Tamarini e febbre gialla: fuggire è difficile, riorganizzarsi è inevitabile
Se ti chiami tamarino leonino dorato, parti già con una certa responsabilità scenica: sei una scimmia arboricola che inganna con la nomenclatura spacciandosi per felino, quindi devi quantomeno sembrare una creatura mitologica, o il cantante di una band punk rock della Foresta Atlantica brasiliana. E in effetti il tamarino leonino dorato (Leontopithecus rosalia) fa del suo meglio: è piccolo, arancione, vistoso, con una criniera di cui potrebbe vantarsi con gli altri primati.
Poi però arriva la realtà, che in ecologia ha spesso il pessimo tempismo di una zanzara alle tre del mattino. È una specie minacciata, endemica dello stato di Rio de Janeiro, e vive in un ambiente che negli ultimi decenni è diventato sempre più frammentato. La sua storia recente è anche una delle più note storie di successo della conservazione: negli anni Settanta ne restavano meno di 400 individui in natura, mentre decenni di interventi avevano riportato la popolazione a oltre 3700 individui nel 2014. Poi, tra il 2016 e il 2019, è arrivata la febbre gialla.
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Animal Ecology ha analizzato che cosa è successo ai tamarini durante quell’epidemia, senza limitarsi a parlare della sopravvivenza, ma concentrandosi anche su come sono cambiati i loro movimenti, sulla dispersione tra gruppi e sulla struttura sociale della popolazione. È un esempio di come una malattia, in natura, può diventare una forza ecologica capace di ridisegnare le relazioni tra individui, gruppi e paesaggio.
L’impatto dell’uomo sull’ambiente del tamarino
I tamarini vivono nella Foresta Atlantica di pianura dello stato di Rio de Janeiro, ma non in una foresta continua: occupano un mosaico di frammenti forestali separati da strade, campi agricoli e altre aree trasformate dagli esseri umani. Questo significa, tra le altre cose, che per spostarsi devono attraversare un ambiente pieno di ostacoli e questo può rivelarsi un comportamento molto costoso.
Ma questa situazione ha anche conseguenze importanti quando entra in gioco una malattia: in paesaggi modificati dall’uomo anche i vettori, cioè chi la malattia la trasmette, possono trovare nuove opportunità di diffusione. Nel caso della febbre gialla, i vettori sono zanzare, e le zanzare, come sa bene chiunque abbia provato a dormire con una finestra aperta in estate, non sono grandi sostenitrici della stabilità sociale.
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Le zanzare, vettori della febbre gialla
La febbre gialla è una malattia virale trasmessa da zanzare infette. In Sud America circola soprattutto in un ciclo silvestre: il virus viene trasmesso nelle foreste da zanzare arboricole, in particolare dei generi Haemagogus e Sabethes, a diverse specie di primati non umani. Gli esseri umani possono essere infettati accidentalmente quando entrano in aree forestali o vivono vicino ai margini della foresta, ma le scimmie non trasmettono direttamente la febbre gialla agli esseri umani e non sono la causa dell’epidemia, sono ospiti del virus e spesso vittime dell’infezione. In alcuni casi funzionano persino come sentinelle ecologiche: la loro mortalità può segnalare che il virus sta circolando in una certa area.
L’epidemia di febbre gialla silvestre che ha colpito il Brasile tra il 2016 e il 2019 è stata una delle più gravi dell’ultimo secolo. Ha causato la morte di centinaia di persone e migliaia di primati non umani. Anche i tamarini sono stati duramente colpiti: le stime indicano che la popolazione complessiva sia passata da oltre 3700 individui nel 2014 a circa 2500 nel 2018.
Tredici anni a seguire tamarini
Uno dei punti di forza dello studio è il monitoraggio di lungo periodo. I ricercatori hanno utilizzato dati raccolti tra il 2010 e il 2022, includendo quindi anche gli anni precedenti e successivi all’epidemia.
Il dataset comprendeva 406 individui adulti appartenenti a 71 gruppi sociali, per un totale di 1689 osservazioni annuali. In natura i tamarini vivono in gruppi territoriali di circa cinque individui, generalmente formati da una coppia riproduttiva dominante e dalla sua prole.
Gli autori hanno distinto tre situazioni: individui rimasti nello stesso gruppo, individui passati a un altro gruppo nello stesso frammento forestale e individui trasferiti in un frammento diverso, perché non interessava soltanto sapere se un tamarino fosse ancora vivo, ma anche dove fosse finito.
Spostarsi meno. Anzi, di più. Anzi, dipende
Partiamo da un risultato controintuitivo: durante l'epidemia i tamarini sembrano essersi spostati meno a livello locale, ma di più su distanze maggiori. Le analisi mostrano infatti che la probabilità di trasferirsi in un altro gruppo all'interno della stessa porzione di foresta è diminuita leggermente, passando dal 3,6% al 2,8%. Al contrario, la probabilità di spostarsi verso un gruppo situato in un'altra area forestale è aumentata di dieci volte, raggiungendo il 4,3% (contro lo 0,4% osservato prima dell'epidemia).
Questi dati mostrano che non esiste una risposta unica alla malattia. All'interno della stessa porzione di foresta i tamarini sembrano disperdersi un po' meno, mentre aumentano gli spostamenti tra aree forestali separate. In altre parole, l'epidemia sembra ridurre i movimenti a breve distanza ma favorire quelli più lunghi, che richiedono l'attraversamento di ambienti modificati dall'uomo.
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Una possibile spiegazione è che l'epidemia abbia lasciato dei vuoti all'interno dei gruppi. Quando alcuni individui scompaiono, chi resta potrebbe trovare più facilmente spazio per riprodursi o assumere nuovi ruoli. Questo potrebbe aver ridotto la necessità di cambiare gruppo all'interno della stessa area forestale.
Allo stesso tempo, però, alcuni individui potrebbero aver reagito in modo diverso, spostandosi verso altre aree forestali. Secondo gli autori, questi movimenti potrebbero riflettere la ricerca di nuove opportunità sociali oppure l'abbandono di zone particolarmente colpite dall'epidemia. I dati non permettono però di stabilire se si tratti di una vera strategia di evitamento del rischio o di una conseguenza indiretta della riorganizzazione sociale.
Gruppi più piccoli, società diversa
Con l'epidemia la sopravvivenza degli adulti è nettamente diminuita, soprattutto nel 2017 e nel 2018, mentre dopo il 2019 è tornata ad aumentare. Ma la malattia non ha lasciato tracce soltanto nel numero di animali presenti. Durante l'epidemia i gruppi monitorati sono rimasti grossomodo gli stessi, mentre il numero medio di individui per gruppo è diminuito. La febbre gialla sembra quindi aver ridotto la dimensione dei gruppi più che il loro numero.
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Questo è importante perché una popolazione non è semplicemente un insieme di individui, è una rete di gruppi, territori e relazioni sociali: quando una malattia colpisce una parte della popolazione, le conseguenze possono propagarsi ben oltre la mortalità immediata.
Negli anni successivi all'epidemia i ricercatori hanno osservato un numero maggiore di gruppi, ciascuno composto però da meno individui rispetto al periodo precedente
Quando il problema vola, cambiare zona non basta
Resta però difficile capire che cosa ci sia dietro questi movimenti. Gli autori ipotizzano che alcuni individui possano aver lasciato le aree più colpite, ma i dati non permettono di stabilirlo con certezza. Gli spostamenti tra aree forestali diverse hanno riguardato una piccola minoranza della popolazione, meno del 5%, e potrebbero essere stati legati anche ai cambiamenti nella struttura dei gruppi sociali causati dall'epidemia.
Inoltre, la febbre gialla non si trasmette direttamente da un primate all'altro, ma attraverso le zanzare. Questo significa che allontanarsi da una zona colpita potrebbe non bastare per ridurre il rischio di infezione. A differenza di altre malattie, infatti, la diffusione del virus non dipende soltanto dai movimenti degli animali che lo ospitano, ma anche da quelli dei vettori che lo trasmettono.
La conclusione, quindi, non è che i tamarini scappano dalla malattia, ma che un’epidemia può modificare contemporaneamente sopravvivenza, movimenti e organizzazione sociale, e che questi effetti dipendono dalla scala spaziale considerata.
Dopo un’epidemia, la foresta non torna com’era
Spesso pensiamo alle malattie infettive nella fauna selvatica come a eventi che riducono il numero di individui. È vero, ma è solo una parte della storia.
Una malattia può cambiare chi resta, dove si trova, con chi vive e quanto si sposta. Può alterare la distribuzione degli individui e la struttura sociale di una popolazione. Nel caso dei tamarini, la febbre gialla ha coinciso con una diminuzione temporanea della sopravvivenza adulta, una riduzione della dimensione dei gruppi, un aumento della dispersione tra frammenti e una successiva riorganizzazione sociale.
La fine dell'epidemia non coincide con un ritorno completo alla situazione precedente. Quando la fase più intensa della crisi si conclude, la sopravvivenza aumenta e i movimenti tra aree forestali diverse tornano a livelli simili a quelli iniziali, ma la struttura sociale resta diversa.
Questo ha implicazioni importanti per la conservazione, perché “proteggere” significa anche preservare le condizioni che permettono agli animali di muoversi, formare nuovi gruppi e riorganizzarsi dopo una crisi.