SCIENZA E RICERCA

Metterci lo zampino: convivenza con cani e gatti tra etologia e AI

Chi vive con un gatto probabilmente ha imparato abbastanza presto che il fatto di avergli comprato una cuccia da settanta euro non impedirà all'animale di preferirle la scatola in cui è arrivata, mentre chi ha un cane sa che prima o poi si ritroverà a spiegargli con argomentazioni perfettamente razionali perché non può mangiare una seconda cena, dimenticando per qualche istante che l'interlocutore difficilmente cambierà idea sulla base delle nostre capacità retoriche.

Con cani e gatti conviviamo da migliaia di anni, eppure il loro comportamento continua a sembrarci contemporaneamente familiarissimo e misterioso: pensiamo di sapere che cosa voglia dire uno scodinzolio, perché un gatto faccia le fusa o che cosa gli passi per la testa quando decide di avventurarsi fuori dalla lettiera per i suoi bisogni, salvo poi scoprire che molte delle nostre interpretazioni raccontano parecchio di noi e un po' meno dell'animale che abbiamo davanti.

È proprio questa lunga storia di incomprensioni, adattamenti e tentativi di comunicazione il filo conduttore di Metterci lo zampino. Come è cambiato il comportamento di cani e gatti vivendo con noi (BeccoGiallo), scritto dall'etologa e divulgatrice Lorenza Polistena e illustrato da Giorgia Lancellotti. È un libro sulla domesticazione di cani e gatti, ma è anche, e soprattutto, il racconto di come, vivendo insieme, specie diverse abbiano imparato a conoscersi e si siano modificate a vicenda. Un processo che peraltro non appartiene soltanto al passato, visto che l'evoluzione di cani, gatti e animali umani, continua ogni giorno.


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Non c’è un solo modo di essere domestici

Uno dei primi equivoci riguarda proprio la domesticazione, che tendiamo a immaginare come una specie di scala con il lupo da una parte, il cane sul divano dall’altra e il gatto collocato in disparte, con l’aria di chi non intende collaborare alla classificazione.

“L’idea di animale più o meno domesticato – spiega Polistena – nasce dalla nostra esigenza di voler creare sempre delle categorie. La realtà è che la domesticazione è più uno spettro all'interno del quale si inseriscono specie differenti, per cui guardare a tutte le specie domesticate pensando al cane rischia di non farci osservare tutte le varie sfaccettature che hanno caratterizzato il processo di domesticazione di tante altre specie domestiche come per esempio i gatti”. Questi animali hanno seguito storie evolutive diverse e quindi oggi sono domestici in modo diverso.

Nel cane, per esempio, la lunga collaborazione con gli esseri umani ha lasciato tracce evidenti nel comportamento. Se si trova davanti a un problema che non riesce a risolvere, tende più facilmente a rivolgersi verso di noi, cercando lo sguardo e l’aiuto della persona. È un comportamento molto meno evidente nei lupi allevati dagli esseri umani e meno marcato anche nei gatti. 

Anche noi, però, non siamo rimasti esattamente uguali mentre tutto questo accadeva. Uno degli esempi più quotidiani citati nel libro è il baby talk, quella particolare variazione della voce che utilizziamo con i bambini e che ricompare puntualmente quando ci troviamo davanti a un animale domestico, soprattutto se possiede caratteristiche che ce lo fanno percepire come un cucciolo.


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A volte fraintendiamo

Il fatto di vivere con gli animali, però, non ci rende automaticamente dei bravi etologi, più o meno come vivere con un essere umano non ci rende necessariamente capaci di capire che cosa gli passi per la testa: le riunioni di condominio sarebbero altrimenti esperienze molto meno cruente.

Alcuni fraintendimenti sono particolarmente duri a morire. Lo scodinzolio per esempio viene ancora associato quasi automaticamente alla felicità, anche se il significato dipende dal contesto; con i gatti, invece, resistono sia l’idea che le fusa siano sempre un segnale di benessere sia, soprattutto, il grande classico del dispetto. Se un gatto elimina (fa i suoi bisogni) fuori dalla lettiera, però, le possibili spiegazioni vanno dai problemi urinari, gastrointestinali o articolari al disagio legato alla lettiera stessa o alla convivenza con altri animali: attribuirgli intenzioni vendicative rischia quindi di farci perdere proprio le informazioni che il suo comportamento ci sta dando. 

Un altro errore è quello di dare per scontato che a tutti i cani debba piacere essere toccati, accarezzati e manipolati, quasi che avere scelto una specie per la sua socialità ci garantisse automaticamente il diritto a un’interazione continua. Ogni individuo ha invece limiti e preferenze propri e a volte per comprendere meglio un animale sarebbe sufficiente fare qualcosa di semplice ma sottovalutato, come spiega Polistena: “Non c’è modo migliore di studiare il comportamento in un’altra specie che mettersi lì ad osservare senza necessariamente interagire”. 

La buona notizia è che qualcosa, forse, sta cambiando. Quando Polistena di recente ha chiesto al pubblico di una conferenza se lo scodinzolio indicasse sempre felicità, tutti hanno risposto correttamente di no, con sua stessa sorpresa.

La divulgazione parte dal quotidiano, ma non si ferma lì

Polistena racconta che il progetto nasce, in parte, dal desiderio di scrivere il libro che avrebbe voluto avere durante gli studi universitari, quando gli animali domestici trovavano relativamente poco spazio nei corsi e lei finiva per andare a cercarsi da sola gli studi su cani e gatti: da quegli approfondimenti è nata prima l’attività divulgativa di Behanimal su Instagram e poi il volume. 

Quando si raccontano animali che il pubblico conosce così bene, da una parte non serve inventarsi un motivo per renderli interessanti, visto che mezzo Internet è già disposto a interrompere qualunque attività per guardare un gatto cadere dignitosamente da uno scaffale; dall’altra parte, però, proprio questa familiarità favorisce antropomorfismi, interpretazioni intuitive e storie bellissime che hanno un non trascurabile difetto: non sono vere.

Polistena si è quindi data un criterio abbastanza netto: “L’idea è sempre un po’ quella di cercare di parlare di qualcosa che possa avere un supporto scientifico e non parlarne tanto per farlo, perché c’è la notizia, perché fa clamore o quant’altro”.  Questo non significa rinunciare alle storie, anzi. Il metodo funziona precisamente perché il punto di partenza rimane ciò che vediamo in casa, al parco o, sempre più spesso, sullo schermo di un telefono: “Cerco di renderlo interessante portandolo nel quotidiano – racconta Polistena – partendo quando possibile da un comportamento che la persona ha visto nella sua vita o che comunque le interessa, che suscita curiosità, per poi ricondurlo a un contesto di analisi scientifica”. 

Il libro mantiene un equilibrio tutt’altro che banale, perché la buona divulgazione sugli animali deve riuscire a evitare contemporaneamente due estremi: trasformarli in piccoli esseri umani con pelo e coda oppure descriverli in modo iperspecialistico. In mezzo c’è la parte più interessante, quella in cui riconosciamo emozioni, capacità cognitive e individualità senza pretendere che funzionino come le nostre.

Cani e gatti del futuro

La nostra relazione con gli animali domestici continuerà a (co)evolversi e viene spontaneo chiedersi dove potrebbe portarci. Naturalmente nessuno possiede una sfera di cristallo etologica, ma sappiamo almeno quali caratteristiche hanno contato finora e quali potrebbero continuare a essere importanti nella convivenza tra noi.

“I cani – dichiara Polistena – sono già dei grandi maestri nella lettura del comportamento umano, quindi è difficile capire come potrebbero migliorare ulteriormente: proprio la loro forte socialità potrebbe però portarli a diventare ancora più sensibili alla nostra comunicazione, mentre nei gatti potrebbero rafforzarsi capacità oggi meno pronunciate, come seguire gesti e sguardo umani. Per loro potrebbe cambiare ulteriormente anche il miagolio, una vocalizzazione diventata particolarmente importante proprio nella relazione con noi”. 

A complicare ulteriormente la faccenda, negli ultimi anni sono arrivati prima i social network e poi l’intelligenza artificiale, a cui l’autrice dedica un intero capitolo. I primi hanno prodotto una quantità di materiale che un etologo di qualche decennio fa poteva solo sognare: milioni di animali filmati nelle case, nei giardini, durante il gioco e nelle interazioni con le persone. Il problema è che non filmiamo in modo casuale e soprattutto non pubblichiamo in modo casuale: a diventare virale sarà più facilmente il cane che sembra dire una parola o il gatto che apparentemente mette in atto un’elaborata vendetta, non quello che dorme quattro ore senza offrire particolari sviluppi narrativi (ma magari spunti di osservazione utili sì).

Dai video dei gatti all’intelligenza artificiale

Nel libro Polistena affronta anche il caso dei pulsanti con cui alcuni cani vengono addestrati ad associare parole registrate a oggetti o azioni, un fenomeno diventato popolarissimo sui social e interessante proprio perché mostra quanto sia sottile il confine tra ciò che l’animale sta effettivamente comunicando e ciò che noi interpretiamo. Non è un problema nuovo: dall’effetto Clever Hans (il cavallo che sembrava saper fare i calcoli) in poi sappiamo bene quanto involontariamente possiamo suggerire una risposta all’animale, solo che oggi Hans avrebbe anche un account TikTok.

L’intelligenza artificiale promette di andare ancora oltre, analizzando espressioni, movimenti e vocalizzazioni per individuare regolarità che a noi sfuggono; allo stesso tempo, però, un algoritmo addestrato sui nostri dati e sulle nostre categorie rischia semplicemente di automatizzare alcuni dei nostri pregiudizi, magari con un’interfaccia molto convincente.


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Ed è proprio sul futuro della convivenza che rimangono aperte le domande più stimolanti: “Le nuove tecnologie – spiega Polistena – stanno entrando nell’ambito scientifico dell’etologia, ma anche nella vita quotidiana. Nell’interazione con cani e gatti stiamo iniziando a considerare la tecnologia per comunicare con loro, per stare più vicini a loro oppure per non lasciarli soli a casa. È un risvolto che sicuramente apre molte altre domande, anche da un punto di vista etico”. 

Tra robot pensati per interagire con gli animali e ipotesi ancora più futuristiche di compagni artificiali capaci di soddisfare il nostro bisogno di relazione senza avere esigenze proprie, rischiamo di arrivare a un punto d’arrivo grottesco: dopo migliaia di anni trascorsi a imparare a convivere con altre specie, potremmo finalmente costruire l’animale perfettamente adatto a noi. Il quale avrebbe però un grosso difetto: non sarebbe più un’altra specie con cui imparare a convivere. Ed è forse proprio in quella distanza, che neanche migliaia di anni di domesticazione sono riusciti a cancellare del tutto, che sta una parte consistente del fascino di cani e gatti.

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