Uccelli di montagna. I più rari sono quelli più a rischio
Pernice bianca (Lagopus muta). Foto: Michele Doliana
La maggior parte degli uccelli di montagna rari vive in aree in cui gli effetti dei cambiamenti climatici sono particolarmente incisivi e minacciano, di conseguenza, la sopravvivenza degli ecosistemi naturali.
Questi i principali risultati che emergono da uno studio internazionale pubblicato su Ecology con la prima firma di Maria del Mar Delgado del Biodiversity Research Institute dell’Università di Oviedo, al quale ha partecipato anche il MUSE di Trento.
Autrici e autori hanno indagato la vulnerabilità climatica di oltre 800 specie di uccelli di montagna, scoprendo che quelle più rare hanno una maggiore probabilità di vivere in aree d’alta quota, particolarmente fredde. Più nel dettaglio, hanno considerato rare le specie che abitano in regioni geografiche circoscritte e che allo stesso tempo svolgono servizi ecologici particolarmente importanti – legati, per esempio, ai processi di impollinazione e di distribuzione dei semi – per il mantenimento degli ecosistemi. Hanno scoperto che proprio le specie rare sono quelle più vulnerabili ai cambiamenti climatici, perché si trovano in luoghi in cui le temperature stanno aumentando rapidamente.
Tra le specie d’alta quota minacciate ce ne sono anche alcune che vivono nell’area delle Alpi, come il gipeto, la pernice bianca o il fringuello alpino. Altri uccelli rari in pericolo sarebbero il lofoforo himalayano e il tetraogallo dell’Himalaya, diffusi nella catena montuosa omonima, e il fagiano di monte del Caucaso, che vive nell’Asia mediorientale.
Delgado e coautori hanno preso in considerazione 818 specie di uccelli di montagna della regione oloartica (che comprende l’intero emisfero boreale, escluse le zone tropicali). Per ognuna di esse hanno considerato un ampio set di dati relativi alla distribuzione geografica, alle caratteristiche morfologiche e comportamentali e al ruolo che svolgono negli ecosistemi di cui fanno parte.
Hanno poi incrociato le informazioni in questione con altri dati relativi alla nicchia termica di ogni specie, ovvero alla temperatura media della regione geografica in cui vive. In questo modo hanno rilevato la relazione tra la rarità degli uccelli oloartici e la loro vulnerabilità climatica.
Sono state individuate, in particolare, 72 specie rare, il 33% delle quali a rischio. Bisogna però tenere conto del fatto che la maggior parte delle altre, sebbene considerate “a rischio minimo”, abitano in aree piuttosto remote del pianeta, in cui è difficile monitorare con precisione l’andamento delle popolazioni.
Variazioni della temperatura media nei sistemi montuosi dell’Olocartico in cui sono presenti almeno due specie rare di uccelli di montagna. Le tonalità arancioni rappresentano l’aumento della temperatura media negli ultimi 30 anni.
I luoghi in cui si hanno più probabilità di incontrare specie rare sono l’Himalaya, la zona meridionale delle catene montuose nordamericane, alcune aree tra la Cina e la Mongolia e la zona del Caucaso mediorientale. Secondo quanto riportato nello studio, si tratta di regioni che negli ultimi trent’anni hanno subito un aumento delle temperature medie compreso tra gli 0,06 e i 3,3 °C. Quelle che si sono riscaldate di più – con una crescita media delle temperature superiore a 1,5 °C – sono l’Himalaya e la zona del Caucaso mediorientale, che ospitano in totale il 64% delle specie rare.
In generale, l’aumento in questione si sarebbe verificato nel 27% delle aree in cui vivono uccelli montani rari. Come sottolineano Delgado e coautori, la trasformazione di tali ambienti minaccia la sopravvivenza di queste specie per diversi motivi. Per esempio, il periodo dell’anno in cui gli uccelli si riproducono e devono nutrire i piccoli rischia di non coincidere più con quello in cui riescono a trovare la quantità massima di cibo, come insetti e semi. Alcune delle specie a rischio individuate dai ricercatori, infatti, stanno già mostrando segnali di adattamento ai cambiamenti climatici, modificando le loro abitudini o il ciclo biologico.
Le conclusioni di Delgado e coautori sono in linea con quelle di altre ricerche precedenti, che avevano già dimostrato la presenza di una maggiore quantità di specie uniche e in pericolo alle alte latitudini. Lo studio segnala inoltre il rischio che i cambiamenti climatici determinino, in futuro, un declino significativo dell’avifauna montana nell’Oloartico, causando di conseguenza un pericoloso effetto a catena che potrebbe portare a una perdita significativa di biodiversità.
Questo perché il modo in cui gli ecosistemi rispondono ai cambiamenti climatici dipende anche da una fitta rete di interazioni tra le varie specie che li compongono. Ognuna partecipa a suo modo alla sopravvivenza del sistema nel suo complesso; gli uccelli, in particolare, contribuiscono all’impollinazione, alla dispersione dei semi e, attraverso la predazione, al controllo della quantità degli insetti e dei piccoli vertebrati presenti.
In generale, come scrivono Delgado e coautori, maggiore è la diversità delle caratteristiche morfologiche, fisiologiche e comportamentali tra le varie specie all’interno di un ecosistema, maggiore è la capacità di quest’ultimo di resistere alle perturbazioni climatiche. Tuttavia, il ruolo ecologico di alcuni animali è particolarmente prezioso perché non viene giocato da nessun’altra specie presente nello stesso ambiente.
Come si legge nello studio, gli ecosistemi montani rappresentano veri e propri “serbatoi di biodiversità”: ospitano un’elevata varietà di specie rare con caratteristiche uniche e insostituibili. La loro scomparsa, di conseguenza, può indebolire l’intero ecosistema, rendendolo meno capace di adattarsi ai cambiamenti in corso.
Il problema è che proprio le zone di montagna stanno sperimentando gli effetti negativi dei cambiamenti climatici a un ritmo superiore rispetto alla media globale. Eppure, scrivono Delgado e colleghi, gli ecosistemi montani restano relativamente poco studiati rispetto a quelli di pianura.
Per questo, concludono, è fondamentale continuare a studiare il ruolo delle specie rare d’alta quota: solo così sarà possibile prevedere gli effetti dei cambiamenti climatici in atto sul loro comportamento e la loro diffusione e, soprattutto, definire strategie efficaci per proteggere la stabilità di questi ricchi, fragili ecosistemi nel lungo periodo.