SCIENZA E RICERCA

Nella guerra dei chip l’Europa rischia di restare alla finestra

Non solo petrolio e gas, oggi gli equilibri internazionali si giocano anche su qualcosa di tanto piccolo da sfuggire allo sguardo. I microchip sono frammenti di silicio grandi pochi millimetri, ma sono ovunque: non solo in telefoni cellulari e computer ma anche in automobili, elettrodomestici, satelliti, sistemi d’arma, come evidenziato anche nei conflitti che funestano Europa e Medio Oriente, e soprattutto nei giganteschi data center che alimentano l’intelligenza artificiale. 

E la domanda cresce a una velocità impressionante: “Nel mondo ogni anno vengono prodotti più di mille miliardi di microchip, tuttavia non bastano”, spiega a Il Bo Live Alessandro Paccagnella, docente di elettronica presso il Dipartimento di ingegneria dell'informazione (DEI) dell'università di Padova, esperto di tecnologie digitali e microelettronica nella globalizzazione. Negli ultimi mesi, osserva lo studioso, il settore è stato attraversato da scosse quasi continue: “Da fine gennaio nel mondo dei semiconduttori è successo di tutto: la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale, ma anche una vera e propria crisi delle memorie. In pochi mesi il costo delle RAM è cresciuto fino al 300%, e queste dinamiche si stanno già trasferendo ai prodotti di largo consumo”.

Secondo la WSTS (World Semiconductor Trade Statistics), organizzazione non profit di aziende produttrici di semiconduttori, nel 2025 il mercato ha superato 795 miliardi di dollari di controvalore, con un aumento del 26,2% rispetto all’anno precedente e un picco del 38,4% nell’ultimo trimestre, e per quest’anno potrebbe avvicinarsi alla soglia psicologica del trilione di dollari. A guidare la crescita soprattutto i segmenti logic (+38,8%) e memory (+39%), ovvero calcolo e memoria, trainati dalle applicazioni di intelligenza artificiale e dal fabbisogno dei data center. “Grandi infrastrutture come hyperscaler possono arrivare a contare migliaia di macchine dedicate all’AI, e questo significa un fabbisogno enorme di semiconduttori e soprattutto di memoria e GPU (graphic processing unit), oltre che di energia”. 

Tra intelligenza artificiale, difesa e industria, il chip è la vera risorsa strategica del XXI secolo

Una filiera fragile e concentrata

La questione non riguarda però soltanto i volumi o i prezzi: “Oggi l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la progettazione e dall’Asia orientale per la produzione, soprattutto Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Giappone, oltre alla Cina” sintetizza Paccagnella. Tra i protagonisti globali spiccano aziende come l’americana Nvidia e i grandi produttori asiatici come TSMC e Samsung. “Nvidia è un caso emblematico – osserva il docente –. Nata come azienda di schede grafiche per videogiochi, a un certo punto ha anche attraversato una crisi profonda, prima che si scoprisse i suoi chip erano perfetti per l’intelligenza artificiale”.

Il risultato è una catena globale estremamente interdipendente e fragile: “Se si interrompe anche solo uno degli anelli della filiera, tutto il sistema rischia di fermarsi”. Al centro di questo sistema c’è soprattutto Taiwan, grazie soprattutto alla leadership di TSMC. Qui passa anche il confronto geopolitico tra Stati Uniti e Cina: se negli ultimi anni Washington ha introdotto restrizioni sempre più severe all’export di chip avanzati e macchinari e software per produrli verso Pechino, nel tentativo di rallentarne lo sviluppo tecnologico, quest’ultima dal canto suo sta investendo massicciamente per costruire una filiera autonoma.

La Cina ha capito la lezione maturata dal confronto fra Occidente e blocco sovietico durante la Guerra Fredda: non vuole più dipendere da tecnologie straniere – spiega Paccagnella –. Per questo sta sviluppando una propria industria dei semiconduttori, sostenendo diverse aziende a partire da Huawei”. Intanto non diminuiscono le pressioni su Taiwan, sia militari che politiche, come indica l’inedita visita a Pechino della presidente del Kuomitang Cheng Li-wun, oggi all’opposizione. In questo contesto la vera assicurazione sulla vita per Taipei sarebbe rappresentata, secondo alcuni, dal cosiddetto silicon shield: la stessa importanza strategica dell’industria taiwanese renderebbe infatti troppo rischioso per chiunque un conflitto militare. Intanto però gli Stati Uniti Donald Trump, che da candidato ha accusato Taiwan di aver “rubato” l’industria dei chip, sta facendo di tutto per riportarne una parte considerevole della produzione sul territorio nazionale proprio per ridurre la dipendenza da Taiwan, raccogliendo l’adesione di TSMC che ha annunciato un investimento da oltre 200 miliardi di dollari in Arizona. Il quadro resta insomma incerto, e per molti versi contraddittorio.


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Il risveglio mancato dell’Europa

Di fronte a questa trasformazione globale l’Europa rischia di trovarsi ancora una volta in ritardo: “All’inizio di questo secolo abbiamo considerato i semiconduttori una commodity come tante, nell’illusione che alla bisogna fosse sempre disponibile sul mercato globale”, osserva Paccagnella. Il risultato è che l’industria europea ha progressivamente perso terreno: “Nokia, che un tempo dominava il mercato, è praticamente sparita con la rivoluzione degli smartphone e dei touchscreen; di conseguenza anche le aziende europee leader nella produzione di semiconduttori hanno perso un cliente fondamentale e sono rimaste indietro nello sviluppo di tecnologie avanzate, come quelle sotto i 14 nanometri”. 

Già nel 2013 la Commissione Europea aveva lanciato l’allarme sul declino della produzione di semiconduttori nel continente, ma solo nel 2022 è arrivata una risposta politica strutturata. L’8 febbraio di quell’anno la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha annunciato lo European Chips Act, in seguito implementato nel 2023, per rilanciare la produzione di semiconduttori in Europa: un obiettivo, fra gli altri, era di raddoppiare la quota europea del mercato globale dei chip, portandola al 20% entro il 2030. Il piano prevedeva inizialmente 43 miliardi di euro di investimenti, poi saliti a circa 70 miliardi. “L’idea era di ricostruire almeno una parte della filiera industriale europea, che coinvolgesse non solo la produzione, ma anche il design e il cosiddetto packaging, ovvero l’incapsulamento del dispositivo in un contenitore protettivo in plastica o ceramica – spiega Paccagnella –. Al momento però i risultati sono molto al di sotto delle aspettative”.

Tra i progetti più ambiziosi c’erano quelli del gigante americano Intel, che aveva promesso investimenti per circa 30 miliardi di euro per una fabbrica di chip avanzati in Germania, oltre a 4,7 miliardi per un impianto innovativo di packaging in Polonia: importanti ma appena sufficienti per rimettere il vecchio continente in carreggiata. Nel frattempo però la crisi di Intel ha comportato prima il rinvio e poi la cancellazione dei progetti, mentre anche alcuni investimenti previsti in Francia e in Italia sono stati sospesi o procedono con tempi incerti. “Al momento a livello europeo siamo riusciti a realizzare poco più di un terzo degli investimenti previsti – osserva Paccagnella –. È evidente che il primo Chips Act non ha raggiunto gli obiettivi”.

Nonostante Investimenti mancati e filiere fragili, l’Europa cerca un rilancio con il Chips Act 2.0

Tra data center e fabbriche che mancano

Il paradosso è che, mentre l’Europa fatica a costruire le fabbriche, la domanda di infrastrutture digitali continua a crescere: “Oggi nel mondo ci sono circa 9.000 data center, e nei prossimi anni se ne prevede la costruzione di almeno altri 2.000 – spiega Paccagnella –. Gli Stati Uniti sono in testa con circa 4.000, il doppio dell’Europa. L’Italia non è messa male: a Padova ad esempio ce ne sono sette, di cui tre presso l’università. Il punto però è che consumiamo tecnologie microelettroniche che non produciamo”. Una dipendenza che riguarda anche il capitale umano: “Ogni anno nel nostro Paese terminano il loro corso di studio circa mille ingegneri elettronici, mentre in Cina sforna circa quattro milioni di laureati nelle discipline STEM. E l’India è agli stessi livelli”.

Anche per questo negli ultimi mesi a Bruxelles si discute di una nuova fase della strategia industriale europea. Nel settembre 2025 i ventisette Paesi dell’Unione hanno iniziato a lavorare a un possibile Chips Act 2.0, che dovrebbe essere presentato nella primavera del 2026. “Il problema è nessun Paese europeo attualmente può affrontare da solo gli enormi investimenti richiesti dalle tecnologie più avanzate – conclude Paccagnella –. L’unica strada realistica è rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri e costruire partnership con Paesi tecnologicamente avanzati e ‘amici’ come Giappone o Corea del Sud, come recentemente sta tentando di fare anche il governo italiano”.

La corsa globale ai semiconduttori è insomma diventata un vero e proprio conflitto per l’autonomia tecnologica, con Stati Uniti e Cina che investono centinaia di miliardi per assicurarsi il controllo delle tecnologie chiave e l’Europa che continua a interrogarsi sul proprio ruolo. E il rischio, almeno per ora, di restare spettatrice in una partita che deciderà gli equilibri economici e politici del XXI secolo.

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