SCIENZA E RICERCA

La vite argentata è la nuova erba gatta?

C’è un momento, nella vita di molti umani di riferimento, in cui si compra un giochino all’erba gatta con la cieca fiducia di assistere a una scena da raccontare agli amici: il gatto che impazzisce, si rotola, si struscia, perde per qualche minuto quella dignità da notaio con coda che normalmente usa per giudicarci dall’alto in basso. E invece niente: Il gatto annusa appena, distoglie lo sguardo e torna a occuparsi di attività più importanti, come fissare un angolo vuoto della stanza.

Per anni abbiamo liquidato la questione pensando che non tutti gli esemplari rispondono all’erba gatta, il che è vero. Ma un nuovo studio pubblicato sul Journal of Chemical Ecology mette ulteriormente in crisi la reputazione della Nepeta cataria: quando i gatti possono scegliere liberamente, l’erba gatta potrebbe non essere la regina della festa. A rubarle la scena è la vite argentata, Actinidia polygama, una pianta asiatica già nota per provocare nei felini comportamenti simili, ma forse meno conosciuta dal grande pubblico. Se i nomi comuni fossero assegnati con un referendum felino, l’epilogo per Nepeta cataria potrebbe essere funesto, mentre la vite argentata otterrebbe il suo momento di gloria.

Lo studio parte da una domanda più importante della nostra frustrazione domestica davanti al gatto che non calcola il topolino con dentro l’erba gatta: una sostanza che funziona in laboratorio funziona anche nel mondo reale?

Il comportamento

Quando incontrano alcune piante ricche di iridoidi, molti gatti mostrano un comportamento caratteristico: strofinano il muso, si rotolano, sfregano il corpo sulla fonte dell’odore, con un passaggio di composti chimici sulla pelliccia. 

Uno studio precedente dello stesso gruppo ha proposto che questi composti abbiano anche una funzione antiparassitaria: durante lo sfregamento e il rotolamento, gli iridoidi finiscono sul pelo e possono contribuire a difendere i gatti dalle zanzare, soprattutto quando i gatti mordono e danneggiano le foglie di vite argentata, perché così la miscela chimica rilasciata dalla pianta diventa più complessa e più repellente.

Quello che a noi sembra un momento di pura ebbrezza potrebbe avere altre motivazioni.


Leggi anche: Quante incomprensioni tra umani e felini


Differenze tra laboratori e mondo reale

Lo scopo dello studio non è fare una hit parade delle preferenze botaniche dei gatti, ma chiedersi quanto ci si può fidare dei test di laboratorio quando si cerca di capire se un segnale chimico funziona in natura.

In laboratorio si può mettere un gatto davanti a un estratto, a una foglia secca o a una molecola purificata e osservare se risponde e questo permette di capire quali composti sono bioattivi, cioè capaci di provocare quella risposta. Ma una pianta intera non rilascia odori come una pipetta: emissione e composizione cambiano con temperatura, vento e stato della foglia. E poi un animale libero può avvicinarsi, annusare, ignorare tutto e decidere che oggi la scienza non merita il suo contributo. Domani magari sì.

Una cosa è sapere che una molecola può far partire un comportamento; un’altra è vedere se riesce a convincere un gatto a mollare quello che sta facendo in quel momento.

Il mattone della verità

Per testare questa differenza, i ricercatori hanno organizzato esperimenti di libera scelta. Il primo si è svolto in un giardino dove cresceva una coltivazione di erba gatta. Ogni sera disponevano vicino alle piante rami freschi di vite argentata raccolti nella zona e una sola notte hanno aggiunto anche steli e foglie di erba gatta recisi.

In dieci notti, i ricercatori hanno osservato sei gatti liberi: si sono strofinati e rotolati sulla vite argentata in quasi tutte le visite in cui hanno mostrato una risposta, mentre non è stato osservato alcun comportamento di sfregamento o rotolamento sull’erba gatta. A livello individuale, cinque gatti su sei hanno risposto alla vite argentata, nessuno all’erba gatta: è una differenza statisticamente significativa destinata forse a portare a una crisi d’identità una pianta che, a questo punto, forse dovrebbe trovarsi un altro nome.

Gli autori non si sono fermati alla pianta intera, perché una possibile obiezione era dietro l’angolo: magari il problema non è l’erba gatta in sé, ma il modo in cui una pianta fresca rilascia i suoi composti. Così hanno usato un mattone impregnando i due lati opposti con estratto di erba gatta e di vite argentata. In dieci notti, quattro gatti sono comparsi davanti alla videocamera: tre hanno reagito a entrambi gli estratti, uno solo alla vite argentata. Nessun gatto ha risposto esclusivamente all’erba gatta. Il mattone della verità, insomma, non ha riabilitato la sua reputazione.

In altre due notti, il mattone è stato trattato con estratto di erba gatta su un lato e con singoli composti sintetici sull’altro: cis-trans nepetalattone, predominante nell’erba gatta, oppure cis-trans nepetalattolo, presente nella vite argentata. Due gatti hanno risposto al nepetalattolo, mentre nessuno ha risposto al nepetalattone. Questo non significa che il nepetalattone non funzioni mai: studi precedenti avevano già mostrato che può indurre il comportamento in condizioni sperimentali, ma in questo contesto libero, ancora una volta, la vite argentata sembra avere più presa.


Leggi anche: Qua la zampa, gatto: possiamo addestrare i felini?


Anche i gatti di razza preferiscono la vite

Per capire se il risultato dipendesse solo da quei pochi gatti e da quel giardino, i ricercatori hanno aggiunto un test con 22 gatti domestici di razza, ospitati in due strutture zoologiche giapponesi. Gli animali sono rimasti nel loro ambiente abituale di gruppo, liberi di avvicinarsi o ignorare due cartoncini: uno impregnato con estratto di erba gatta e uno con estratto di vite argentata. Secondo i registri di gestione e i caregiver, non avevano avuto esposizioni precedenti a queste piante.

Anche qui, il verdetto è stato poco lusinghiero per l’erba gatta: quindici gatti hanno mostrato sfregamento o rotolamento solo con la vite argentata, tre solo con l’erba gatta, uno con entrambe. Gli altri tre hanno annusato le carte ma non hanno mostrato il comportamento caratteristico.

A questo punto, l’umano dell’inizio, che si era sentito tradito dal proprio gatto ingrato, può tirare un sospiro di sollievo: probabilmente lui non c’entra. Forse era l’erba gatta ad avere un ufficio stampa migliore della performance effettiva.

E i principi attivi?

Ma perché l’erba gatta viene snobbata? Contiene meno principio attivo? Gli autori hanno verificato anche questa possibilità, ma la risposta è no: le analisi chimiche hanno mostrato che l’erba gatta conteneva circa 9,1 milligrammi di cis-trans nepetalattone per grammo di foglie fresche. Nella vite argentata, invece, la quantità complessiva dei principali iridoidi bioattivi misurati era di appena 53,4 microgrammi per grammo di foglie fresche, circa 170 volte inferiore.

Non era l’erba gatta a essere “scarica”: dal punto di vista della quantità di composti bioattivi partiva addirittura avvantaggiata. Non sempre, quindi, lo stimolo più ricco o più concentrato in un test controllato è quello che produce il comportamento anche in condizioni di libertà.

I ricercatori hanno testato anche due isomeri del nepetalattone presenti nell’erba gatta su gatti di laboratorio: alcuni animali hanno risposto, soprattutto al trans-cis nepetalattone. L’erba gatta, quindi, non è chimicamente inerte: semplicemente, una sostanza può attivare un comportamento in laboratorio senza riuscire sempre a trasformarsi in coinvolgimento spontaneo quando l’animale può scegliere.

Perché la vite argentata batte l’erba gatta

Risposta breve: non si sa. Gli autori propongono alcune ipotesi, senza presentarle come risposte definitive. Una riguarda la forma dello stimolo: una pianta intera di erba gatta rilascia una scia odorosa continua, relativamente intensa, che può cambiare con il microclima e con lo stato della pianta. A volte, concentrazioni troppo alte possono ridurre l’attrazione invece di aumentarla, e negli organismi che percepiscono odori la concentrazione può modificare anche la qualità percepita dell’odore. Quest’ipotesi sarebbe compatibile con il fatto che alcuni gatti che hanno risposto all’estratto di erba gatta sul mattone non hanno risposto alla pianta viva lì vicino.

Un’altra ipotesi riguarda la miscela della vite argentata: quando il gatto la lecca o la mastica, il danno meccanico aumenta la complessità chimica e può rendere la miscela più repellente per le zanzare e questo potrebbe aiutare a mantenere vivo l’interesse del gatto.

I limiti dello studio

Il risultato dello studio è netto ma non va trasformato in una legge universale. Gli stessi autori ricordano che ha alcuni limiti: i gatti liberi erano pochi e tutti osservati nello stesso giardino; l’erba gatta proveniva da una sola coltivazione e la vite argentata da una sola popolazione selvatica. Questo significa che non sappiamo ancora se testando altre varietà, altri luoghi o altri gruppi di gatti il risultato sarebbe lo stesso.

C’è poi un limite tecnico: in diversi esperimenti chi analizzava i video non poteva lavorare “in cieco”, perché erba gatta e vite argentata erano distinguibili per aspetto o colore. Inoltre, nel test sui gatti di razza, gli animali erano nel loro ambiente abituale di gruppo: una scelta sensata per osservare comportamenti spontanei, ma meno controllata di una prova individuale.

Non si sta dicendo che l’erba gatta non funzioni, né che ogni gatto del pianeta la getterà sdegnosamente fuori dalla finestra. Lo studio mostra che nelle condizioni testate, quando i gatti potevano avvicinarsi, ignorare lo stimolo o andarsene con la consueta aria da amministratori delegati, la vite argentata ha provocato sfregamento e rotolamento in modo più affidabile.

Se il gatto ignora l’erba gatta comprata con entusiasmo, potrebbe semplicemente far parte di quella maggioranza che, potendo votare, assegnerebbe la corona alla vite argentata. L’erba gatta resta erba gatta per tradizione, ma se fosse per i gatti, forse sulla confezione ci sarebbe già scritto: “buona, ma avete provato la Actinidia polygama?”.

 

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012