SCIENZA E RICERCA

La trasmissione dei testi medievali spiegata dalla matematica

Come si sono tramandati i testi antichi? Le fonti scritte sono essenziali per comprendere il contesto culturale e sociale del passato; eppure non è semplice risalire alla struttura originale dei manoscritti, visti i mutamenti che, nella maggior parte dei casi, hanno subito nel corso del tempo.

Una ricerca dal titolo On the transmission of texts: Written cultures as complex systems, pubblicata sulla rivista scientifica PNAS Nexus, ha utilizzato modelli matematici per rintracciare i cambiamenti e le trasformazioni di cui un corpus di testi medievali è stato oggetto prima di arrivare a noi, con l’intento di comprendere quanto si sia preservato e quanto, invece, sia andato perso della tradizione letteraria del passato.

In base ai modelli elaborati dai ricercatori, oltre il 95% dei manoscritti fisici medievali sarebbe andato distrutto, e fino al 60% delle opere letterarie originali non si sarebbe conservato. Prima dell’avvento della stampa, i testi circolavano in forma manoscritta: in particolare, venivano dettati dall’autore a un segretario che li ricopiava, oppure ne redigeva una bozza su tavolette di cera, papiri, pergamene o, in seguito, su carta. L’opera originale doveva poi essere ricopiata manualmente da uno scriba per essere messa in circolazione. Questi testi, a loro volta, potevano essere utilizzati da altri scribi, in luoghi e momenti successivi, per produrre nuovi manoscritti. In questo percorso, che vedeva avvicendarsi una molteplicità di trascrizioni manuali, le opere subivano mutamenti, per errore o per adattarsi al pubblico a cui erano destinate, e alcune di queste modifiche venivano tramandate in testi successivi. L’usura, gli incidenti e le mode hanno causato la perdita di parte di questo materiale, mentre altri testi si sono conservati nelle biblioteche.

Per ricostruire le trasformazioni e i mutamenti delle opere del passato, gli studiosi, a partire dal diciannovesimo secolo, hanno tracciato veri e propri alberi evolutivi, chiamati stemmata. Uno dei metodi principali introdotti in quegli anni era quello degli errori comuni, in base al quale innovazioni condivise che compaiono nei testi sopravvissuti - chiamati testimoni di un’opera - vengono utilizzate per inferire relazioni genealogiche, ottenendo un grafico ad albero, chiamato stemma codicum. Questa modalità di ricostruzione pone la filologia in analogia con la biologia evolutiva e tratta i testi come specie viventi.

I poemi cavallereschi come ecosistema letterario

La ricerca ha preso in esame un corpus di 2.000 opere che risalgono all’inizio della letteratura europea moderna: si tratta dei poemi cavallereschi, un genere emerso in Francia durante il dodicesimo secolo e poi diffusosi in tutta Europa. Studiare la trasmissione di questi manoscritti comporta diversi vantaggi, tra cui la loro ampia diffusione geografica, dall’Inghilterra al Vicino Oriente, e la loro traduzione in diverse lingue, come il norreno, l’irlandese, il tedesco o il castigliano, nell’arco di circa quattro secoli. Inoltre, i testi cavallereschi sono stati oggetto di molteplici studi, dunque i ricercatori hanno potuto avvalersi di un grande numero di dati sul loro processo di trasmissione.

Per comprendere quanti di questi testi si siano conservati e quanti, invece, siano andati perduti, hanno fatto ricorso alla scienza dei sistemi complessi, utilizzata anche per studiare le specie viventi, prevedere le condizioni meteorologiche o analizzare il mercato finanziario. In questo approccio, il corpus letterario viene osservato dall’alto, come un ecosistema, in cui la sopravvivenza dei testi è influenzata dall’interazione di molteplici fattori, tra cui il caso, tendenze culturali o grandi catastrofi storiche.

Il modello matematico: casualità, epidemie e guerre

I ricercatori hanno costruito un modello matematico capace di simulare la trasmissione dei manoscritti nel corso di quattro secoli. A partire da un testo originario, il modello generava copie successive e i relativi alberi genealogici, tenendo conto di diversi scenari di perdita dei manoscritti, dovuti alla deriva casuale, alle preferenze culturali o a eventi catastrofici. Gli studiosi hanno quindi confrontato migliaia di alberi simulati con gli stemmata ricostruiti dai filologi: i modelli che riproducevano meglio la struttura degli alberi reali erano quelli in cui la perdita dei manoscritti era determinata soprattutto dalla deriva casuale e da grandi eventi storici, come la peste del Trecento o la guerra dei Cent’anni. 

La peste nera, per esempio, con la morte di molti scribi o amanuensi, ha provocato l’interruzione della catena di copiatura di molti testi e l’abbandono di numerose biblioteche, accelerando il processo di perdita del materiale. Un’altra causa di grande impatto è, secondo la ricerca, la casualità: sono stati frequenti fenomeni quali usura, smarrimento delle pergamene, o incendi improvvisi. Le tendenze culturali - come il fatto che le opere fossero più o meno supportate dalle istituzioni politiche e religiose -, hanno avuto un’influenza minore, e non bastano a spiegare la scomparsa di una così elevata quantità di testi.

L’asimmetria e lo sbilanciamento degli alberi reali trovano quindi spiegazione nelle ingenti perdite di materiale scritto provocate da eventi contingenti o da improvvisi rivolgimenti storici. Lo studio stima che circa il 95% dei manoscritti fisici sia andato distrutto e che fino al 60% delle opere originali non sia giunto fino a noi. Ciò che distingue il 40% del materiale conservato è probabilmente il numero di copie che ne furono realizzate: un testo che otteneva una diffusione più ampia aveva maggiori probabilità di sopravvivere nel tempo.

Le fonti scritte sono un’inestimabile risorsa per ricostruire il passato, ma molta tradizione rimane preclusa: la ricerca evidenzia che ciò che è giunto fino a noi è in realtà solo un frammento di un patrimonio molto più vasto, che ancora oggi resta in parte sconosciuto.

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