, ma negli ultimi anni si osserva un aumento dei casi anche tra le adolescenti e gli adolescenti.
Gli effetti dell’insonnia su memoria e salute
Le conseguenze dell’insonnia cronica riguardano soprattutto le funzioni cognitive. Sempre secondo i dati citati dal Policy Paper presentato a Roma dall’Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer, su iniziativa dell’Onorevole Annarita Patriarca e della Senatrice Beatrice Lorenzin, il 62% delle persone che ne soffrono sperimenta difficoltà di concentrazione, mentre il 57% riporta problemi di memoria. Inoltre, l’82% lamenta un peggioramento delle prestazioni lavorative.
Ai disturbi del sonno si associa anche un aumento del rischio di incidenti: per le persone con insonnia cronica la probabilità sarebbe circa 1,8 volte maggiore rispetto alla media.
Restano però ancora molti interrogativi aperti. La ricerca sta cercando di comprendere in che modo i diversi sintomi dell’insonnia possano favorire specifiche patologie. Per esempio, è stato osservato che la difficoltà ad addormentarsi sembra associarsi a un aumento del rischio di depressione più dei risvegli frequenti o del risveglio precoce.
Gli studi stanno inoltre analizzando possibili alterazioni dell’attività cerebrale, della frequenza cardiaca e degli ormoni dello stress nelle persone che soffrono di insonnia.
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Dalla terapia cognitivo-comportamentale ai farmaci
Nonostante molte domande siano ancora aperte, la ricerca ha individuato alcune strategie utili per evitare che le difficoltà legate al sonno si trasformino in una condizione cronica più difficile da trattare.
Una delle abitudini più comuni — e meno efficaci — è restare a letto aspettando di addormentarsi. Secondo gli studiosi, questo comportamento può mantenere elevato lo stato di attivazione mentale, portando il cervello a indebolire l’associazione letto-sonno.
Se addormentarsi diventa difficile, può essere utile svolgere attività rilassanti ma coinvolgenti, come leggere o fare esercizi di respirazione, fino all’arrivo della sonnolenza. Anche i riposi pomeridiani dovrebbero essere limitati a circa venti minuti, per evitare di compromettere il sonno notturno.
Per l’insonnia cronica esistono inoltre percorsi terapeutici specifici, a partire dalla terapia cognitivo-comportamentale. Questo approccio ha l’obiettivo di favorire una corretta associazione tra letto e sonno attraverso tecniche che modificano abitudini e schemi mentali legati al riposo.
Il trattamento tende a essere più efficace quando il disturbo è presente da poco tempo, quando non è associato a una depressione grave e quando la persona affronta il percorso terapeutico con aspettative positive.
Molte persone, però, tendono ancora a sottovalutare i sintomi e cercano di gestirli autonomamente. Più spesso si ricorre ai sonniferi, che possono causare effetti collaterali come dipendenza, vertigini o mal di testa.
Come ha spiegato a Repubblica Andrea Fiorillo, presidente della European Psychiatric Association, oggi esistono anche farmaci di nuova generazione che agiscono sui meccanismi di ipervigilanza. Tuttavia, solo una piccola parte delle persone con insonnia cronica riesce ad accedere a questi trattamenti, spesso costosi o difficilmente disponibili.
Riconoscere l’insonnia come una patologia autonoma potrebbe migliorare non solo la qualità del sonno, ma anche la gestione di molte altre condizioni fisiche e psicologiche associate.