SCIENZA E RICERCA

Pavoni contro parabrezza e un dibattito scientifico ancora aperto

Sui social è pavoni-mania: complice un servizio televisivo andato virale sui vanitosi volatili che stanno colonizzando Punta Marina (anche se a quanto pare si sta un po’ esagerando), molti brand si sono, scusateci, accodati: Amazon Music Italia offre una playlist di musica rilassante per pavoni, Sebach propone bagni mobili per pavoni a cui consiglia di chiudere la coda prima di entrare e Clementoni pubblicizza pavoni di peluche che “prenderanno in ostaggio i bambini” con la loro dolcezza.

Dai parabrezza graffiati al test dello specchio

Al di là della viralità, però, la questione dei pavoni romagnoli è problematica, come ha confermato al Post lo zoologo Nicola Bressi: non solo rovinano giardini e coltivazioni, ma possono causare danni ingenti, visto che i maschi attaccano auto, vetrate e altre superfici riflettenti, probabilmente interpretando l’immagine che vedono come un rivale da riempire di beccate.
Questo porta i non addetti ai lavori a chiedersi cosa vede un animale quando guarda il proprio riflesso, e qui entra in gioco il cosiddetto “test dello specchio”, un esperimento di etologia cognitiva famoso e piuttosto discusso. Per alcuni studiosi sarebbe infatti una prova di autoconsapevolezza animale, cioè della capacità di riconoscere sé stessi. Per altri, invece, il test misura soprattutto apprendimento, familiarità con gli specchi o particolari modalità percettive, e rischia quindi di essere più ambiguo di quanto sembri. Uno degli appartenenti al secondo gruppo è Giorgio Vallortigara, neuroscienziato ed esperto di cognizione animale. 

Tutto cominciò con una rasatura

Il test dello specchio nasce negli anni Settanta grazie allo psicologo statunitense Gordon Gallup Jr., in una storia che Vallortigara definisce con ironia “una leggenda laboratoristica”.
Si racconta che Gallup, mentre si faceva la barba davanti allo specchio, abbia avuto una sorta di illuminazione improvvisa e si sia chiesto se anche gli animali, come noi, sanno che l’immagine riflessa rappresenta loro stessi.

Da questa domanda nasce uno degli esperimenti più famosi dell’etologia contemporanea: Gallup prese alcuni scimpanzé, li abituò alla presenza di uno specchio e poi, mentre erano anestetizzati, applicò sul loro corpo delle macchie colorate e inodori in punti impossibili da vedere direttamente, come il sopracciglio o il lobo dell’orecchio. Quando gli animali si risvegliarono e si trovarono davanti allo specchio, iniziarono a toccarsi proprio nei punti in cui era stata applicata la macchia. Per anni l’interpretazione è stata che gli animali avevano capito che l’immagine riflessa era la propria. In seguito il test è stato replicato da altri studiosi su altre specie.

All’inizio il quadro è sembrato piuttosto rassicurante per la tradizionale visione gerarchica dell’intelligenza animale: “I dati iniziali – spiega Vallortigara – erano molto soddisfacenti per la nostra idea di essere al vertice della creazione: a superare il test erano soprattutto le grandi scimmie antropomorfe come scimpanzé, bonobo e, in alcuni casi, oranghi. Altre specie come gatti, cani e scimmie non antropomorfe sembravano invece incapaci di riconoscersi”.
Si delineava quindi una sorta di Rubicone cognitivo: da una parte gli animali consapevoli di sé, dall’altra tutti gli altri.

Non tutti si affidano alla vista

Con il tempo, però, le cose hanno iniziato a complicarsi. Uno dei primi problemi riguarda il fatto che specie diverse percepiscono e interpretano il contatto visivo in modo diverso: Vallortigara cita il caso di molte scimmie non antropomorfe, come i babbuini o i macachi, che apparentemente non superano il test dello specchio, ma potrebbe esserci una spiegazione: “Questi animali – spiega Vallortigara – normalmente evitano il contatto occhi negli occhi con un conspecifico perché è un segno di aggressività, quindi quando viene messo uno specchio nella gabbia tendono a non guardarlo direttamente abbastanza a lungo da sviluppare familiarità con il riflesso”.

Questo dettaglio metodologico è importante perché mostra quanto il test dipenda dal comportamento naturale della specie studiata.
Anche nei nostri animali domestici le cose sono meno lineari. Prendiamo il caso dei gatti: “Quando un gattino vede lo specchio per la prima volta può fare la gobba – racconta Vallortigara – ma poi subentra una sovrana indifferenza, e la stessa cosa succede anche ai cani. Questo non significa che abbiano capito di trovarsi di fronte a sé stessi, potrebbero semplicemente aver concluso che quegli oggetti non si comportano come veri animali”.


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Vallortigara spiega che il riconoscimento sociale non dipende soltanto dalla vista come potremmo pensare noi esseri umani, che siamo animali fortemente visivi e trattiamo le immagini come informazioni centrali. Per molte specie il mondo funziona in modo diverso, e il cane ne è un esempio, perché quello che vede nello specchio può anche avere le sembianze di un cane, ma gli manca la sua caratteristica principale: non ha un odore.

Alcuni uccelli superano il test

I pavoni, invece, si rapportano con il mondo in modo diverso, e il fatto che attacchino le auto parcheggiate non è così sorprendente: “I pavoni – spiega Vallortigara – sono estremamente visivi come tutti gli uccelli e proprio per questo un riflesso può essere interpretato più facilmente come un rivale”.
Risulta interessante il caso, diverso, delle gazze europee: in uno studio del 2008 alcuni ricercatori sostennero che questi corvidi sembravano in grado di riconoscersi. Le gazze con una macchia colorata sul corpo, infatti, cercavano di rimuoverla solo in presenza dello specchio.
Questo metteva in crisi la concezione tradizionale: ma come, non erano solo gli “animali intelligenti” a superare il test?

In realtà sembrano riuscirci anche i delfini e gli elefanti asiatici, ma le evidenze sono ancora limitate e basate su pochissimi individui.
Da questo punto di vista, le scimmie sono più facili da studiare perché, al contrario di loro, uccelli, delfini ed elefanti non possono toccarsi il volto, possono soltanto modificare i propri movimenti quando si trovano davanti allo specchio.

I pesci e la filosofia

Nel 2019 un gruppo guidato dal biologo giapponese Masanori Kohda pubblicò uno studio destinato a diventare piuttosto controverso: secondo gli autori, i pesci pulitori (Labroides dimidiatus) sembravano superare il test dello specchio.


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Questi piccoli pesci tropicali vivono pulendo i parassiti dalla pelle di altri pesci e sono noti per alcune capacità cognitive piuttosto sofisticate. Nell’esperimento, dopo essere stati esposti allo specchio, reagivano a una macchia colorata sotto la gola cercando di strofinarsi contro il fondale.

Se anche un pesce può superare il test dello specchio, allora ci sono due possibilità: o i pesci possiedono forme di autoconsapevolezza molto più sofisticate del previsto, oppure il test non misura davvero ciò che pensavamo misurasse. Perché la domanda chiave, già con le gazze, era diventata questa: superare il test dello specchio significa avere autocoscienza come si era ipotizzato?
Alcuni studiosi sostennero che questi comportamenti potessero essere spiegati senza chiamare in causa concetti come coscienza o autorappresentazione. 

L’ipotesi dell’apprendimento associativo

Vallortigara si inserisce in questa linea di pensiero: “Il mio punto di vista personale è che il test dello specchio possa essere spiegato senza bisogno di fare riferimento alla coscienza o all’autoconsapevolezza. Quando un animale muove una parte del corpo e contemporaneamente vede il riflesso compiere lo stesso movimento, può imparare progressivamente che esiste una corrispondenza stabile tra sensazioni corporee e immagine visiva”.

È la propriocezione, cioè il senso che ci informa costantemente sulla posizione e sul movimento del nostro corpo nello spazio. Se tutte le volte che l’animale sente l’arto che si muove lo vede muoversi anche nell’immagine, non è necessario ipotizzare processi mentali particolarmente sofisticati, basterebbe associare informazioni sensoriali sincronizzate: l’animale imparerebbe che quel corpo riflesso si comporta sempre in perfetta corrispondenza con il proprio, senza che questo implichi una vera consapevolezza di sé.

Le scimmie che hanno imparato a superare il test

A sostegno di questa interpretazione ci sono alcuni esperimenti molto citati, come quello sui macachi rhesus. Normalmente questi animali non superano il test dello specchio, ma i ricercatori introdussero una fase di addestramento. Puntavano sul volto dell’animale un laser che produceva una sensazione fastidiosa, loro erano davanti a uno specchio e quando si toccavano nel punto giusto ottenevano una ricompensa, così imparavano il comportamento.
Il laser poi veniva sostituito con uno che non provocava fastidio, ma che era visibile nello specchio e gli animali continuavano a usare l’informazione riflessa per toccarsi il volto nel punto giusto. A quel punto gli veniva somministrato il test tradizionale e riuscivano a passarlo.
Secondo Vallortigara e altri studiosi, questo suggerisce che almeno parte del comportamento possa emergere da processi di apprendimento piuttosto che da un’ipotetica coscienza di sé.

Entrambe le ipotesi rimangono aperte, in un quadro comunque variegato in cui ci sono specie che apparentemente superano il test ma con comportamenti difficili da interpretare, specie che non lo superano ma forse solo perché non sono interessate all’informazione visiva e infine animali che possono imparare a passarlo attraverso l’addestramento.

Sarebbe interessante provare a insegnare anche ai pavoni a superare questa prova, anche se con gli uccelli è più complicato, vista la mancanza di arti con cui toccarsi il volto.
Intanto, mentre i pavoni romagnoli continuano a litigare con le auto parcheggiate, il dibattito scientifico resta apertissimo: dietro una scena che sui social sembra quasi una gag, si nasconde una domanda a cui la scienza non è ancora riuscita a dare una risposta definitiva.

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