L’intelligenza artificiale rischia di ”oscurare” le stelle
Il rendering del satellite/data center presentato da SpaceX. Foto: SpaceX
Sette anni di trattative, modifiche tecniche, concessioni parziali. La comunità astronomica internazionale aveva impiegato tutto questo tempo a trovare un equilibrio con SpaceX sui satelliti Starlink: limiti di luminosità concordati, pannelli solari adattati, risultati ancora insoddisfacenti ma almeno un quadro di dialogo. Nel gennaio 2026, in poche settimane, quella trattativa è tornata al punto di partenza. SpaceX ha chiesto alla Federal Communications Commission di poter lanciare un milione di satelliti — non per le telecomunicazioni, ma come data center in orbita per l’intelligenza artificiale. La risposta della comunità scientifica, questa volta, non è stata una protesta: è stata una petizione formale di diniego.
Il punto di partenza è la crisi energetica dell’intelligenza artificiale. I modelli linguistici avanzati e i sistemi di elaborazione intensiva richiedono quantità crescenti di elettricità: nei soli Stati Uniti la domanda potrebbe superare i 100 gigawatt entro il 2035, secondo le proiezioni citate da SpaceX nella propria istanza all’FCC. Le reti elettriche faticano a stare al passo e lo spazio fisico per nuovi impianti si esaurisce. In questo quadro SpaceX — che nel febbraio 2026 aveva acquisito xAI, l’azienda di intelligenza artificiale fondata da Elon Musk — ha individuato una soluzione radicale: portare i data center in orbita, dove il sole splende quasi ininterrottamente.
Un milione di satelliti per l’intelligenza artificiale
Il 30 gennaio 2026 SpaceX ha presentato all’FCC una domanda di autorizzazione per quello che chiama Orbital Data Center System: una costellazione di fino a un milione di satelliti in orbita bassa, tra i 500 e i 2.000 chilometri di quota, alimentati da pannelli solari e destinati all’elaborazione di applicazioni di intelligenza artificiale. La domanda è stata accettata per l’esame regolatorio il 4 febbraio.
L’8 giugno 2026, pochi giorni prima della quotazione di SpaceX al Nasdaq, Elon Musk ha presentato ufficialmente l’AI1: il satellite che funge da data center orbitale, con un’apertura alare di 70 metri, 150 kilowatt di potenza di picco e un radiatore liquido dispiegabile da 110 metri quadrati per smaltire il calore nel vuoto. In un’orbita eliosincrona la struttura riceve luce solare in modo quasi continuo, eliminando la necessità di grandi batterie e garantendo un ciclo operativo molto più elevato rispetto agli impianti terrestri. La società prevede di lanciare i primi 2 prototipi nella prima metà del 2027.
SpaceX non è sola in questo campo. Diverse altre società hanno annunciato piani per costellazioni di data center orbitali di dimensioni minori, tra cui la statunitense Starcloud, che ha già condotto esperimenti di calcolo in orbita alla fine del 2025, e la cinese Adaspace. Tra gennaio e febbraio 2026 all’FCC sono arrivate più istanze che, sommate, superano il milione di satelliti proposti: ma la scala del progetto di SpaceX, e la notorietà dell’azienda, ne hanno fatto il caso di riferimento per tutto il settore.
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Il decollo di un razzo di SpaceX
La risposta della comunità scientifica
L’American Astronomical Society, che rappresenta oltre 8.000 astronomi professionali negli Stati Uniti, ha risposto alla domanda di SpaceX con una petizione formale di diniego, depositata all’FCC il 6 marzo 2026. Il testo sostiene che la costellazione proposta comprometterebbe in modo significativo la ricerca condotta da strutture finanziate con denaro pubblico americano, mettendo a rischio miliardi di dollari di investimento federale nell’astronomia. L’AAS ha poi risposto alle controargomentazioni di SpaceX con ulteriori memorie il 23 e il 30 marzo. La domanda ha raccolto complessivamente quasi 1.500 commenti pubblici.
Alla riunione delle National Academies del 4 giugno, Tony Tyson - professore di fisica all’Università della California Davis e responsabile scientifico del Vera C. Rubin Observatory, il grande telescopio in costruzione in Cile - ha presentato simulazioni sull’impatto dei data center orbitali sull’astronomia ottica. Tyson ha osservato che persino nelle orbite operative più alte i satelliti possono produrre lampi di luce paragonabili in luminosità al pianeta Venere. C’è poi la fase di collaudo: prima di essere portati all’orbita definitiva, i satelliti vengono testati in orbite più basse, dove sono molto più brillanti. I ritmi di lancio necessari a costruire una costellazione del genere produrrebbero continuamente "corsie luminose" in orbita bassa. "Ci saranno impatti significativi sull’astronomia ottica dal 2027 in poi", ha dichiarato Tyson.
Anche la Royal Astronomical Society, una delle istituzioni scientifiche più antiche e autorevoli al mondo, ha affermato che il piano SpaceX "distruggerebbe completamente" il patrimonio naturale del cielo notturno e lo "sfigurerebbe permanentemente". Secondo le stime della società, ogni immagine del Very Large Telescope dell’ESO perderebbe in media il 10 per cento dei dati utili a causa delle scie dei satelliti. Il Rubin Observatory - progettato per monitorare eventi transitori come supernove ed esplosioni di raggi gamma - è il simbolo di questa tensione: uno strumento che richiede un cielo il più possibile privo di disturbi, e che entrerà in piena operatività proprio negli anni in cui i primi data center orbitali inizieranno a popolare le immagini.
Un precedente pesante: la storia con Starlink
Il precedente di Starlink aiuta a capire le poste in gioco. Dopo i primi lanci nel 2019, la comunità astronomica aveva alzato l’allarme sulle scie luminose che attraversavano le immagini dei telescopi. Seguirono anni di trattative con SpaceX e modifiche tecniche - materiali meno riflettenti, pannelli solari inclinati - per cercare di contenere i danni. Si arrivò a un accordo informale sulla soglia di magnitudine 7, indicata dall’Unione Astronomica Internazionale come limite oltre il quale i satelliti compromettono in modo irreparabile le osservazioni. Come documentato dall’AAS nella propria risposta a SpaceX, quell’obiettivo non è stato raggiunto: la maggior parte degli attuali Starlink V2 Mini supera ancora il limite raccomandato, e i prossimi V3 - di dimensioni maggiori - saranno ulteriormente più luminosi.
I data center orbitali portano però la questione su un piano diverso. Non si tratta di ampliare una costellazione di telecomunicazioni, ma di mettere in orbita strutture fisicamente molto più grandi, in un momento in cui i meccanismi di mitigazione esistenti mostrano già i propri limiti. L’AAS sottolinea che fissare una soglia di luminosità per un numero ridotto di oggetti non equivale a fissarla per centinaia di migliaia di satelliti: anche oggetti singolarmente meno luminosi producono impatti aggregati molto maggiori man mano che la loro densità in orbita aumenta.
Il cielo come bene senza custode
C’è una dimensione di questa vicenda che trascende la disputa tra SpaceX e la comunità astronomica. Le decisioni sull’uso dell’orbita bassa si prendono davanti alla Federal Communications Commission, l’ente americano che regola l’uso dello spazio per i sistemi di comunicazione via satellite. Non esiste un equivalente internazionale con poteri analoghi. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 stabilisce che l’orbita è un bene comune non appropriabile, ma non fornisce strumenti operativi per gestire la sua saturazione da parte di operatori privati. Il cielo notturno è visibile da ogni punto della Terra: qualsiasi alterazione della sua luminosità ha effetti su popolazioni ed ecosistemi che non hanno avuto alcun ruolo nelle decisioni regolatorie che ne determinano le sorti.