Un nuovo studio prova a riscrivere la fine dell’impero romano
Altheim in Germania, luogo delle ricerche
Il 476 d.C. è una delle date storiche fondamentali: è in questo periodo che si verifica la caduta dell’impero romano, segnando il passaggio dal tardo antico all’alto medioevo. Questo cambiamento è spesso descritto come repentino, caratterizzato da trasformazioni epocali, per esempio, la migrazione di grandi gruppi di popolazioni del Nord Europa che invadono le province al confine dell’impero, contribuendo alla sua distruzione. Un nuovo studio, pubblicato su Nature, avvalendosi di analisi genetiche, ha confutato questa teoria, sostenendo che le migrazioni sono avvenute in piccoli gruppi, durante un processo iniziato prima della crisi romana.
“L’obiettivo principale della ricerca – afferma a Il Bo Live Leonardo Vallini, antropologo molecolare presso l’Università di Mainz, in Germania, e uno degli autori principali dello studio – era indagare uno dei periodi più significativi della storia europea, il passaggio dalla tarda antichità all’alto medioevo, quando le strutture statali dell’impero romano si indeboliscono e cessano di avere le stesse funzioni del passato”.
La fine dell'impero romano
Diverse fonti storiche e archeologiche hanno descritto quest’epoca di transizione, ma non vi era ancora una prospettiva paleogenetica su questi anni decisivi:
“Esistono diverse interpretazioni storiografiche riguardo questo periodo: alcuni storici ne danno una visione catastrofista, con grandi gruppi di barbari che invadono l’impero causandone la disgregazione; altri, invece, lo descrivono più come una trasformazione graduale, e non una rottura repentina. Attraverso il nostro punto di vista di genetisti, abbiamo voluto inserirci in questo dibattito, provando a fornire il nostro contributo”.
La ricerca si è svolta analizzando 258 genomi antichi, provenienti da tombe situate nell’ex confine romano della Germania meridionale: più precisamente, le regioni da cui provengono la maggior parte dei campioni sono quella tra il fiume Danubio e l’Isar – quello che oggi è il sud della Baviera –, e quella tra il Reno e il Meno, vicino Francoforte. Il sito principale, da cui proviene circa la metà dei genomi analizzati, è Altheim, in Baviera: Vallini ne evidenzia l’importanza, affermando che la completezza dei risultati ottenuti deriva proprio dalle indagini in questa zona.
Un punto di forza della ricerca è sicuramente il suo carattere interdisciplinare: “Abbiamo lavorato con archeologi, che ci hanno fornito una caratterizzazione cronologico-culturale delle sepolture, nonché le ossa da cui abbiamo estratto il DNA; ci siamo avvalsi del contributo di antropologi fisici, che hanno analizzato gli scheletri per definire eventuali patologie o l’età della morte degli individui. È stato importante anche il punto di vista degli storici, con i quali abbiamo esaminato il contesto e interpretato alcune delle fonti scritte di quel periodo”.
Il lavoro genetico, come spiega Vallini, è stato svolto estraendo sequenze di DNA dalle ossa a disposizione degli studiosi, le quali sono state poi confrontate con altri genomi dello stesso periodo e di epoca moderna.
I risultati ottenuti consentono di fare luce su un periodo ampio, dalla metà del quinto secolo fino all’inizio del settimo. Altheim, il sito che ha fornito i risultati più completi, era un villaggio prettamente agricolo, costituito da circa cento abitanti; 80 di questi facevano parte dello stesso pedigree, cioè del medesimo albero genealogico; pertanto è stato possibile comprendere parentele e dinamiche familiari, oltre a chiarire alcuni aspetti della vita del villaggio per circa sette generazioni.
“In particolare – afferma Vallini – si può fare una distinzione in tre fasi: nella prima – durante la metà del quinto secolo –, gli abitanti di Atheim sembrano avere origini prevalentemente settentrionali, con antenati che provengono dal nord. Successivamente, alla fine del quinto secolo, compaiono nel villaggio anche individui con delle origini genetiche più meridionali, mediterranee”.
Queste persone, probabilmente, vivevano nelle città e nei forti ai confini dell’impero.
“Con la dissoluzione delle sue strutture statali, chi prima viveva negli insediamenti romani ha probabilmente iniziato a spostarsi nei villaggi agricoli. Da questo momento i due gruppi si amalgamano immediatamente”.
Da subito, infatti, iniziano a sposarsi tra loro; nonostante le diverse origini, non cambia il loro modo di concepire la famiglia, di evitare la poligamia o di seppellire i morti. Ciò fa supporre che ancora prima della fine del quinto secolo era avvenuto un incontro, un contatto profondo tra chi veniva dal nord e la cultura e le tradizioni romane.
Viene smentita, quindi, l’idea che, alla fine del quinto secolo, ci sia stata una massiccia migrazione di persone provenienti dal nord Europa verso le province romane: è probabile, invece, che questi individui fossero già lì, e che abbiano appreso nel tempo le abitudini e lo stile di vita degli abitanti dell’impero.
Una terza fase – tra sesto e settimo secolo – vede il riemergere di un profilo genetico prevalentemente settentrionale – più spostata verso sud –, nella quale, però, si evidenzia una continuità di tradizioni rispetto al passato.
Un aspetto innovativo della ricerca è la precisione con cui sono state fatte inferenze sui life history traits, ovvero alcune tappe fondamentali della vita degli individui analizzati.
“Ciò è stato fatto – spiega Vallini – partendo dalle 80 persone che fanno parte dello stesso pedigree. Osservando gli oggetti con cui sono sepolti nelle loro tombe, gli archeologi possono, per esempio, supporre che questi individui siano vissuti tra il 400 e il 500; attraverso la datazione al carbonio, si può ottenere un’altra stima, definendo un possibile arco temporale per la data di morte. Gli antropologi fisici, invece, possono stabilire a che età è avvenuta la morte. Attraverso l’albero genealogico, infine, possiamo ricostruirne parentele e discendenze”.
Tutte queste datazioni, però, non sono precise. Per ottenere maggiore esattezza, gli studiosi hanno messo insieme questi parametri e i vari constraints, ovvero delle limitazioni: per esempio, un individuo non può che essere nato dopo i suoi genitori, nel periodo in cui questi erano fertili e ad almeno nove mesi di distanza dai suoi fratelli. In questo modo si ottengono tanti possibili scenari, e si considerano plausibili quelli che rispettano tutti questi fattori, ottenendo così date più precise.
“Ciò ci ha consentito – dichiara Vallini – di avere un’idea dello stile di vita degli individui dell’epoca. Sappiamo, per esempio, che circa il 30 % di loro aveva figli prima dei 18 anni, o che un quarto dei bambini perdeva almeno un genitore prima dei 10 anni e che, per la maggior parte, crescevano almeno con un nonno ancora in vita”.
La ricerca fornisce un punto di vista differente e innovativo su un’epoca di grandi mutamenti come l’alto medioevo: la migrazione delle popolazioni dell’Europa settentrionale non è un processo improvviso e massiccio, ma si inserisce in una fase di mescolanza tra popoli di lunga durata. Lo studio, grazie a un’accurata indagine sui life history traits degli individui analizzati, consente anche di conoscere aspetti finora poco noti di alcune abitudini delle famiglie dell’epoca.