Il valore della ricostruzione sostenibile nel Friuli post-sisma
Mura e duomo di Venzone © Erlend Bjørtvedt
Sono trascorsi cinquant’anni da quel maggio 1976, quando un terremoto di magnitudo 6.46 colpì duramente il Friuli, segnando per sempre la storia di quel territorio e per alcuni aspetti anche quella dell’intero Paese. Le popolazioni locali chiamano quell’evento Orcolàt cioè “orcaccio”, come la figura mitologica che nelle leggende friulane dorme sotto le montagne e quando si sveglia scuote la terra. Ma al di là del folklore, il sisma del 6 maggio causò 989 vittime e lasciò oltre 100.000 persone senza casa, a questa devastazione faranno seguito altre violente scosse a settembre dello stesso anno.
Il terremoto in Friuli fu una tragedia che occupò per mesi le prime pagine dei giornali italiani e internazionali, diventando anche uno spartiacque fondamentale per lo studio del rischio sismico e per la nascita della moderna Protezione Civile sotto la guida di Giuseppe Zamberletti che ne è stato il fondatore. In occasione di questo anniversario, torniamo a riflettere su quell’eredità non solo come memoria storica, ma attraverso la lente della ricerca scientifica come quella condotta presso il Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale dell’Università di Padova (DICEA).
Abbiamo approfondito il tema con Mariano Angelo Zanini, professore di Ingegneria strutturale nell’ateneo padovano, che negli ultimi anni ha partecipato a importanti studi per comprendere cosa abbiamo imparato da quell'evento di mezzo secolo fa. Il docente è infatti coautore di alcune ricerche recenti che hanno sviscerato questi argomenti perché, in un’Italia che è praticamente tutta sismica, i terremoti del passato possono essere una miniera di informazioni anche per le sfide del presente.
Leggi (e ascolta) anche: 9000 pietre: il terremoto del Friuli 50 anni dopo
Il rischio sismico e il “nuovo” patrimonio edilizio
Uno dei tratti distintivi del sisma friulano (o meglio della fase successiva alle scosse) fu una ricostruzione relativamente rapida e basata sul principio di restituire alle comunità i propri centri abitati con fattezze simili a quelle pre-terremoto. Ma, come ci dice Zanini, la ricostruzione in Friuli ha sfruttato “le tecniche costruttive più moderne all’epoca, rimpiazzando strutture portanti in muratura con altre in cemento armato, cercando poi di mascherarlo il più possibile, specie nei centri storici, per mantenerne invariato l’aspetto”.
Tuttavia, la ricerca sulla storia sismica in Italia sottolinea che i terremoti sono fenomeni ricorrenti con tempi di ritorno statisticamente definibili per una certa zona, che possono variare molto. Per esempio, Zanini spiega che i sismi più forti “hanno delle frequenze di accadimento con tempi di ritorno di 100-200 anni”, ma l’Italia da questo punto di vista è un territorio “unico a livello mondiale perché ha una banca dati storica e informativa messa in piedi dall’INGV che ha dato modo alla comunità scientifica di calcolare e valutare questi tempi di ricorrenza. Per esempio, il sisma dell’Emilia è un ricorrente dei terremoti nel ferrarese del 1600, mentre altri ricorrono anche con periodi di 400 anni”.
E dunque se per caso un altro terremoto colpisse la stessa zona, come si comporteranno i nuovi edifici? “Siccome le strutture non sono invulnerabili, nemmeno quelle ricostruite, il rischio sismico rimane”, avverte Zanini. Uno studio recente di cui è coautore assieme a Lorenzo Hofer si intitola infatti Scenari di danno e perdite attese per i terremoti storici dell'Italia nord-orientale (contributo agli atti del convegno del Gruppo Nazionale di Geofisica della Terra Solida) e ha simulato cosa accadrebbe oggi se il terremoto del 1976 tornasse sullo stesso territorio.
Considerando l’attuale esposizione e vulnerabilità del patrimonio immobiliare ricostruito dopo il sisma di cinquant’anni fa, i risultati non sono purtroppo rosei: per il solo settore residenziale l’impatto economico stimato sarebbe di circa 14,4 miliardi di euro (calcolando un costo unitario di ricostruzione di 1200 €/m²). Ma lo studio sottolinea che, essendo una zona particolarmente industrializzata e produttiva, gli eventi analizzati possono avere un impatto significativamente maggiore dei soli danni diretti strutturali.
Mappa di pericolosità sismica per il territorio italiano (a) ed eventi storici avvenuti nelle regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia (b-c). © M.A. Zanini, L. Hofer
L’anastilosi tra sostenibilità e scelta morale
Il secondo filone di ricerca gruppo padovano ci porta nel cuore di centri storici come quello di Venzone, quasi completamente raso al suolo dal terremoto del 1976. In questo borgo medievale, la ricostruzione è avvenuta seguendo la tecnica dell’anastilosi, cioè il riposizionamento pietra su pietra degli elementi originali crollati. Qui è stato possibile applicare questa tecnica perché subito dopo le scosse di settembre le pietre erano state catalogate e conservate in siti appositi, per esempio quello chiamato Rivoli Bianchi proprio vicino a Venzone.
Se negli anni Settanta la scelta di usare l’anastilosi fu di tipo “valoriale e morale per riportare indietro le lancette” dell’identità architettonica – come sottolinea Mariano Angelo Zanini – oggi la scienza ne certifica la lungimiranza ambientale. Infatti proprio questo esempio è stato analizzato da Zanini e dai suoi colleghi, divenendo oggetto del paper Sustainable management of demolition waste in post-quake recovery processes: The Italian experience pubblicato sull’International Journal of Disaster Risk Reduction.
In particolare lo studio si concentra sulle ridotte emissioni di gas serra e i minori impatti ambientali dell’anastilosi: il riutilizzo delle pietre nel solo centro storico di Venzone ha permesso di evitare l’emissione di circa 8450 kg di CO2 equivalente. Applicando la metodologia chiamata Life Cycle Assessment (analisi del ciclo di vita), i ricercatori hanno quantificato i benefici ambientali della scelta di ricostruire i centri storici riutilizzando le pietre e le macerie che altrimenti sarebbero state gestite come rifiuti dopo un evento eccezionale. Come ci racconta Zanini, all’epoca “non era ancora così pressante il tema della sostenibilità ambientale di lavorazioni e costruzioni nell’edilizia, mentre oggi è un argomento abbastanza attenzionato”.
L’esperienza friulana della ricostruzione post-sisma viene spesso citata come un “modello” che si distingue anche da altri terremoti più recenti. Per esempio, il paper di Zanini e colleghi analizza quelli che hanno colpito L’Aquila nel 2009 e l’Emilia nel 2012, dove la gestione delle macerie e i processi di ricostruzione hanno incontrato maggiori criticità operative e tempi più dilatati.
Invece l’approccio dell’anastilosi ha evitato anche l’utilizzo di suolo per il conferimento in discarica di enormi volumi di macerie e ha ridotto lo sfruttamento di materie prime vergini. E il successo della ricostruzione di Venzone (che è stato premiato nel 2017 come “Borgo più bello d’Italia”) dimostra come il recupero del patrimonio culturale possa generare anche un volano economico, attirando oggi decine di migliaia di turisti ogni anno.
Due facciate ricostruite a Venzone con la stima di riutilizzo: 46.39% nell’edificio (a) e 9.66% nell’edificio (b). © Faleschini et al.