Cani e palline: quando il rapporto è troppo stretto
Ci sono cani che davanti a una pallina diventano improvvisamente monoteisti. Il mondo può riempirsi di odori nuovi, onde, alghe e perfino mucillagini, ma esiste un solo dio, è rotondo e qualcuno deve lanciarlo. Se sparisce sotto un mobile, il cane organizza un presidio; se finisce nell’acqua salata, parte il recupero senza consultare il bollettino meteo, che comunque se ci dovesse essere una tromba d’aria qualcuno dovrà pure salvarla, quella pallina.
Il cinema ha immortalato questo tipo di scena. Nel Dottor Dolittle del 1998 il medico prova a curare un cane ossessionato dalla pallina. Gli suggerisce di pensare ad altro, ma il paziente oppone una logica elementare: tu sei l’umano, lanci la palla; io sono il cane, la recupero. Alla fine persino il luminare deve cedere.
Un gioco che ricorda la dipendenza
Una ricerca pubblicata su Royal Society Open Science da Alja Mazzini e Stefanie Riemer si chiede quando il desiderio di giocare con palline, corde e altri oggetti diventa tanto forte da lasciare poco spazio a tutto il resto, e se ci sono animali più a rischio di altri. In certi cani, sostengono le autrici, la motivazione per il gioco raggiunge livelli che ricordano per alcuni aspetti una dipendenza. Ovviamente non significa che esista una diagnosi veterinaria di pallinodipendenza, né che ogni animale disposto ad attraversare una laguna ostile per recuperare il suo gioco debba entrare in una comunità di recupero. Lo studio descrive l’estremo di una caratteristica normale: la voglia di giocare.
Le ricercatrici parlano di una serie di comportamenti addictive-like, cioè “simili alla dipendenza”. L’espressione serve a descrivere alcuni segnali osservabili: il giocattolo diventa più importante del cibo o del contatto con le persone, il cane fatica a interrompere il gioco, continua nonostante conseguenze sgradevoli oppure rimane molto agitato quando la palla scompare. Attenzione, però, non è una diagnosi clinica: le autrici usano il concetto di "comportamento simile a una dipendenza" come modello descrittivo, basato su comportamenti osservabili.
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I limiti dei questionari
Per studiare il fenomeno, Mazzini e Riemer hanno diffuso online un lungo questionario a cui hanno risposto i proprietari di 1.692 cani provenienti da 33 Paesi. Non si è trattato, quindi, di un esperimento nel quale tutti gli animali venivano messi davanti alla stessa prova: erano le persone che vivevano con loro a raccontarne il comportamento.
I sondaggi permettono di raccogliere informazioni su moltissimi individui senza convocare un’intera popolazione canina in laboratorio, ma hanno anche limiti generali che è bene chiarire prima di occuparsi dei risultati. Le persone possono capire in modo diverso la stessa domanda, ricordare male o descrivere il proprio animale sotto una luce più favorevole. Possono anche valutarlo usando come metro di paragone gli altri cani che conoscono. Accanto a un coinquilino che considera il divano una vocazione, un animale vivace può sembrare un invasato; accanto a un Malinois che affronta ogni giornata come una missione militare, lo stesso cane potrebbe sembrare un filosofo da tappeto.
Anche la scelta dei partecipanti può introdurre una distorsione. Chi decide spontaneamente di compilare un questionario intitolato “Il grande sondaggio sul gioco e la motivazione nei cani” potrebbe essere più interessato al tema rispetto al proprietario medio. Un campione numeroso, quindi, non è automaticamente un campione perfettamente rappresentativo.
Mazzini e Riemer hanno comunque controllato che il loro strumento fosse abbastanza rigoroso. Dopo due mesi, 274 proprietari hanno compilato nuovamente il questionario e per 24 cani ha risposto anche un’altra persona che li conosceva bene. Il punteggio complessivo è risultato piuttosto coerente, ma questo non trasforma un sondaggio in un’osservazione diretta: per approfondire l’argomento, come suggeriscono le autrici, serviranno anche studi di altro tipo.
Quindici domande per misurare una passione
Il questionario completo conteneva 129 domande, alcune delle quali facevano parte dell’AB-Q, sigla di Addictive-like Behaviour Questionnaire for dogs. Possiamo tradurlo, senza pretendere grande eleganza, come “questionario sui comportamenti simili a una dipendenza nei cani”.
L’AB-Q non coincide con l’intero sondaggio somministrato e non è un test diagnostico. È un punteggio ottenuto sommando le risposte a quindici affermazioni dedicate al rapporto del cane con palline, corde e altri giocattoli, selezionate per rilevare l’eventuale presenza di caratteristiche studiate in una ricerca precedente dello stesso gruppo compatibili con comportamenti simili a una dipendenza. Per ciascuna frase il proprietario indicava quanto fosse d’accordo, su una scala da 1 a 5. Il totale poteva quindi andare da 15 a 75: più era alto, più il giocattolo sembrava occupare un posto importante nella vita dell’animale.
La tendenza generale
Le ricercatrici volevano rispondere a diverse domande. I punteggi cambiavano tra gruppi di razze? Erano più alti nei cani impiegati nello sport o nel lavoro? Diminuivano con l’età? Erano legati al sonno, alla capacità di concentrarsi e alla facilità con cui il cane tornava calmo dopo essersi eccitato? Alcuni segnali erano già visibili da cuccioli?
I valori medi più alti sono comparsi nei pastori tedeschi e belgi, compresi i Malinois. Seguivano terrier, retriever e cani da conduzione del bestiame, come Border Collie e Australian Shepherd. In fondo alla graduatoria si trovavano, per esempio, segugi e spitz. Le differenze medie erano evidenti, ma all’interno di ogni gruppo c’era una grande varietà: la razza può quindi aumentare o diminuire la probabilità di una forte motivazione per gli oggetti, ma poi ogni esemplare ha il suo carattere.
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I professionisti della pallina
I cani impiegati nello sport o nel lavoro ottenevano punteggi medi più alti rispetto ai cani da compagnia. Non è difficile capire perché: per un cane da ricerca, soccorso o rilevamento è utile desiderare molto il premio e continuare a lavorare anche quando il compito si complica. In questo contesto, insistere significa non abbandonare una pista al primo ostacolo. Motivazione e capacità di portare avanti un’attività sono non a caso tra le caratteristiche considerate nella selezione dei cani da rilevamento.
Il problema nasce quando la motivazione fa passare il resto in secondo piano. Un cane da lavoro deve essere motivato, ma deve anche ascoltare, cambiare compito e fermarsi se richiesto. La stessa spinta che a livelli moderati aiuta la prestazione, quando viene portata all’estremo può peggiorare sia il benessere sia la capacità di lavorare. Individuare cause ed effetti però è problematico: lo sport e l’addestramento possono aumentare l’importanza dei giocattoli, ma per lo sport vengono anche scelti gli individui che li desiderano già moltissimo. Cosa viene prima? Per ora non lo sappiamo.
Colpa degli umani?
Le ricercatrici hanno chiesto ai proprietari anche quanto avessero cercato di incoraggiare l’interesse del cane per i giocattoli. Il risultato sembrava a tratti paradossale: animali che non erano stati incoraggiati affatto ottenevano comunque punteggi alti. L’ipotesi è che avessero già una predisposizione molto forte, tanto che i proprietari non avevano sentito il bisogno di motivarli ulteriormente o avevano preferito, semmai, frenarli. Dal livello "nessun incoraggiamento" fino al penultimo livello, all'aumentare dell'incoraggiamento i punteggi tendevano in media a diminuire. Solo tra i cani i cui proprietari dichiaravano di aver lavorato sul gioco nel modo più intenso i punteggi tornavano a salire.
È possibile che i proprietari insistessero soprattutto con gli animali poco interessati, ma è anche possibile che, in alcuni casi, un addestramento molto intenso contribuisca a rafforzare una predisposizione già presente. I dati non permettono di scegliere tra queste spiegazioni: per ora non possiamo né assolvere né condannare l’umano di riferimento.
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Facili da accendere, difficili da spegnere
I cani con un AB-Q alto erano descritti come facili da motivare, ma anche come eccessivamente motivati, meno inclini a dormire durante il giorno e più difficili da calmare. Non risultavano invece più rapidi nell’imparare cose nuove.
Ripensando ai primi mesi di vita, i proprietari descrivevano i futuri cani con punteggi alti come cuccioli molto facili da coinvolgere, eccessivamente motivati, più lenti a rilassarsi e meno capaci di concentrarsi durante l’addestramento. È un indizio interessante, ma raccolto a posteriori: sapendo com’è oggi il cane, si rischia di ricostruire la sua infanzia salvaguardando la coerenza narrativa a discapito della realtà oggettiva.
Per capire se questi comportamenti siano davvero segnali precoci, bisognerebbe seguire gli stessi animali dall’infanzia all’età adulta. Le autrici indicano proprio gli studi longitudinali come il passo necessario per distinguere le cause dalle semplici associazioni.
Una passione che si spegne con l’età
Il punteggio diminuiva con l’età. Con il passare degli anni, quindi, il desiderio del gioco potrebbe non essere condiviso dalle articolazioni dell’animale: non è detto che il cane abbia raggiunto la saggezza, potrebbe semplicemente aver scoperto che scattare, frenare e ripartire venticinque volte di seguito non è più un’idea brillante.
Anche qui, comunque, lo studio confronta cani di età diverse; non ha seguito gli stessi individui mentre invecchiavano, quindi non possiamo sapere se ogni animale diventi davvero meno interessato alla palla con il tempo o se è solo una tendenza generale.
La casa va a fuoco, molla quella palla!
Lo studio non suggerisce di confiscare i giocattoli, ma di valutare il livello di flessibilità del proprio animale: il cane riesce a interrompersi? Può interessarsi anche al cibo, all’ambiente, al riposo e al contatto sociale anche quando c’è una pallina nei dintorni? Dopo il gioco torna tranquillo oppure rimane agitato e incapace di occuparsi d’altro?
Mazzini e Riemer hanno individuato alcune caratteristiche associate a un rapporto molto intenso con i giocattoli: appartenenza ad alcuni gruppi di razze, impiego nel lavoro o nello sport, grande facilità a essere motivati, poco sonno diurno e difficoltà a calmarsi. Non hanno però dimostrato che una di queste caratteristiche causi le altre, né stabilito quanto sia diffuso il problema nella popolazione canina.
Serviranno ricerche che seguano gli animali nel tempo e affianchino ai racconti dei proprietari prove osservate direttamente. Fino a quel momento possiamo continuare a scherzare sui cani dopati che nemmeno il Dottor Dolittle potrebbe salvare, purché le battute non diventino una diagnosi.