SCIENZA E RICERCA

L’eredità biologica della povertà

Ogni anno, decine di milioni di bambini in tutto il mondo, nati in condizioni di povertà, non riescono a crescere come dovrebbero. Non per motivi genetici, ma perché l’ambiente in cui vivono, caratterizzato da malnutrizione, scarse condizioni igieniche e infezioni diffuse, lascia un segno tangibile sul loro corpo. Si tratta di quello che i ricercatori chiamano ritardo nella crescita (stunting), e si verifica quando un bambino è molto più basso della media rispetto alla sua età a causa di fattori che ne frenano lo sviluppo. A questa condizioni si affianca spesso il deperimento (wasting), un rapporto tra peso e altezza fortemente inferiore rispetto alla norma per l’età del bambino.

Secondo i dati più recenti, curati da UNICEF, OMS e Banca Mondiale, 150,2 milioni di bambini sotto i 5 anni (il 23,2% di tutti i bambini) hanno un ritardo nella crescita, e almeno 42,8 milioni sono affetti da deperimento. Gran parte di loro vive in Asia (51%) o in Africa (43%).

Combattere il ritardo nella crescita

Come spiegano i curatori di un numero speciale della rivista Philosophical Transactions B della Royal Society, queste condizioni sono estremamente dannose per la salute del bambino, soprattutto se si verificano nei primi mille giorni di vita (dal concepimento al compimento dei due anni di vita), un periodo fondamentale per lo sviluppo fisico e mentale. Tra le conseguenze vi sono malattie acute e croniche e un significativo aumento del rischio di morte. I bambini con un grave ritardo nella crescita hanno un rischio di morte 5,5 volte più alto rispetto ai coetanei con crescita nella norma; anche il rischio di sviluppare patologie croniche in età adulta, tra cui obesità, diabete e malattie cardiovascolari, aumenta in modo significativo.

La comunità internazionale se ne è occupata nell’ambito dei diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU: uno dei target del Goal 2 (“Zero fame” entro il 2030) puntava ad eliminare, entro il 2030, tutte le forme di malnutrizione. Questo, dettaglia il target, avrebbe dovuto comprendere il raggiungimento entro il 2025 degli obiettivi internazionali di riduzione del ritardo nella crescita e del deperimento tra i bambini sotto i 5 anni.

Sebbene l’incidenza di queste condizioni sia diminuita a livello globale, gli obiettivi individuati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità non sono stati raggiunti in tempo – anzi, dal 2020 si è osservata una regressione rispetto ai progressi compiuti negli anni precedenti. Per questo, la comunità internazionale ha spostato la scadenza al 2030.

Il problema, tuttavia, è che il ritardo nella crescita e il deperimento infantile sono condizioni complesse, dovute a una varietà di cause, e le loro origini biologiche e sociali non sono ancora state del tutto chiarite. Sappiamo che il ritardo nella crescita non è l’effetto inevitabile di una variazione genetica, ma al contrario “è il prodotto di fattori ambientali, socioeconomici e sanitari evitabili, che impediscono una crescita ottimale”, come scrivono i curatori del numero speciale nel loro articolo introduttivo. Sappiamo anche che le misure più diffuse, come le integrazioni nutrizionali o il miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie, non sono sufficienti, da sole, a risolvere il problema.

Per raggiungere l’obiettivo entro la nuova scadenza, bisogna quindi lavorare su due fronti: da una parte approfondire le cause fisiologiche di queste condizioni, e dall’altra elaborare interventi sul campo che sappiano affrontare i fattori ambientali, sociali ed economici che contribuiscono a mettere a rischio la salute di moltissimi bambini nati in condizioni svantaggiate.

I segni biologici della povertà

Uno degli articoli pubblicati nel numero speciale della rivista, firmato da un gruppo di studiosi sudafricani e britannici, analizza le caratteristiche ambientali e sociali dei contesti in cui il ritardo nella crescita è più frequente, dimostrando come l’alimentazione, le condizioni igieniche e l’accesso alle cure sanitarie rappresentino solo una parte delle cause che compromettono la crescita infantile. La povertà, infatti, si manifesta in molte forme, e lascia un marchio non solo sulla psiche e sulle condizioni di vita, ma anche sulla fisiologia delle persone che vivono in questa condizione. Il ritardo nella crescita ne è un chiaro esempio: chi nasce in un contesto svantaggiato ha più probabilità di sviluppare questa condizione perché è esposto a moltissimi fattori che contribuiscono alla sua insorgenza (cambiamenti nei livelli di povertà, livello di educazione dei genitori, dieta, infezioni, condizioni igienico-sanitarie, e persino la salute fisica e mentale della madre durante e dopo la gravidanza). Il ritardo nella crescita, a sua volta, può mettere a rischio lo sviluppo cognitivo e, a cascata, perpetuare la povertà di generazione in generazione.

Ma quali sono i percorsi biologici che collegano le condizioni sociali e ambientali esterne con i problemi di salute durante lo sviluppo infantile? Studiando la letteratura scientifica più recente, i ricercatori hanno individuato un elemento che potrebbe avere un ruolo centrale: il microbiota intestinale, cioè la comunità di miliardi di microrganismi che abita il nostro intestino, e che svolge funzioni essenziali per la digestione, lo sviluppo del sistema immunitario e il funzionamento cerebrale. Nei bambini con ritardo nella crescita, questo ecosistema è spesso in cattivo stato, e mostra segni di disbiosi: il loro microbiota è spesso sottosviluppato rispetto alla loro età, popolato da pochi batteri benefici e talvolta con una presenza anomala di batteri patogeni.

Il ruolo del microbiota intestinale

Alla luce di queste osservazioni, pare che un mediatore cruciale tra la povertà e il rallentamento dello sviluppo infantile possa essere la disfunzione enterica ambientale (EED), una patologia cronica dell’intestino molto diffusa nei Paesi in via di sviluppo, caratterizzata da un’infiammazione persistente della mucosa intestinale, che riduce la capacità di assorbire i nutrienti e compromette la funzionalità del sistema immunitario. 

Fattori di stress ambientale legati alla povertà, come scarsa igiene e malnutrizione, sono stabilmente associati a infiammazione e disbiosi intestinale, che indicano la presenza di EED. La EED e la disbiosi intestinale potrebbero spiegare anche il legame tra il ritardo nella crescita e lo sviluppo cognitivo: gli studi sull’asse intestino-cervello hanno mostrato che alcuni batteri intestinali sono in grado di migliorare la memoria e le capacità psicomotorie dei bambini, e dunque le cattive condizioni del microbiota potrebbe mediare anche eventuali ritardi nello sviluppo cognitivo. 

Il microbiota intestinale è quindi un candidato ideale per spiegare il legame tra povertà e biologia: è essenziale sia per l’alimentazione, sia per il sistema immunitario, e la disbiosi compromette entrambe queste funzioni essenziali, portando a una maggiore suscettibilità alle infezioni e, in generale, a un rapido peggioramento delle condizioni di salute.

Lavorare sul contesto

Concentrarsi sul microbiota è una chiave di lettura per comprendere come la povertà si trasmetta da una generazione all’altra. Una madre malnutrita non riesce a fornire nutrimento adeguato al feto, e un bambino nato già in condizione di carenza nutrizionale è più vulnerabile alla disbiosi fin dall’inizio della vita. Ma la trasmissione non avviene solo verticalmente, di madre in figlio. I ricercatori spiegano che questa condizione di vulnerabilità innesca un circolo vizioso: il microbiota disregolato di un bambino può diventare un veicolo di infezione per un’intera comunità. In condizioni igieniche precarie, i batteri patogeni che si accumulano nell’intestino possono essere rilasciati nell’ambiente e diffondersi attraverso acqua o cibo contaminati, o per via di pratiche sanitarie scorrette. In questo modo, la povertà si trasmette non solo in modo verticale, ma anche in modo orizzontale all’interno di una comunità.

Per ridurre i ritardi nella crescita il sistema intestinale che deve nutrire il bambino va protetto: bisogna spezzare il cerchio dell’infezione e dell’infiammazione enterica attraverso misure organiche, che comprendano il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, l’attenzione all’alimentazione e delle terapie specifiche per la salute intestinale.

Qualsiasi intervento di prevenzione e cura non può ignorare questa complessità. Ad oggi, gran parte degli interventi si concentra su una o poche azioni (ad esempio, si cerca di migliorare l’apporto nutritivo dei bambini): gli studi che indicano quali potrebbero essere gli interventi più efficaci sono ancora rari. Uno dei motivi di questa lacuna riguarda il modo in cui, fino ad oggi, si sono studiati questi problemi: la maggior la maggior parte degli studi disponibili su stunting e wasting sono stati condotti in Paesi ad alto reddito, e i loro risultati sono difficili da applicare ai contesti più svantaggiati, dove i fattori in gioco sono molti e si intrecciano in modo complesso. Per questo gli studiosi suggeriscono un approccio multidisciplinare che coinvolga non solo microbiologi, medici e nutrizionisti, ma anche economisti, sociologi e antropologi, possibilmente guidati da enti e ricercatori del Sud globale, e costruito insieme alle comunità locali. Quest’ultimo punto non è un dettaglio secondario: il coinvolgimento diretto delle comunità locali aumenta in modo significativo la probabilità di successo degli interventi. Infine, è importante agire sulla prevenzione e intervenire il prima possibile: concentrandosi sul periodo prenatale e immediatamente successivo al parto, ad esempio, e migliorando le condizioni di vita delle madri.

Rompere il ciclo intergenerazionale dello svantaggio sociale richiede – affermano gli esperti – di abbandonare le soluzioni parziali. Perché un bambino in crescita non ha solo bisogno di più cibo: ha bisogno di vivere in un ambiente che gli garantisca la protezione dalle infezioni, che gli permetta di sviluppare un intestino e un sistema immunitario sani, e che lo metta nelle condizioni di sviluppare correttamente le proprie capacità cognitive. Ha bisogno di avere accesso a cure sanitarie, a un’alimentazione completa e a un ambiente sociale sicuro e stimolante. La fisiologia della povertà è complessa: comprenderla è il primo passo per cambiarla, e rompere il circolo vizioso che la trasmette da una generazione all’altra.

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