Nei denti di due cacciatori-raccoglitori la droga più antica del mondo
Noci di betel
Nel suo libro sulla storia dell’uso delle droghe da parte dell’umanità, High Society: Mind-Altering Drugs in History and Culture, lo storico britannico Mike Jay espone la tesi secondo la quale non sia mai esistita una società umana che non facesse uso di qualche sostanza psicoattiva per alterare lo stato di coscienza.
Ora un nuovo studio condotto sui resti di “due cacciatori-raccoglitori pre-agricoli del Sulawesi (Indonesia)” conferma che già 25 mila anni facevano uso di noci di betel, un frutto originario delle attuali Filippine e tutt’ora consumato soprattutto in Asia per le sue proprietà stimolanti. La ricerca è stata condotta da un gruppo di ricerca coordinato dalla Griffith University in Australia e i risultati sono stati pubblicati su Science Advances.
Una questione dentale
I due cacciatori raccoglitori di cui sono stati analizzati i resti non sono vissuti nello stesso periodo. Uno dei due è morto tra 25 mila e 16 mila anni fa, mentre l’altro tra 7.600 e 6.300 anni fa. Anche prendendo in considerazione questo secondo soggetto, la scoperta retrodata di migliaia di anni l’uso delle noci di betel. La prova documentale più antica finora era stata ritrovata in un sito archeologico delle Filippine e risalente a circa 4500 anni fa.
Proprio le Filippine sono il punto di origine della palma Areca catechu da cui si ricavano le noci di areca o betel, come sono più comunemente note. Oggigiorno, la noce di betel viene masticata dopo una specifica preparazione: viene tagliata in fette sottili, avvolta in una foglia di betel, una pianta rampicante asiatica che ha generato l’equivoco sul nome. Spesso il preparato è addizionato di calce viva, che ha la funzione di favorire l’attivazione delle sostanze stimolanti e allucinogene presenti. Ma può anche essere mescolata con altri ingredienti, secondo gli usi locali, che conferiscono aromi diversi: cocco, datteri, zucchero, mentolo, zafferano, chiodi di garofano, anice, cardamomo.
Le immagini delle analisi delle arcate dentali (Adam Brumm et al. ,Betel nut sucking is the earliest recorded evidence for the habitual use of a neuroactive plant drug.Sci. Adv.12,eaei1901(2026).DOI:10.1126/sciadv.aei1901)
I due cacciatori-raccoglitori del Sulawesi, però, non consumavano le noci di betel alla maniera moderna, ma succhiandole intere, senza alcuna preparazione. Il gruppo di ricerca l’ha potuto appurare studiando le arcate dentali dei due soggetti. In particolare, in alcuni punti si può individuare un’usura che è compatibile con il tenere prolungatamente in bocca un oggetto delle dimensioni di una noce di betel intera: la sua durezza avrebbe contribuito a consumare i denti in modo inequivocabile. “In un individuo”, come scrivono su The Conversation i ricercatori presentando il proprio studio, “questa usura dentale era talmente estrema che la sensibile camera pulpare – il ‘nucleo vitale’ del dente – risultava completamente esposta in diversi punti”.
La pistola fumante
Ma l’usura dei denti a forma di noce di betel non è sufficiente come prova per dimostrare che i due soggetti facevano uso di questa droga. Per trovarla, bisogna osservare gli effetti che la masticazione delle noci di betel ha oggi sui loro consumatori. Il loro uso colora di rosso la saliva e gli utilizzatori abituali hanno i denti permanentemente colorati di questo colore. Niente di tutto questo, però, è stato trovato sui due soggetti del Sulawesi.
La zona di diffusione di A. catechu e la localizzazione del Sulawesi (Adam Brumm et al. ,Betel nut sucking is the earliest recorded evidence for the habitual use of a neuroactive plant drug.Sci. Adv.12,eaei1901(2026).DOI:10.1126/sciadv.aei1901)
Al contatto con la saliva, però, la noce di betel rilascia il proprio principale alcaloide, l’arecolina. Il primo passo affrontato dal gruppo di ricerca è stato quello di provare a immergere le noci di betel intere in saliva artificiale per vedere se comunque rilasciavano l’arecolina. Una volta verificato che è così, si è potuti procedere al secondo passaggio: cercare sui denti dei due soggetti tracce di questa sostanza. Una volta effettivamente trovate, il gruppo di ricerca ha potuto così dimostrare che i due cacciatori-raccoglitori facevano uso abituale di noci di betel intere e lo facevano proprio per le sue proprietà psicoattive.
Come abbiamo accennato, infatti, le noci di betel hanno effetti stimolanti, ma fungono anche da analgesici e possono indurre anche leggeri stati allucinatori. Per tutti questi motivi, da millenni è consumata in tutto il Sud Est asiatico. Molto noti sono i negozi specializzati di Taiwan, dove ragazze giovani e avvenenti preparano e vendono ai consumatori prevalentemente maschi le noci di betel. Per questo motivo sono noti anche come “Betel Nut Beauty” e sono criticati per sfruttare la bellezza delle ragazze per attirare i clienti.
Ma negli ultimi anni, i governi di molti paesi hanno cercato di limitare l’uso delle noci di betel anche per motivi di salute. L’uso prolungato, infatti, ha una serie di effetti negativi sulla salute: dal cancro della bocca e dell’esofago alle aritmie cardiache e ai danni al fegato, dall’ipertiroidismo all’infertilità. Uno degli ultimi paesi a provare a regolamentarne il commercio è stato proprio Taiwan lo scorso luglio, ma senza successo. Una delle motivazione citata dello Yuan di controllo, uno dei cinque rami del governo dell’isola, è che almeno dal 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne sconsiglia l’utilizzo.