SCIENZA E RICERCA

Fedele ovunque: l’universalità del rapporto uomini-cani

Il legame tra cane ed essere umano è talmente antico e profondo che tendiamo a darlo per scontato. Pur nella grande varietà di caratteri che individuiamo nei nostri amici a quattro zampe, da un punto di vista sociale il rapporto tra le due specie è semplice: il cane ci ama, noi lo amiamo, fine della storia. In realtà, però, quasi tutto quello che sappiamo sulle capacità cognitive e su come funzioni per loro l’affetto viene da studi condotti su cani “occidentali”, cioè cani che sono animali da compagnia e che vivono in contesti privilegiati: dormono al caldo nelle nostre case e hanno un veterinario di fiducia. Ma quelli che vivono in questo modo sono solo una frazione dei cani del mondo: la maggior parte vive in villaggi come cane di comunità, va a caccia con gruppi più o meno grandi di persone, dorme all’aperto e si nutre di quello che trova.

Un team di ricercatori guidato dall'Università di Jena e dal Max Planck Institute in Germania ha deciso di andare a controllare cosa succede là dove il cane non è un animale da compagnia ma un collega di lavoro: tra i cacciatori di Vanuatu, i pastori della Mongolia, i villaggi del Madagascar, le comunità Shipibo-Konibo in Amazzonia — e, per confronto, tra i cacciatori tedeschi con il loro cane addestrato. Il risultato, appena pubblicato su Scientific Reports, mostra che nonostante ci siano differenze ambientali, sociali e culturali il rapporto tra essere umano e cane è “sorprendentemente” simile a livello globale.


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“In effetti questo studio copre una mancanza in letteratura”, spiega Paolo Mongillo, docente di fisiologia veterinaria ed etologia all’Università di Padova. Mongillo lavora al Laboratorio di etologia applicata e si occupa in particolare del comportamento dei cani. Ci conferma quello che scrivono gli autori e le autrici della ricerca: in laboratori come quello padovano si studiano soprattutto cani che provengono da contesti WEIRD, dove l’acronimo sta per Western, Educated, Industrialized, Rich e Democratic: in pratica si studiano i cani che vivono in Occidente e che sono solo un quarto circa di tutti i cani presenti al mondo.

Una conferma sul fronte della coevoluzione

Nonostante lo studio inizi a riempire una lacuna scientifica, Mongillo non si dice però stupito dei risultati, “nel senso che si tratta di dati che è facile riuscire a spiegare con le nostre conoscenze del rapporto uomo-cane”. Per capirlo bisogna ritornare alla storia della domesticazione del cane. Sappiamo, infatti, da innumerevoli studi che “il cane è la prima specie che l’uomo ha domesticato”, spiega Mongillo, “ancor prima delle specie da produzione”. Si tratta quindi di un legame “antico e profondo”, basato su una relazione “emotiva di affetto”, prima ancora che una relazione basata sull’utilità reciproca.

Inoltre, le nostre conoscenze attuali della storia del rapporto tra esseri umani e cani mostrano che la domesticazione non è avvenuta in un momento unico. Le domesticazioni sono state diverse e distribuite sia nel tempo che nello spazio. E nel corso dei millenni, la mescolanza tra i cani di tutto il mondo è stata molto elevata, al punto che “se guardiamo ai cani meticci, ai bastardini, questi tendono ad avere caratteristiche simili praticamente ovunque nel mondo”, illustra Mongillo. Tutto questo serve a dire che non c’è una differenza genetica tra i cani di Vanuatu e quelli della Germania tale da determinare comportamenti diversi, anzi questa omogeneità deriva probabilmente dalla selezione dei tratti che si è consumata durante la storia di co-evoluzione delle due specie, quella umana e quella canina.


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Le caratteristiche del rapporto con i cani che differiscono maggiormente tra società così diverse (come quelle studiate dalla ricerca a guida tedesca) sono invece culturali e antropologiche. In culture diverse dalla nostra, per esempio, il cane può essere di comunità, dove il rapporto che si costruisce tra umani e canidi non passa sul piano individuale, ma su quello di gruppo. Tutto questo per rimarcare che nell’omogeneità di comportamento riscontrata emerge di più la differenza del contesto culturale di riferimento.

In altre parole, possiamo leggere tutto questo da un altro punto di vista. Ecco un esempio: nello studio di cui stiamo parlando i cani tedeschi si mostrano, secondo una scala di valutazione scientifica, mediamente più educati e obbedienti. Ma, visto quello che abbiamo già detto dell’omogeneità genetica, questo risultato sembra dirci di più dei valori della società tedesca, dove obbedienza ed educazione canine sono valori positivi, mentre sono tratti che, in altre culture, hanno meno rilevanza. Ancora una volta, quindi, all’interno di questo straordinario rapporto interspecie che, come chiude Mongillo, “sul fronte emotivo, affettivo e relazionale sembra essere molto condiviso a livello globale”, questo studio sembra dirci che il nostro rapporto con i cani serve a farci capire qualcosa di come siamo fatti noi.

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