Torna “Microcosmo”, il libro che racconta la vita come cooperazione
Cellule vegetali con cloropasti
Finora era un libro quasi introvabile, eppure Microcosmo della biologa Lynn Margulis e del saggista Dorion Sagan (suo figlio) è un classico della divulgazione scientifica uscito negli anni Ottanta, che però da tempo era sparito dalle librerie italiane. Per fortuna è stato appena ripubblicato nella collana Postuman3 di Mimesis edizioni curata dal gruppo di ricerca indipendente Ippolita. Se ne è occupata in particolare Angela Balzano: attivista transfemminista, docente e ricercatrice al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. L’abbiamo intervistata per capire meglio come e perché è stato reso nuovamente disponibile un libro che a suo dire ha ancora molto da offrire anche a quasi cinquant’anni dalla sua prima uscita.
Perché ripubblicare oggi una nuova edizione italiana di Microcosmo? Cos’ha ancora da dirci questo libro scritto dalla madre della teoria dell’endosimbiosi?
«La ragione/passione per cui lo ripubblichiamo oggi è perché insegna che la natura, o la materia, non detta inevitabilmente le leggi della competizione. È un esercizio di amore per il mondo che ci consente di prender fiato e raggiungere una consapevolezza comune: la guerra non è un’ineluttabile legge naturale, è un’opzione evitabile. Microcosmo proprio su questo è illuminante: “La visione dell’evoluzione come competizione cruenta cronica tra individui singoli e specie, distorsione della teoria darwiniana della “sopravvivenza del più idoneo”, si dissolve dinnanzi alla visione nuova di una cooperazione continua, di un’interazione forte e di una dipendenza reciproca tra forme di vita. La vita su questa terra non è emersa dalla guerra, ma dalla cooperazione”.
Margulis e Sagan sapevano che la loro proposta non era solo biologia, era anche etica, vera e propria filosofia politica, sapevano che molte delle critiche che ricevevano erano legate alla statunitense fobia verso ogni tendenza alla redistribuzione, di beni, di facoltà, di risorse e diritti. Così si spiega l’ostracismo protrattosi a lungo contro la teoria dell’endosimbiosi: questa teoria è un’anomalia nelle scienze della vita, il cui paradigma dominante resta, poiché mutuato dalle scienze economiche, quello dell’individualismo androcentrico. Microcosmo è un altro modo di raccontare il mondo, quello di cui c’è bisogno perché il nostro modo di abitarlo sia giusto, modesto. E di racconti, di narrazioni alternative c’è oggi urgenza, pare innegabile data l’escalation militare, ma anche al cospetto dei guai di origine antropica in cui siamo immerse: riscaldamento globale e sesta estinzione di massa. Questi guai sono intrecciati al paradigma scientifico dualista che ha sorretto storicamente l’articolarsi di una economia politica predatoria come è il capitalismo. È evidente su scala globale oggi: il capitalismo si dà come economia della crescita infinita, è delirante nella misura in cui si basa su risorse finite e feroce nel suo fagocitare ciò che resta di tali risorse e auto-giustifica questo suo darsi oltre i limiti della vita terrestre ricorrendo all’espediente delle leggi di natura, per affermare in ultima istanza la “sopravvivenza del più idoneo e forte”. Microcosmo ci aiuta a capire questo intreccio e ci offre anche una potente narrazione alternativa per spiegare il divenire della vita terrestre dismettendo il paradigma dualista in favore di quello monista, cioè tenendo insieme mente e corpo, natura e cultura, materia e linguaggio.
Come ho scritto anche in altre sedi, la biologia non è verità della natura, è un particolare modo con cui le persone umane la “leggono”, in modo contingente al contesto geopolitico e al posizionamento. Se a fare scienza è il soggetto egemone, di norma uomo bianco benestante e abile, è molto probabile che la biologia alla fine rifletta il suo solo punto di vista. Margulis ha un altro punto di vista ed è questo che ci interessa oggi: per lei è possibile rileggere la natura, riscrivere la biologia. Il linguaggio in Microcosmo “è un’arma temibile quanto la punta più acuminata di un’ossidiana scheggiata”. Il libro parla davvero un’altra lingua perché è un paesaggio orizzontale ma profondo e navigabile. Il fatto che siamo l’unica specie a scrivere trattati di biologia evoluzionista non ci autorizza, per Margulis e Sagan, a ignorare il ruolo che hanno nel perenne divenire terrestre le altre forme di vita, né a ignorare i loro modi di fare mondo, che potrebbero essere molto diversi da quello capitalistico della proprietà privata. Il macrocosmo ha ricevuto sin troppa attenzione ed è stato a torto contrapposto dialetticamente al microcosmo. È ora di rendere evidenti i nodi del groviglio, di sintonizzarci col microcosmo che vive in noi mentre noi viviamo in esso perché “siamo ciò che siamo grazie alla cooperazione di una compagnia di batteri in un ambiente liquido”.»
Pur non avendo ritradotto l’intero libro, hai scelto di “sporcare con il dialetto transfemminista” la traduzione di Lucia Maldacea: come l’hai fatto e perché?
«È la prima esigenza che ho avvertito nel curare la riedizione italiana, quasi una responsabilità: fare a meno dell’“Uomo” e restituire al testo il suo sincero sapore postantropocentrico, a cominciare dal titolo. Nell’edizione inglese di Microcosmos del 1986 non c’è “uomo” se non alla fine di un processo che comunque lo supererà quale una tra le tante forme del divenire. Perché aggiungere “l’uomo” al sottotitolo della prima edizione italiana del 1989 (Dagli organismi primordiali all’uomo: un’evoluzione di quattro miliardi di anni) se l’originale era semplicemente Four Billion Years of Evolution from Our Microbial Ancestors? Biologia e filosofia forse non avrebbero retto l’impatto di un tale decentramento? E dunque ecco l’edizione 2026: Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica. Perché questo libro non è affatto sull’“Uomo”, sarebbe stato assai fuorviante continuare così. Infatti “l’uomo” non occupa che il penultimo capitolo, dal titolo inequivocabile de “L’uomo egocentrico”, seguito dal capitolo “Il supercosmo futuro” per chiarire il posizionamento modesto e situato che ci converrebbe adottare.
Non mi sono limitata a questo e mi sono permessa di intervenire sulla traduzione di Maldacea con un po’ di dialetto transfemminista a questo scopo: far emergere la dirompente narrazione margulisiana del divenire microcosmico insieme alla materia transcorporea, e per questo transpecie, transessuale e transgenere che la informa. Microcosmo ci insegna che in acqua non esiste il sesso egemone, figuriamoci se la lingua di un genere in una data nazione può assurgere qui a universale. Qui pensiero, lingua e materia devono stare insieme perché letteralmente, cioè materialmente, ci sono alghe che possono cambiare sesso e genere e pesci pulitori che cambiano sesso in base al contesto sociale. E allora uno sforzo in questa direzione andava fatto, come tradurre people con “persone” e non con “uomini”, senza pretesa di trovare una soluzione unica, cercando di volta in volta altre vie rispetto al maschile sovraesteso, nel tentativo di mantenere la fresca genuinità di un libro scritto per farsi capire. Per esempio, “gli uomini di mare” sono diventati ora “la gente di mare” e gli “esseri umani” sono ora le “creature umane”.»
Lynn Margulis e Dorion Sagan
La stessa vicenda personale e professionale di Lynn Margulis (scienziata degli anni Settanta in un mondo quasi solo maschile) può aver influenzato anche le sue teorie come quella dell’endosimbiosi?
«Assolutamente sì. La molteplice lotta nella e contro la scienza, che determina il mondo come lo diciamo e conosciamo, come lo narriamo e lo abitiamo, è attraversata (spesso tristemente determinata) da linee di sesso e genere – anche di classe e razza, e molte altre variabili come insegna la teoria dell’intersezionalità. La vita di Margulis è costellata di lotte dentro, contro e per la scienza e lei sa che una delle ragioni del processo di marginalizzazione che esperisce sta nel suo essere una scienziata. Leggo il suo lavoro attraverso la teoria del punto di vista dell’epistemologa femminista Sandra Harding: se cambiamo posizionamento a partire dal quale fare scienza può darsi cambi la scienza stessa, e chissà, magari anche pezzettini di mondo, perché è probabile che soggettività marginalizzate e discriminate producano scienze parziali sì, ma non ingiuste. In altre parole: quando a fare biologia non è più il solo maschio bianco, quando a farla sono anche donne come Lynn Margulis, le scienze della vita tutte iniziano a cambiare e smettono di dettare la norma umana eterosessuale, depongono l’accento sulla competizione per porlo sulla cooperazione. Harding ci spiega che la posizione dominante degli uomini nella vita economica e sociale si traduce in un sapere parziale ed escludente ma presentato come oggettivo e universale.
Difficilmente avrebbero potuto “gli scienziati” fare qualcosa di diverso dalla Scala o dal Systema Naturae, da gradini o alberi, essendosi posti filosoficamente ed economicamente, prima ancora che biologicamente, come i proprietari del pianeta la cui vita si proponevano di studiare per meglio poterla possedere e governare. Qui il maschile non è sovraesteso: è stato “il primo sesso” l’unico ad avere il potere di studiare e trasmettere, possedere e manipolare la materia del mondo per lunghi secoli. Giochiamo a fare la lista del mansplaining biologico: Aristotele, Linneo, Couvier, Darwin, Wallace, Dawkins… Margulis non vuole comparire quale superdonna, nome d’eccezione che conferma la regola di quel consesso. Non desidera essere uguale, desidera fare la differenza. È entrata in quella che poco dopo Harding e Anne Fausto-Sterling avrebbero definito una scienza androcentrica e maschilista quale la biologia degli anni ’70, ha affrontato la diffidenza della comunità scientifica maschile indossando con orgoglio le sue “scarpette rosse”: ha proposto una rilettura della riproduzione della vita sulla Terra. L’evoluzione, sosteneva, è una questione di cooperazione tra le specie, non di competizione, è un’ammucchiata, un “festino chimico”, una danza promiscua, non un appuntamento galante per coppie etero.
Senza romanticizzare, Margulis ha letteralmente “fatto il verso” al neo-darwinismo. Pensiamo a come presenta al mondo la teoria dell’endosimbiosi, lo stesso titolo del suo saggio, rifiutato 15 volte prima di esser pubblicato, deve esser stato inviso a chi le ha fatto le revisioni: On the Origin of Mitosing Cell (1967) propone un cambio di piano radicale, come lo farà Origin of Eukaryotic Cell (1970). La variazione si spiega per Margulis grazie allo scambio di geni tra due organismi che si fondono come in un’assemblea vivente permanente. Per lei l’evoluzione non è un albero ma un groviglio: a ogni suo nodo ci si imbatte in una simbiosi, perciò è molto più probabile che all’origine delle specie vi sia un accordo tra organismi alla pari che non l’egoismo dei geni. Per lei la cellula eucariotica è il risultato di antiche simbiosi e la coesistenza di organismi dissimili è possibile. Cellule vegetali e animali sono state prodotte grazie alla cooperazione con i batteri, ecco come si spiegano i mitocondri nelle nostre cellule e i cloroplasti nelle piante. Oggi sappiamo che dobbiamo moltissimo a questa sua proposta in origine “teorica”, negli anni Ottanta le tecniche della filogenesi molecolare hanno confermato le tesi di Margulis. Sì, i batteri costruiscono il mondo, compresi noi che ci diciamo sapiens e che per dirlo respiriamo grazie a un batterio catturato circa 1,8 miliardi di anni fa da una cellula ancestrale nostra antenata.
Dal lavoro e dalla resistenza di Margulis le scienze della vita hanno tratto enorme giovamento, si pensi all’editing genomico che pratichiamo oggi, con tecniche come CRISPR-Cas9 che ci permettono di modificare il nostro genoma e anche di muoverci a zig zag tra specie e regni diversi. Oggi possiamo cimentarci nell’editing genomico, infatti, grazie alla comprensione dei meccanismi del trasferimento genetico orizzontale, a sua volta raggiunta grazie alla teoria dell’endosimbiosi. Mi sembrerebbe però di farle un torto mettendo in rilievo il suo contributo scientifico solo in relazione alle applicazioni tecniche, di ridurla a un’eccellenza sì, ma delle sole scienze della vita al tempo del biocapitale, sminuendo la portata etica, epistemologica e politica del suo pensiero e delle sue pratiche di ricerca e didattica. Sono convinta che Margulis e Sagan non scrivevano Microcosmo pensando di inventare e immettere sul mercato alcuna innovazione biotecnologica, lo scrivevano pensando di contribuire a un diverso di/spiegarsi del mondo, speravano che il loro insistere sulla simbiosi persuadesse quante più persone possibile ad abbandonare la teoria evoluzionista della sopravvivenza del più idoneo, a dismettere il paradigma della legge del più forte che agisce per sé solo giustificando il mezzo in base al fine, a farla finita in ultima istanza con il capitalismo come sistema ri/produttivo in cui tale teoria si innesta e sviluppa».
Oggi rileggiamo Microcosmo nel contesto della crisi ecologica globale: quali intuizioni di Margulis e Sagan possono aiutarci a ripensare il rapporto tra la nostra specie e il resto della biosfera?
«Viviamo tempi di riscaldamento globale e sesta estinzione di massa, ma anche di genocidi e guerre che sono sempre anche ecocidi e che vanno ad acuire la già innescata crisi ecologica globale. Microcosmo è ancora dirimente perché il soggetto della crisi ecologica globale non è l’umanità intera, intesa in astratto e a prescindere dal suo posizionamento, è un particolare tipo di “Uomo”, che Margulis e Sagan definiscono “egocentrico consumato” e che ritiene che la “specie sapiens sia biologicamente superiore a tutte le altre viventi”. Quest’Uomo è soprattutto nord-occidentale, che sia passato alla storia come filosofo o come scienziato: è un uomo che oltre a “sapere”, “possiede” e che ha piegato lo studio della natura al suo impiego a proprio esclusivo vantaggio. Ma in altre culture il quadro è ben diverso e le persone umane sono da sempre intese come una parte alla pari tra tante della biosfera, si pensi al cosmopolitismo indigeno. Dunque siamo in primis noi abitanti dei paesi più ricchi e industrializzati nord-occidentali, con le dovute differenze interne, a dover rileggere Microcosmo per ripensare la nostra relazione con la biosfera.
Per esempio, su 8 miliardi di persone umane sul pianeta solo quelle che risiedono nei paesi più ricchi, la metà della popolazione globale, sono responsabili dell’80% delle emissioni totali. Se i livelli di CO2 hanno superato i valori soglia e siamo oggi a 419,13 parti per milione (mentre non dovevamo superare le 280), se questi livelli sono più alti del 50% rispetto all’era pre-industriale, non tutte le persone umane sono chiamate a ripensarsi, ma quelle che hanno “tracciato una linea di separazione tra sé e gli altri organismi per sfruttarli” lo sono eccome. Margulis e Sagan lo scrivono esplicitamente, per loro continuare a sfruttare indebitamente risorse limitate immettendo al contempo scorie non riutilizzabili da altre componenti dell’ecosistema vuol dire restare in uno stadio di crescita “parassitaria”, che potrebbe persino condurci alla “devoluzione”, cioè a un aumento di popolazione spropositato in un lasso di tempo breve cui segue l’estinzione, per questo scrivono “dobbiamo rallentare, dobbiamo imparare a condividere e riunirci con le altre forme di vita”.
Ma Margulis e Sagan ci chiedono di ripensarci non solo a scopi antropocentrici: non si tratta di aver a cuore la salute della biosfera allo scopo di “salvare” la sola nostra specie da una parte di sé stessa, se ci limitiamo a questo non usciamo dal circolo vizioso e continuiamo erroneamente a pensarci come eterni. Continuiamo così a chiedere alla biosfera cosa può fare per noi, senza chiederci mai noi quale funzione abbiamo, senza mai metterci davvero alla pari. Cosa possiamo fare noi oggi per la biosfera? Se il microcosmo l’ha edificata, riparando ai danni causati proprio da un suo eccesso riproduttivo, noi persone tardo-industrializzate possiamo trarne ispirazione?
Ci precedono infatti altre crisi ecologiche globali, Margulis e Sagan si soffermano forse su quella più importante, nota come “olocausto dell’ossigeno”: più o meno 2 miliardi di anni, quando alcune specie di batteri imparano a estrarre idrogeno dall’acqua saturano l’atmosfera di ossigeno, rilasciandolo come scoria e rendendo il pianeta inabitabile per quasi tutto il microcosmo, comprese le loro stesse specie. Eppure da questa crisi i batteri sono usciti e non da soli, hanno imparato come fare a utilizzare “la scoria” cioè l’ossigeno con la respirazione aerobica. Avrebbero potuto saturare ogni angolo del pianeta per poi “devolvere”, eppure hanno preso la via della convivenza con la differenza, imparando a trarre vantaggi dai propri stessi scarti e mettendo in comune quanto avevano appreso, hanno permesso agli altri microrganismi di mutare e dunque di continuare a essere. Quindi “la stabilizzazione dell’ossigeno atmosferico a circa il 21%” è di fatto “un mutuo consenso raggiunto dal biota milioni di anni or sono”. Quei batteri hanno davvero fatto “ciò che nessun ente governativo o burocrazia sulla Terra intende fare oggi”: si sono moltiplicati solo per condivisione, hanno messo in comune i loro geni e orchestrato ecosistemi dove non esiste “rifiuto”. C’è ragione per credere che ai tempi del tecno-capitalismo accelerazionista e del suo delirio militarista le persone tardo-industrializzate facciano altrettanto? Margulis e Sagan direbbero che se non c’è ragione c’è passione e tanto potrebbe bastare per ricominciare a com/pensare: nel doppio significato di pensare insieme a una comunità simbiotica umana e più che umana e di rimediare ai danni dell’attività antropica».