SCIENZA E RICERCA

La corrente atlantica AMOC corre un rischio più alto di quanto pensavamo

Uno dei più grandi punti di domanda sul futuro del clima del pianeta è rappresentato da una corrente oceanica nota con l’acronimo di AMOCAtlantic Meridional Overturning Circulation. Il riscaldamento globale ne sta rallentando il flusso e uno nuovo studio scientifico pubblicato su Science Advances da un gruppo di ricercatori che lavora a Bordeaux, in Francia, sostiene che questo rallentamento potrebbe essere più serio di quanto pensavamo.

Questa corrente atlantica funziona come un enorme nastro trasportatore che sposta acqua calda e salata dall’emisfero australe a quello boreale, giocando un ruolo fondamentale nella regolazione della temperatura e delle precipitazioni di Nord America e Europa. La Corrente del Golfo è solo un segmento di questo lungo tragitto.

I modelli climatici sviluppati finora dagli scienziati mostrano che la corrente AMOC ha già iniziato a rallentare e lo farà ancora di più nel corso di questo secolo, a causa del riscaldamento globale. Quanto brusca sarà questa frenata però non sono in grado di prevederlo con precisione.

Il lavoro guidato da Valentin Portmann propone un metodo alternativo per ridurre questa incertezza previsionale. Mentre i modelli precedenti stimavano un rallentamento della corrente di circa il 35% al 2100, il nuovo studio alza questo valore appena oltre il 50%, sostenendo quindi che l’AMOC sia più vicina al suo tipping point, ossia un punto di non ritorno superato il quale il suo collasso è lento ma inevitabile.

Se questo graduale collasso dovesse avvenire, ne osserveremo gli effetti non prima della fine del secolo. A dispetto dell’aumento della media delle temperature globali, in Nord America e in Europa si assisterebbe a un clima molto più rigido, in quanto verrebbe meno il flusso di calore portato dalla corrente oceanica. Le coste di tutto l’Atlantico verrebbero minacciate dall’innalzamento del livello del mare e l’Africa subsahariana verrebbe colpita da siccità prolungate, con conseguenze gravissime sulla sicurezza alimentare.

Secondo Stefan Rahmstorf, uno scienziato del Potsdam Instititue for Climate Impact Research, che studia l’AMOC da più di 30 anni, si tratterebbe di uno scenario che dovremmo evitare a ogni costo.

Le cause

Sono principalmente due i fattori che incidono sull’andamento dell’AMOC: la temperatura e la salinità. Entrambi infatti influiscono sulla densità dell’acqua e determinano di conseguenza le dinamiche di sprofondamento e riemersione della corrente. L’acqua fredda infatti è più densa di quella calda e quindi tende a scorrere più in profondità. Allo stesso modo l’acqua salata è più densa di quella dolce e a sua volta tende a sprofondare.

Giungendo nell’emisfero settentrionale, l’AMOC cede calore e raffreddandosi si reimmerge per proseguire il suo viaggio di ritorno in quello meridionale. Il riscaldamento globale, alzando la temperatura superficiale dell’acqua marina, ne sta alterando la naturale dinamica. I dati rilasciati da Copernicus dicono che a marzo di quest’anno, nella fascia compresa tra i 60° a nord e sud dell’equatore, la sea surface temperature raggiungeva una media globale di quasi i 21°C, il secondo valore più alto mai registrato in questo periodo.

Acque superficiali più calde, oltre a rallentare la reimmersione della corrente, producono anche maggiore evaporazione favorendo le precipitazioni, che una volta ricadute in mare permangono in superficie, aumentando la percentuale di acqua dolce. Un altro fattore che contribuisce ad alterare le dinamiche della corrente atlantica è la fusione dei ghiacci terrestri: soprattutto quelli della Groenlandia immettono in mare acqua fredda e dolce.

È proprio nell’Atlantico del Nord, proprio sotto l’isola danese, che gli scienziati hanno osservato negli anni l’allargarsi di quella che chiamano macchia fredda (cold blob), ritenuta una sorta di sentinella per il destino dell’AMOC: più si allarga, più è a rischio la corrente atlantica.

Lo studio

Fare predizioni precise sul futuro andamento della corrente atlantica è estremamente difficile. Il suo destino dipende da molti fattori, non solo quelli fisici e termodinamici, già complessi, ma anche quelli socio-economici, come la quantità di emissioni che produrremo nei prossimi decenni. I modelli attuali hanno un ampio margine di incertezza: alcuni scenari sono più pessimistici, altri sono più ottimistici in quanto non indicano un peggioramento della situazione attuale, che già mostra un rallentamento della corrente rispetto al suo recente passato.

Lo studio condotto dai ricercatori di Bordeaux suggerisce che gli scenari pessimistici sembrano essere quelli più realistici. Gli scienziati si sono concentrati soprattutto sulla salinità dell’Oceano Atlantico, in particolare quello meridionale, utilizzando dati reali per validare i modelli utilizzati per le previsioni. I risultati indicano che in uno scenario di emissioni compatibile con un aumento delle temperature compreso tra i 2°C e i 3°C (quello in cui ci troviamo attualmente), il rallentamento dell’AMOC a fine secolo sarebbe del 60% superiore a quanto si pensava finora: il modelli attuali parlavano di un declino compreso tra il 32% e il 37% al 2100, mentre lo studio di Science Advances corregge questo valore alzandolo a 51% (con un margine di errore di 8 punti percentuali).

L’incertezza previsionale sul futuro dell’AMOC dipende da tre classi di problemi: come sono progettati i modelli (incertezza modellistica), come si comporterà l’umanità (incertezza di scenario) e come interagiscono tra di loro le variabili fisiche che determinano la complessa dinamica della corrente (variabilità interna). Secondo gli autori, il lavoro da loro pubblicato suggerisce che gran parte dell’incertezza deriva dalla prima classe di problemi, ossia dall’incertezza modellistica. Questo significa che lavorando sul miglioramento dei modelli, come hanno fatto i ricercatori di Bordeaux, si può ridurre il margine di incertezza a riguardo del destino di un vero e proprio osservato speciale per le sorti del clima del pianeta e di chi lo abita.

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