Siamo più cooperativi di quanto pensiamo
Foto: Mario Purisic/Unsplash
Da sempre, il buon funzionamento delle comunità umane dipende dalla cooperazione tra i propri membri. Siamo, infatti, tra le specie che hanno sviluppato le strutture sociali più complesse nel mondo naturale, e questo tratto è stato fondamentale per il nostro successo evolutivo.
Ma fin dove si spinge, in noi umani, la capacità di agire in modo cooperativo nei confronti dei nostri simili? E fino a che punto riconosciamo l’altro come simile, seppure sconosciuto?
Anche l’odierno mondo globalizzato si fonda sull’assunto che i membri della comunità umana agiscano in modo cooperativo e non individualista. In un’epoca di grandi sfide globali, questa premessa è ancora più essenziale: quelli messi a repentaglio dalla crisi ambientale sono beni comuni da cui dipende la nostra sopravvivenza, e gestirli in modo da garantire il benessere di tutti è – secondo il mondo scientifico – l’unico modo per evitare che la società si disgreghi. Ma è davvero la cooperazione a prevalere tra gli umani, o si tratta solo di una vana speranza?
L’idea che (circa) nove miliardi di individui decidano di agire in modo cooperativo invece di dare priorità al proprio interesse personale può sembrare difficile da credere. La questione solleva una domanda fondamentale: gli esseri umani sono davvero cooperativi per natura, o piuttosto la capacità di collaborare è influenzata dalle esperienze personali, dal periodo storico e dal contesto sociale in cui ognuno vive?
Per trovare una risposta convincente, un piccolo gruppo di ricerca tedesco guidato da Armin Falk, economista all’università di Bonn, ha condotto un esperimento su larghissima scala, utilizzando il Gallup World Poll e proponendo a oltre 101.000 persone da 125 diversi Paesi di partecipare a un gioco sulla cooperazione, e ne ha presentato i risultati sulla rivista scientifica Science.
Il gioco è semplice: ogni persona viene accoppiata casualmente con un altro individuo del proprio Paese. A ogni membro della coppia viene proposta una scelta: cooperare o tradire. Chi “tradisce” riceve un premio in denaro di 100$ (o l’equivalente nella propria valuta di riferimento). Chi decide di cooperare, invece, riceve un premio di 70$. Entrambi i partecipanti, però, sono informati che se tutti e due scelgono la strada della cooperazione, oltre al premio individuale verranno devoluti 400$ per progetti di contrasto al cambiamento climatico.
Il modo in cui la domanda centrale viene posta sottopone i partecipanti a un classico dilemma della teoria dei giochi: bisogna scegliere se sacrificare una parte del proprio guadagno potenziale in virtù di un bene maggiore per la comunità. Ma non si conoscono le intenzioni dell’altro partecipante: se questi scegliesse l’opzione egoistica, il proprio sacrificio verrebbe vanificato.
Inoltre, la scelta di usare il contrasto alla crisi climatica come banco di prova non è casuale: un clima stabile è un bene comune essenziale per tutti, e l’effetto benefico di una scelta cooperativa a tutela di questo bene verrà goduto probabilmente da persone molto distanti nel tempo e nello spazio. In questo modo, dunque, si studia la cooperazione impersonale – non praticata, cioè, in base a legami affettivi o altri motivi di vicinanza.
In aggiunta ai risultati ottenuti dalla partecipazione al gioco, i ricercatori hanno analizzato i dati più ampi del Global Cooperation Dataset del Gallup World Poll, per comprendere in che modo le idee personali sulla cooperazione, le norme sociali e le preferenze individuali – tre fattori già da tempo associati ai comportamenti cooperativi – possano aver influito sulle scelte dei partecipanti. In questo modo, lo studio offre una risposta a domande come: “Quanto è diffusa la cooperazione nel mondo?”, “Quanto è influenzata da fattori sociali (norme e credenze) e individuali (genere, posizione sociale ed economica, livello di istruzione)?”
Quanto sono cooperative le lettrici e i lettori del Bo Live?
Un quadro complesso
I risultati dell'esperimento guidato da Falk mostrano che, tra gli esseri umani, cooperare è la scelta più diffusa. Nell’esperimento, infatti, ben il 69% dei partecipanti ha scelto la strada collaborativa. I livelli di cooperazione, però, non sono omogenei, ma variano molto tra Paesi diversi, con tassi che oscillano tra il 28% e il 92%. Per comprendere cosa determina tali differenze, i ricercatori hanno analizzato le risposte ad alcune domande poste ai partecipanti a margine dell’esperimento. Gli studiosi riportano diverse correlazioni interessanti: in primo luogo, più si stima alta la percentuale di concittadini disposti a cooperare, più si tende a cooperare a propria volta (fidandosi, evidentemente, che gli altri facciano lo stesso). Anche il riconoscimento dell’importanza di norme sociali ingiuntive (quelle che dicono come dovremmo comportarci) e del valore dei beni comuni predice una maggiore tendenza alla cooperazione.
Per quanto riguarda i dati demografici e quelli socio-economici, non emerge alcuna correlazione tra la propensione a cooperare e il genere, mentre si nota un legame tra il reddito e l’istruzione, da una parte, e una maggiore probabilità di agire in modo collaborativo. Infine, i ricercatori osservano che le persone più propense a cooperare sono quelle più altruiste e pazienti.
Fin qui, la variabilità nella diffusione della cooperazione è stata spiegata in base a caratteristiche individuali. Ma per comprendere se questi pattern si ripetano in modo simile in tutto il mondo, o se ci sia un ulteriore livello di condizionamento dettato dalla cultura nella quale si vive, i ricercatori hanno riscontrato che questo atteggiamento varia sensibilmente da un Paese all’altro, e che questa variazione è legata alla distanza culturale: dove le culture sono più simili, anche gli effetti di questi fattori individuali tendono a somigliarsi di più. La stessa logica vale anche su una scala più generale: i Paesi con culture più simili presentano non solo meccanismi, ma anche livelli di cooperazione più simili tra loro rispetto a Paesi distanti culturalmente.
Quanto incide la percezione del mondo sulle nostre scelte?
Le condizioni individuali e sociali nelle quali viviamo influiscono in modo sostanziale sulla nostra tendenza a cooperare. Eppure non sono tutto: anche il modo in cui percepiamo la realtà e le nostre aspettative giocano un ruolo importante. Ai partecipanti è stato chiesto anche se si aspettassero che gli altri giocatori avrebbero cooperato: in media, le persone hanno dichiarato un’aspettativa di atteggiamenti cooperativi del 47% – ben più bassa di quanto avvenuto in realtà (69%). Insomma, sintetizzano i ricercatori, “gli individui sono troppo pessimisti circa la volontà dei propri concittadini di cooperare”: ben il 75% degli intervistati ha sottostimato il livello di cooperazione dei propri connazionali, e nel 58% la stima era di oltre venti punti percentuali inferiore rispetto alla realtà.
A dimostrazione che per fare le nostre scelte dipendiamo molto dalle nostre aspettative sulle scelte altrui, i ricercatori hanno somministrato a metà dei partecipanti al gioco, scelti casualmente, una “cura informativa”: metà dei giocatori è stata informata che “la maggior parte delle persone nel mondo afferma che il cambiamento climatico è un pericolo per il proprio Paese”. Rispetto al gruppo di controllo, le persone che hanno avuto questa informazione hanno dimostrato una maggiore propensione a credere che i propri concittadini avrebbero agito in modo cooperativo, e hanno a loro volta scelto di più l’opzione collaborativa.
Homo cooperans
Questa ricerca dimostra che siamo una specie cooperativa: due terzi dei partecipanti hanno preferito un minor guadagno personale in cambio di un vantaggio collettivo. L’altra faccia della medaglia, tuttavia, è che siamo una specie che mostra una certa sfiducia nei confronti della capacità dei nostri simili di agire in favore del bene comune. Insomma, siamo più cooperativi di quanto crediamo: Homo cooperans è definito da caratteristiche che possono essere riscontrate nella specie in modo più o meno universale, come altruismo, pazienza, riconoscimento delle norme sociali e fiducia nel prossimo. Eppure, questa base universale interagisce con il contesto culturale in cui ognuno di noi cresce, che modifica in modo significativo il modo in cui gli atteggiamenti cooperativi si manifestano.
Questi risultati suggeriscono che, se vogliamo promuovere atteggiamenti cooperativi nella popolazione mondiale – ad esempio adottando atteggiamenti virtuosi per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico –, non possiamo affidarci a soluzioni universali, ma dobbiamo tenere conto delle specificità culturali di ogni Paese, adattando gli interventi al contesto in cui vanno realizzati. Inoltre, la sistematica sottovalutazione della volontà di cooperare dei nostri concittadini indica che dobbiamo impegnarci a rompere il muro di percezioni errate nel quale spesso rimaniamo intrappolati, complici le bolle informative in cui tutti siamo immersi.
Come lo studio suggerisce (pur restando, come sottolineano gli autori stessi, più una prova di principio che uno strumento pronto per guidare l’azione politica), fornire le informazioni giuste, ad esempio mostrando che gli altri hanno a cuore il bene comune tanto quanto noi, può scacciare il senso di solitudine e impotenza e aiutare a riscoprire il senso dell’agire solidale e comunitario.