SCIENZA E RICERCA

Le specie invisibili che popolano il pianeta

Ampliare la nostra conoscenza del mondo naturale descrivendo e classificando il maggior numero possibile di specie è un passaggio imprescindibile per la tutela della biodiversità in quest’epoca di crisi ambientale. Ma fare affidamento sugli strumenti tradizionali potrebbe non essere sufficiente.

Uno studio curato da alcuni biologi evoluzionisti dell’Università dell’Arizona, negli Stati Uniti, e comparso sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences dimostra che, tra i vertebrati, dietro ogni specie riconosciuta potrebbero nascondersi, in realtà, due specie diverse. Questo gioco di specchi non è uno scherzo della natura, ma è dovuto al modo in cui la biodiversità è stata studiata tradizionalmente. Infatti, per distinguere una specie dall’altra i tassonomi guardano alle differenze morfologiche tra individui: due organismi appartengono alla stessa specie se hanno determinate caratteristiche fisiche in comune, e a specie diverse se queste caratteristiche divergono sufficientemente.

Ma con l’avvento delle tecniche di sequenziamento genetico, ormai abbastanza economiche da essere impiegate in modo piuttosto diffuso in ambito scientifico, questi criteri visivi si sono dimostrati quantomeno insufficienti per delimitare con certezza il confine tra una specie e l’altra. È venuto così alla ribalta il concetto di specie criptica: una specie identica a un’altra – e quindi indistinguibile – dal punto di vista morfologico, ma diversa sul piano molecolare, che in alcuni casi porta i segni di una separazione evolutiva piuttosto antica.


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Il sequenziamento genetico e la scoperta delle specie criptiche

Analizzando oltre 300 lavori scientifici pubblicati, i ricercatori dell’Università dell’Arizona hanno potuto dimostrare che il tasso di specie criptiche identificate è sorprendentemente costante tra tutte le cinque classi di vertebrati (pesci, rettili, anfibi, mammiferi e uccelli). In base ai dati disponibili, gli studiosi hanno calcolato che, in media, ad ogni specie classificata secondo i criteri morfologici corrispondono almeno due specie criptiche, spesso ancora del tutto ignote alla scienza. In molti casi, invece, le specie criptiche vengono identificate ma non vengono assegnati loro un nome e una descrizione scientifici, necessari per l’inserimento nella lista ufficiale delle specie esistenti.

Come scrive in un commento a questa scoperta l’ecologo sloveno Cene Fišer, tutto ciò ha diverse implicazioni. Innanzitutto, gli studi in ambito ecologico ed evolutivo potrebbero ottenere risultati più scientificamente accurati adottando i criteri molecolari per l’identificazione delle specie in aggiunta o in alternativa a quelli morfologici. Infatti, l’ubiquità delle specie criptiche – le indagini più recenti suggeriscono che siano presenti in tutti i gruppi di organismi e in pressoché tutti gli ambienti – impone di tenerne conto quando si misurano i livelli di biodiversità di un ecosistema.

Dai Piani di conservazione all'ecologia sensoriale

Includere le specie criptiche nello studio della biodiversità è importante anche per gli interventi di conservazione. Se si scopre che una specie ben distribuita e con popolazioni numerose è in realtà un gruppo di varie specie (o sottospecie), ognuna con un areale ristretto, potrebbe rivelarsi necessario trattare ognuna di queste specie come rara, e quindi, potenzialmente, ad alto rischio di estinzione. Ma, come spiegano gli autori dello studio, una specie senza nome è una specie che non verrà inserita in nessun piano di conservazione, e quindi non potrà essere protetta. Per questo è importante che le identificazioni di nuove specie in base a differenze molecolari siano tracciate, ad esempio tramite l’istituzione di un database aperto, come suggeriscono i ricercatori.

Infine, questa scoperta mette ancora una volta in luce quanto la nostra conoscenza del mondo naturale sia parziale e condizionata dal nostro modo di interagire con la realtà. In assenza di metodi alternativi, avevamo creduto che la modalità di conoscenza visuale – tipica della nostra specie, che ha nella vista il suo senso più sviluppato – fosse la più informativa per conoscere la realtà. Invece, i risultati forniti dalle tecnologie che ci consentono di esplorare il mondo molecolare hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che questa credenza è sbagliata.

Come sottolinea Fišer, il fatto che molte specie differiscano dal punto di vista molecolare ma non nel fenotipo è indicativo di quanto, per molti organismi, gli stimoli sensoriali più importanti siano “meccanici, chimici, elettrici o magnetici”, ma non visivi: questa differenza plasma la loro biologia, influendo su ogni attività, dall’alimentazione alla riproduzione.

In base a questa consapevolezza, per preservare la biodiversità diventa essenziale “preservare non solo le specie, ma anche l’integrità degli ambienti sensoriali da cui esse dipendono, e che includono caratteristiche dell’ambiente che  potremmo non riconoscere come significative dal punto di vista ecologico”.

Ancora una volta, per comprendere la natura dobbiamo fare un passo di lato, e cercare di guardare il mondo non dal punto di vista umano, che troppo facilmente riteniamo essere il più oggettivo, ma dal punto di vista unico di ogni organismo.

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