SCIENZA E RICERCA

Anche i suricati origliano: cosa capiscono dagli allarmi degli altri animali?

Ci sono vicini di casa che intercettano ogni litigio sul pianerottolo e poi ci sono i suricati, che nella savana hanno portato l’arte dell’origliare a un livello evolutivamente rispettabilissimo. Non si tratta, naturalmente, di pettegolezzo nel senso umano del termine: in biologia comportamentale si parla di eavesdropping, cioè della capacità di intercettare segnali prodotti da altri individui, anche di un’altra specie, e usarli a proprio vantaggio.

Origliare per sopravvivere

Da qui parte uno studio pubblicato su Behavioral Ecology, in cui il segnale origliato è uno dei più importanti per la sopravvivenza: il richiamo d’allarme. Molte specie animali producono vocalizzazioni specifiche quando individuano un predatore o una minaccia. Quei richiami possono avvisare i membri del gruppo, coordinare una fuga, indurre a guardare verso il cielo o verso il suolo. 

Questi segnali però non vengono ascoltati solo dai destinatari “ufficiali”. Se un uccello lancia un allarme perché ha visto un rapace, non lo sentono solo i conspecifici, anche un mammifero che vive nello stesso ambiente può trarne beneficio: l’informazione viaggia, e quando può salvare la pelle nessuno si formalizza troppo sul galateo della conversazione.

Apprendimento o universali acustici?

Ed eccoci alla domanda dello studio: quando un suricato o una mangusta gialla reagisce al richiamo d’allarme di un’altra specie, perché lo fa? Ha imparato che quel suono specifico significa “pericolo”, oppure esistono caratteristiche acustiche comuni ai richiami d’allarme di specie diverse, una sorta di grammatica sonora del rischio, che gli animali riconoscono anche senza esperienza diretta?

Qui entra in gioco il concetto di “universali acustici”: alcuni stati o funzioni comunicative potrebbero essere associati, in molte specie, a caratteristiche sonore simili, per esempio suoni acuti, bruschi, stridenti, poco armonici, capaci di catturare l’attenzione o generare allerta. Pensiamo, per fare un paragone umano molto grossolano, a quanto rapidamente riconosciamo un urlo di paura anche se non capiamo la lingua di chi urla.

Suoni specifici per pericoli specifici 

In ambito animale, però, la questione si complica, perché i richiami d’allarme non sono tutti uguali: alcune specie producono allarmi generali, che segnalano una minaccia senza specificarne la natura, altre hanno repertori più articolati: un richiamo per i predatori aerei, uno per quelli terrestri, ulteriori variazioni in base all’urgenza. Tra le diverse specie di manguste esistono differenze notevoli nel modo di comunicare il pericolo. I suricati (Suricata suricatta), per esempio, hanno un sistema d’allarme particolarmente raffinato, capace di distinguere tra tipi di minaccia e livelli di urgenza. Le manguste gialle (Cynictis penicillata), invece, utilizzano richiami più generali, che non identificano con precisione il tipo di predatore, anche se possono variare a seconda della gravità della situazione.

Perché studiare suricati e manguste gialle

Gli autori hanno impostato lo studio attorno a tre ipotesi. La prima: suricati e manguste gialle sono capaci di origliare i richiami d’allarme di altre specie e di reagire in modo appropriato. La seconda: questa capacità dipende dall’apprendimento, cioè dall’esperienza maturata vivendo accanto ad altre specie e associando i loro richiami alla presenza di predatori. La terza: gli animali non capiscono solo che “c’è pericolo”, ma possono anche distinguere il tipo di minaccia, per esempio reagendo diversamente a un allarme aereo rispetto a un allarme generale.

Per mettere alla prova queste possibilità, i ricercatori hanno usato esperimenti di playback: in pratica, hanno fatto ascoltare agli animali richiami registrati e hanno osservato le loro reazioni.

Lo studio ha coinvolto tre gruppi: suricati selvatici del Kalahari, manguste gialle selvatiche dello stesso ambiente e suricati in cattività in Svizzera. Questa scelta è importante perché permette di confrontare animali che hanno esperienza reale di predatori e di altre specie con animali che condividono la stessa appartenenza biologica, ma non lo stesso paesaggio sonoro e predatorio: se i suricati selvatici reagiscono in modo diverso dai suricati in cattività, è probabile che l’esperienza abbia un ruolo.


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Come si sono svolti gli esperimenti

Gli stimoli comprendevano richiami di conspecifici, cioè prodotti dalla stessa specie, e richiami eterospecifici, cioè prodotti da specie diverse. Inoltre, gli autori hanno distinto tra specie simpatriche e allopatriche. Due specie sono simpatriche quando vivono nella stessa area geografica e quindi possono incontrarsi o ascoltarsi, mentre sono allopatriche quando vivono in aree diverse e non hanno esperienza diretta l’una dell’altra. Se un animale reagisce soprattutto agli allarmi delle specie simpatriche, questo suggerisce che abbia imparato a riconoscerli. Se invece reagisce anche agli allarmi di specie allopatriche mai incontrate, allora potrebbero essere in gioco caratteristiche acustiche più generali, quegli “universali acustici” di cui si parlava.

Ai suricati sono stati fatti ascoltare, tra gli altri, richiami d’allarme di manguste gialle, manguste nane e manguste fasciate. Alcuni richiami indicavano minacce aeree, altri erano allarmi generali. Sono stati usati anche controlli: un richiamo nuovo ma non d’allarme, per capire se gli animali reagissero semplicemente alla novità, e un rumore di fondo, per escludere che scattassero appena sentivano qualcosa. Le risposte osservate erano soprattutto due: la fuga e il guardare verso l’alto (molti predatori sono aerei, rapaci in particolare).


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Risultati sfaccettati

Come succede spesso, i risultati dello studio non sono univoci. Alcuni comportamenti sembrano appresi, altri potrebbero derivare dagli “universali acustici”.
I suricati selvatici e le manguste gialle selvatiche rispondono ad alcuni richiami di altre specie in modo compatibile con l’idea dell’eavesdropping, intercettazione. Gli allarmi altrui, insomma, non sono percepiti come rumore di fondo: questi animali origliano, in certi casi fuggono, in altri guardano verso l’alto, in altri ancora mostrano risposte più deboli, e questo vuol dire che i richiami eterospecifici possono effettivamente dare informazioni utili.

Anche l’apprendimento però sembra contare. I suricati selvatici reagiscono più intensamente ad alcuni richiami prodotti da specie simpatriche rispetto a richiami prodotti da specie allopatriche. Anche le manguste gialle guardano più verso il cielo quando sentono richiami aerei di specie con cui condividono l’ambiente, rispetto a richiami di specie sconosciute. È come se, vivendo dentro una certa comunità sonora, gli animali imparassero quali voci meritano più attenzione.

Lo studio però suggerisce anche che non tutto possa essere spiegato con l’apprendimento di singoli richiami. I suricati selvatici, per esempio, reagiscono in modo appropriato anche ad alcuni richiami aerei allopatrici, cioè prodotti da specie che non dovrebbero conoscere. Questo apre alla possibilità che abbiano imparato non tanto “quel richiamo preciso significa aquila”, ma qualcosa di più generale: certi suoni acuti, tonali, simili agli allarmi aerei degli uccelli del loro ambiente, sono associati a minacce dall’alto. Una volta appresa questa associazione, possono generalizzarla a suoni nuovi ma acusticamente simili.

Cosa succede agli animali in cattività?

Il confronto con i suricati in cattività permette di capire quanto pesi l’esperienza nell’interpretazione dei richiami d’allarme. Questi animali condividono con i suricati selvatici lo stesso apparato percettivo di base, ma non crescono immersi nel paesaggio sonoro del Kalahari: non convivono quotidianamente con rapaci, predatori terrestri e richiami delle altre specie locali.

Proprio per questo motivo sono stati inclusi nell’esperimento: se avessero reagito esattamente come i suricati selvatici anche ai richiami di specie mai incontrate, sarebbe stato più facile sostenere l’ipotesi di una sensibilità innata verso certe caratteristiche acustiche degli allarmi. Le differenze osservate suggeriscono invece che almeno parte della capacità di “origliare” i segnali altrui venga costruita attraverso l’esperienza.

Gli autori invitano comunque a interpretare questi ultimi risultati con cautela. L’ambiente dello zoo, infatti, è acusticamente molto diverso da quello naturale: rumori antropici, spazi più ridotti e assenza di una reale pressione predatoria possono influenzare il modo in cui gli animali reagiscono ai playback. C’era poi un problema pratico: negli zoo il rumore di fondo era spesso maggiore che nel Kalahari. Per questo, in alcune prove, i ricercatori hanno dovuto alzare il volume della registrazione dei suoni ambientali usati come controllo e questo potrebbe avere alterato alcune risposte.


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L’eavesdropping tra specie dipende probabilmente da un intreccio di fattori: apprendimento, sensibilità acustiche, familiarità con le specie vicine, tipo di predatori presenti, costo delle risposte comportamentali e necessità ecologica di distinguere tra minacce diverse.

E allora sì, possiamo dirlo: nella savana origliare non è maleducazione: può anche salvarti la vita.

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